M – L’INCAPACE E LA GRAMMATICA DELLA “DIGNITÀ”. UN PROBLEMA INEVITABILE

Ci troviamo di fronte a una verità scomoda, che il nostro linguaggio spesso tenta di celare o di abbellire: la gestione di coloro che, per varie ragioni, sono incapaci di vivere dignitosamente. Non è un problema che possiamo eludere o risolvere con una formula magica. È un dato di fatto della nostra forma di vita. E la parola “gestione” qui non è un termine neutro, ma un’espressione carica di implicazioni etiche e sociali.

Quando parliamo di un individuo “incapace di vivere dignitosamente”, non stiamo facendo una diagnosi medica in senso stretto. Stiamo esprimendo un giudizio che affonda le sue radici nel nostro accordo su cosa significhi “dignità” per un essere umano. La “dignità” non è una proprietà intrinseca e immutabile come il colore degli occhi. È un concetto che si manifesta nel linguaggio attraverso la capacità di autodeterminazione, di relazione, di partecipazione, di autonomia. Se un individuo non può più nutrirsi, lavarsi, comunicare, o scegliere in modo autonomo, il nostro linguaggio comune tende a percepire una “perdita di dignità”. Non è un giudizio sulla persona, ma sulla sua condizione.

E qui entra in gioco la parola “gestione”. Essa evoca un’azione, un’organizzazione, una responsabilità. Non possiamo semplicemente ignorare chi non è più in grado di badare a sé stesso. La nostra forma di vita, intrisa di compassione e di riconoscimento della vulnerabilità umana, ci impone di agire. Ma questa “gestione” solleva domande fondamentali. Come gestiamo? Con quale obiettivo? E chi decide cosa sia “dignitoso” quando l’individuo stesso non può più esprimere chiaramente la sua volontà?

Il problema è inevitabile perché la fragilità e la dipendenza sono aspetti intrinseci dell’esistenza umana. La vita non è un percorso lineare verso l’autonomia perpetua. Ci sono momenti, specialmente agli estremi dell’esistenza, in cui la capacità di “gestirsi” svanisce. La nostra stessa sopravvivenza come specie dipende dalla nostra capacità di prenderci cura dei deboli e degli incapaci. Ma il “come” di questa cura è un campo minato di questioni etiche.

La “gestione” di chi è incapace non può essere ridotta a un problema meramente tecnico o logistico. Richiede un continuo esercizio di discernimento, di empatia, di interpretazione delle espressioni non verbali e delle storie di vita di queste persone. Le loro “richieste” non sono sempre linguisticamente articolate, ma si manifestano attraverso il corpo, i gemiti, gli sguardi. La nostra capacità di “capire” in questi contesti è una prova della nostra umanità.

Il pericolo, in questo gioco linguistico della “gestione”, è di cadere nella reificazione. Di trattare l’individuo incapace non più come un soggetto con una storia e un’anima, ma come un “problema da risolvere”, un “corpo da mantenere”. La “dignità” non è un qualcosa che possiamo conferire o togliere a piacimento; è una relazione, un modo di essere trattati e riconosciuti. Se la “gestione” diventa meramente funzionale, senza riconoscimento del residuo di “essere” in quell’individuo, allora la dignità non è preservata, ma annullata.

La “giustezza” della gestione dell’incapace non risiede in una soluzione unica, ma nella tensione costante tra l’efficienza della cura e il riconoscimento della persona. È un compito che ci spinge a confrontarci con i limiti del nostro linguaggio e della nostra comprensione. Dobbiamo imparare a “leggere” i segni di una volontà che non può più esprimersi, a “interpretare” i bisogni di un corpo che non può più agire. E in questo atto di interpretazione e cura, la nostra stessa umanità viene messa alla prova.

La questione non è se dobbiamo “gestire”, ma come la parola “gestione” deve essere usata in questo contesto: non come un freddo atto burocratico, ma come un’espressione della nostra responsabilità condivisa per coloro che, nella loro incapacità, ci ricordano la nostra stessa vulnerabilità e la fragilità della nostra “dignità” stessa.

Francesco Rizzo

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