Il linguaggio ci inganna, spesso, con le sue belle parole. “Democrazia” è una di queste. Evoca ideali di libertà, partecipazione, sovranità popolare. Ma quando guardiamo da vicino il suo funzionamento, specialmente in relazione alla nostra presunta natura di esseri dotati di libero arbitrio, scopriamo che la sua grammatica è profondamente problematica, forse addirittura la peggiore per la condizione umana.
Consideriamo il libero arbitrio. Se esso è una nostra proprietà essenziale, significa che la nostra volontà non è interamente determinata da cause esterne o interne, ma che possediamo la capacità di scegliere autenticamente. È la base della nostra responsabilità morale, del nostro agire come individui. Ma cosa fa la democrazia con questo libero arbitrio?
Il gioco linguistico della democrazia è quello del voto. Si riduce la complessità dell’agire umano, della scelta individuale, a un segno su una scheda, a un’aggregazione numerica. Il mio “libero arbitrio” si esprime nel scegliere tra opzioni predeterminate, spesso tra programmi o candidati che non riflettono minimamente la profondità delle mie convinzioni o la specificità delle mie necessità. La mia scelta, poi, si dissolve nella massa. Non è la mia volontà che si manifesta, ma una volontà generale che è una mera somma aritmetica, un’astrazione.
Ma il problema è più profondo. Se siamo davvero esseri di libero arbitrio, allora la nostra capacità di agire e di scegliere dovrebbe essere il fulcro della nostra esistenza. La democrazia, però, ci chiede di delegare questa capacità. Ci chiede di cedere una parte della nostra autonomia a un corpo collettivo, a una maggioranza che, per definizione, non rappresenta mai pienamente la complessità delle singole volontà. La “libertà” che la democrazia promette è la libertà di scegliere il proprio padrone, non la libertà di essere padroni di sé stessi nel senso più radicale.
Il linguaggio democratico parla di “rappresentanza”. Ma un rappresentante, per quanto onesto, non può mai incarnare il libero arbitrio di un altro. Le decisioni prese “in nome” del popolo sono decisioni che, per la loro natura aggregata, non sono state scelte liberamente da ogni singolo individuo. C’è una discrepanza ineliminabile tra la libertà di coscienza e di scelta individuale e l’obbligo di conformarsi alla decisione della maggioranza.
L’utopia democratica ci promette che saremo “sovrani”. Ma quale tipo di sovranità è questa, se ogni mia decisione individuale, ogni mia inclinazione autentica, deve essere soppesata e potenzialmente annullata dal peso numerico di altri che non conosco e con cui non condivido necessariamente valori o prospettive? Se il libero arbitrio è la nostra dignità più profonda, allora un sistema che lo diluisce in un meccanismo di conteggio e delega rischia di annullarlo, non di valorizzarlo.
In un tale sistema, la mia volontà non è più un atto libero e responsabile, ma un contributo a una media, a una statistica. E la mia responsabilità, che deriva dal mio libero arbitrio, viene a sua volta diluita nella responsabilità collettiva, rendendo difficile l’attribuzione di colpa o merito individuali per le decisioni prese “in nome di tutti”.
Forse, per esseri dotati di un così sacro e impegnativo libero arbitrio, la vera libertà non risiede nella partecipazione a un meccanismo di aggregazione delle volontà, ma nella capacità di vivere e agire secondo la propria, autentica, volontà, assumendosene la piena responsabilità. La democrazia, nel suo tentativo di mediare e includere, finisce per castrare la radicalità dell’agire individuale, riducendo l’uomo libero a un mero elettore, a un numero. E in questo senso, per chi crede nella forza incontenibile e unica del libero arbitrio, l’utopia democratica si rivela non la migliore, ma forse la peggiore delle gabbie.











