Il Vangelo secondo Pavese

– La morte del dolore

Perché il suo suicidio, a 75 anni dalla notte in quel albergo torinese, continua a lacerarci? Non è solo la fine di un poeta, di un romanziere che ha scavato la terra e l’anima della campagna. È la sconfitta di un’idea, di una logica, di un ragionamento limpido e crudele. Pavese, lui che viveva il mestiere di vivere come un’autopsia, aveva provato a uccidere il dolore prima che il dolore uccidesse lui. E in quel diario, in quelle righe scritte nel ’38, c’è tutta la furia, tutta l’ingenuità di quell’ultimo, disperato tentativo. La Carne e lo Spirito Il nostro tempo, la nostra borghesia, ha un rapporto viscido con la sofferenza. La maschera, la igienizza, la nasconde sotto la polvere delle “malattie” e dei “disagi”. Pavese, invece, è stato un puro, un disperato che ha guardato la sofferenza in faccia. Ha gridato, in quei versi che sembrano pietre scagliate: “Soffrire non serve a niente”. E con queste parole ha infranto l’ipocrisia di secoli di tradizione, la menzogna di un dolore che redime, di una croce che santifica. Ha negato la possibilità stessa del sacrificio, perché per lui non era un atto di fede, ma una debolezza. “Soffrire limita l’efficienza spirituale”, ha scritto. E qui si svela il suo cuore pagano, il suo rifiuto del tormento come via d’accesso a una verità superiore. Per Pavese, l’anima deve essere lucida, forte, efficiente. La sofferenza è un’infezione che la indebolisce, una zavorra che ne impedisce il volo. Non c’è romanticismo, non c’è la figura del poeta maledetto che si nutre del proprio tormento. C’è solo un’osservazione spietata, quasi clinica, della realtà.

– La Crocifissione di Sè

E poi, la rivelazione più amara: “Soffrire è sempre colpa nostra”. Questa è la vera croce di Pavese, il peso del suo stoicismo. Perché se il dolore non viene da fuori, ma è il frutto di un nostro errore, allora la sofferenza diventa una colpa. L’uomo che non ha saputo essere forte, che si è lasciato travolgere dalla propria fragilità, è un uomo colpevole. Questa frase è un atto di auto-condanna, la più atroce che uno possa infliggersi. E qui, in questa confessione, si manifesta l’abisso della sua solitudine. Non c’è un Dio a cui offrire il dolore, né una comunità che possa accoglierlo. Ci sono solo lui e il suo fallimento.

– “Soffrire è una debolezza”.

Non c’è pietà, neanche per se stesso. Pavese si vede come un debole, un uomo senza la forza di resistere al vento, al destino, alla carne. È un giudizio implacabile che lo condanna a una fine che non può essere altro che tragica. Quell’appunto del ’38 non è un trattato filosofico, ma un grido d’agonia. È il tentativo disperato di un uomo di convincersi che il suo dolore era solo un difetto, un qualcosa che poteva essere superato con la forza di volontà. E l’ipocrisia di cui parliamo non è la sua, ma quella di un mondo che ha esaltato il dolore come valore, negando la debolezza di chi, come Pavese, non ha saputo o potuto sopportarlo. La sua morte non è stata la sconfitta del suo pensiero, ma il suo estremo, coerente epilogo.

Francesco Rizzo

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