Quando si tenta di navigare le acque turbolente del dibattito su Israele e Palestina, emerge spesso una frase che si presenta come un faro di moderazione: “né con Hamas, né con Netanyahu”. Sembra una posizione di equilibrio, un rifiuto degli estremismi. Ma, a un’analisi più attenta del nostro linguaggio, e considerando che sia ebrei che molti arabi (inclusi i palestinesi) sono popoli semiti, questa apparentemente equilibrata affermazione può rivelare un cortocircuito logico e una grammatica dell’odio particolarmente insidiosa.
Il termine “antisemitismo” storicamente si è consolidato per indicare l’odio e la discriminazione contro gli ebrei. Questo non è un caso. La sua genesi nel XIX secolo era specificamente mirata a distinguere un pregiudizio “scientifico” o “razziale” contro gli ebrei, rispetto al tradizionale antigiudaismo di matrice religiosa. Ma la premessa che sia ebrei che musulmani sono popoli semiti è linguisticamente e storicamente corretta. Le lingue semitiche includono l’ebraico e l’arabo. Tuttavia, quando l’espressione “antisemitismo” viene usata per descrivere l’odio verso gli ebrei, è l’uso storico e consolidato del termine che ne definisce il significato, non la sua etimologia più ampia. Il tentativo di diluire il significato di “antisemitismo” applicandolo indifferentemente a ogni forma di odio tra popoli di origine semitiche (ad esempio, tra arabi ed ebrei) è un gioco linguistico che mira a confondere e a depotenziarne il preciso significato storico e il suo allarme morale. Non si può parlare di “antisemitismo” da parte di un arabo verso un ebreo con la stessa logica di un pregiudizio razziale classico, ma questo non rende meno reale l’odio o la discriminazione. Il punto è la specificità del termine nell’identificare l’odio antiebraico.
Quando qualcuno afferma “né con Hamas, né con Netanyahu”, apparentemente si posiziona al di sopra delle parti. Ma se questa posizione è costantemente seguita da un linguaggio che sistematicamente demonizza Israele (o gli ebrei in generale, attraverso l’equiparazione con Israele) in modi sproporzionati rispetto ad altri conflitti o attori internazionali, allora la presunta neutralità è un velo sottile.
Questo non è un rifiuto di Hamas (che è un gruppo terroristico che persegue l’eliminazione degli ebrei) né una critica costruttiva a Netanyahu (che è un politico con specifiche responsabilità). È, invece, una costruzione linguistica che permette di esprimere ostilità verso l’entità ebraica – sia essa lo Stato di Israele o il popolo ebraico – sotto la maschera della “critica politica” o della “neutralità”. Il pregiudizio si “customizza”, si adatta, per apparire accettabile.
E veniamo alle domande più dolorose: “Quanti bambini e civili devono essere trucidati per ottenere il badge di genocidio? Non esistono civili palestinesi innocenti?”. Qui il linguaggio della quantificazione si scontra con l’orrore della realtà. La richiesta di un “numero” per definire un “genocidio” è essa stessa un tentativo di razionalizzare l’irrazionale, di trovare una soglia oltre la quale l’orrore diventa nominabile con una parola specifica. Ma il dolore, la perdita, la vita spezzata di un bambino o di un civile non sono cifre su una tabella. La sofferenza è qualitativa, non solo quantitativa.
Il termine “genocidio” ha un significato legale e storico molto preciso, legato all’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Usarlo indiscriminatamente, o attendere un numero arbitrario di morti per applicarlo, è un abuso del linguaggio che banalizza la tragedia e ne oscura la specificità. Ogni vita persa in un conflitto è una tragedia. Ogni bambino ucciso è un crimine contro l’umanità.
E la domanda: “Non esistono civili palestinesi innocenti?” è una negazione aberrante della grammatica stessa dell’umanità. La categoria di “civile innocente” è fondamentale nel diritto internazionale e nella moralità universale. Negare la loro esistenza è un atto di disumanizzazione radicale, che mira a legittimare qualsiasi violenza contro un intero gruppo, basandosi su una colpa collettiva senza fondamento. È il linguaggio che crea il mostro, che trasforma ogni palestinese in un “nemico”, annullando la loro individualità, le loro famiglie, le loro speranze. Il presidente di Israele Herzog, che firmava le bombe dello Stato genocida di Israele da tirare sui civili palestinesi, che diceva “A Gaza non ci sono civili innocenti”, è stato ricevuto dal presidente Mattarella, che gli ha espresso profonda amicizia. La verità è che l’antisemitismo “su misura” è un tentativo di aggirare le difese linguistiche e morali che la storia ha eretto contro l’odio antiebraico. Non vuole essere chiamato “antisemitismo” perché quel nome evoca Auschwitz, i pogrom, la vergogna. Ma il suo “funzionamento” è lo stesso: creare un “altro” ebraico, da isolare, da demonizzare, da rendere responsabile di tutti i mali.
Quando il linguaggio della critica politica si distorce al punto da rendere ogni ebreo, ovunque egli sia, un potenziale bersaglio di odio o sospetto a causa delle azioni di un governo o di un gruppo specifico, allora non siamo più nel campo della politica. Siamo nel campo dell’antisemitismo. E il rifiuto di essere “né con Hamas né con Netanyahu” diventa, paradossalmente, un modo per essere contro gli ebrei, senza doverne pronunciare il nome direttamente, o ammettere la natura del proprio pregiudizio. Questo è il suo inganno, la sua astuzia, la sua inerente assurdità, che il linguaggio tenta di mascherare ma non può nascondere alla fine, se solo si presta attenzione al suo uso. Allo stesso modo, negare l’innocenza di civili o fissare soglie numeriche per definire atrocità è un tentativo di razionalizzare l’odio e la violenza, un gioco linguistico che distorce la nostra stessa umanità.











