U – UTERO IN AFFITTO, MATERNITÀ SURROGATA. CRIMINE O GIOCO DI PAROLE? E L’ADOZIONE, ALLORA?

Il dibattito sull’utero in affitto e la maternità surrogata è uno dei più controversi del nostro tempo, e il linguaggio che usiamo per discuterne è spesso carico di emotività, giudizi morali e preconcetti. Parlare di “crimine” in questo contesto non è un’affermazione neutra; è un atto performativo che mira a condannare, a delegittimare una pratica. Ma se l’obiettivo è la chiarezza, dobbiamo esaminare come queste parole funzionano nel nostro linguaggio e confrontarle con pratiche che, sorprendentemente, potrebbero non essere così dissimili, come l’adozione. L’espressione “utero in affitto” è un potentissimo strumento linguistico che mira a veicolare un giudizio negativo. La parola “affitto” evoca una transazione economica, la “mercificazione” di qualcosa che, nel nostro gioco linguistico della dignità umana, non dovrebbe essere commercializzato: il corpo, la maternità, la vita. La sua funzione è quella di allarmare, di suggerire una violazione profonda di valori etici.

L’espressione più neutra “maternità surrogata” tenta di spostare il fuoco sulla funzione – la “surroga” della gestazione – ma anche qui, nel dibattito pubblico, si insinua l’idea di una transazione, di un “servizio” reso da un corpo. I sostenitori della criminalizzazione argomentano che essa trasforma il bambino in un “prodotto” e la donna in un “mezzo”, violando la dignità intrinseca di entrambi. La “giustezza” qui è radicata nel principio che il corpo e la vita non possono essere oggetto di contratto economico.

Definire la maternità surrogata un “crimine” significa equipararla ad atti come l’omicidio, il furto, la violenza. Il linguaggio del diritto penale usa la parola “crimine” per designare azioni che violano in modo grave e intollerabile l’ordine sociale e i diritti fondamentali. Applicare questa parola alla maternità surrogata è un modo per dire che essa è un male assoluto, un’aberrazione che lo Stato deve perseguire con la forza della legge.

Ma l’uso di “crimine” in questo contesto solleva un cortocircuito logico. Se l’obiettivo è tutelare la dignità della donna e del bambino, e se la pratica è frutto di libera scelta e di un contesto normativo chiaro (come in alcuni paesi dove è legale e regolamentata), l’etichetta di “crimine” potrebbe sembrare sproporzionata. Essa sembra più un tentativo di imporre una specifica visione etica attraverso la coercizione legale, piuttosto che una descrizione oggettiva di un danno universale.

E qui arriviamo alla domanda cruciale: “Adottare qualcuno allora?” Questa domanda non è retorica. Costringe il nostro linguaggio a confrontarsi con una pratica che è ampiamente accettata e considerata un atto di grande valore morale: l’adozione.

Nel gioco linguistico dell’adozione, una coppia desidera un figlio che non può avere biologicamente, e un bambino (spesso nato in situazioni di difficoltà o di abbandono) trova una famiglia. Il bambino “cambia” famiglia. Non c’è un legame biologico tra i genitori adottivi e il figlio adottato. E, in molti casi, ci sono delle transazioni economiche coinvolte nel processo di adozione (costi legali, burocratici, viaggi, ecc.), anche se non sono “pagamenti” per il bambino in sé.

Qual è la differenza fondamentale, nel linguaggio e nella pratica, tra il desiderio di una coppia di avere un figlio attraverso la maternità surrogata e il desiderio di una coppia di avere un figlio attraverso l’adozione? In entrambi i casi, l’elemento chiave è la volontà di accogliere e amare un bambino che non ha avuto origine dalla propria biologia diretta o che non può rimanere nella sua famiglia biologica.

Se la “mercificazione” è il crimine, l’adozione non ne è del tutto esente nelle sue componenti pratiche. Se l’assenza di legame genetico con chi porta in grembo il bambino è un problema, lo è anche nell’adozione. Se la “perdita di legame” con la madre biologica (nel caso della surrogata, la gestante) è un danno, lo è altrettanto nell’adozione. La chiave, forse, non è definire tout court “crimine” la pratica, ma di porre attenzione alla vulnerabilità e al consenso. Sia nella maternità surrogata che nell’adozione, la “giustezza” dell’atto non dipende dalla biologia, ma dalla tutela dei soggetti coinvolti: la donna gestante (che deve agire per scelta libera e informata, non per coercizione economica o sociale), e il bambino (il cui benessere e diritto a conoscere le proprie origini devono essere centrali).

Il nostro linguaggio è in difficoltà perché cerca di applicare categorie morali fisse a situazioni complesse e nuove. Parlare di “crimine” per la maternità surrogata, ma accettare l’adozione, rivela una contraddizione implicita nel nostro modo di usare le parole. La vera sfida non è condannare o assolvere in blocco, ma sviluppare un linguaggio e delle normative che riconoscano la dignità e l’autonomia di tutte le persone coinvolte, garantendo che le scelte siano libere e che il benessere del bambino sia sempre il fine ultimo. Altrimenti, le nostre parole, invece di fare chiarezza, creeranno solo rumore e confusione.

Francesco Rizzo

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