V – LA PROPRIETÀ PRIVATA.  UN GIOCO LINGUISTICO ERRATO

Quando pronunciamo la frase “proprietà privata”, la nostra mente evoca immediatamente un’immagine chiara: la mia casa, i miei vestiti, la mia automobile. È un concetto radicato nel nostro linguaggio, nel nostro diritto, nella nostra quotidianità. Ma cosa succede se il significato di questa espressione, che crediamo universale e solido, si sgretola di fronte a una realtà numerica schiacciante? Se il 96% dei beni e delle risorse del pianeta è nelle mani di circa 200 persone, possiamo ancora sostenere che la proprietà privata “esiste” per tutti, o il suo significato si è talmente deformato da renderla un concetto quasi vuoto per la stragrande maggioranza dell’umanità?

Nel nostro gioco linguistico, la proprietà implica un controllo, un diritto esclusivo sull’uso e sul godimento di un bene. Implica la possibilità di difendere quel bene dall’intrusione altrui, di alienarlo, di ereditarlo. Per la persona comune, questo significa che il denaro guadagnato è “suo”, la casa comprata è “sua”. È una base fondamentale per la pianificazione della vita, per la sicurezza personale, per la costruzione di un futuro.

Ma il dato numerico – il 96% delle risorse in mano a circa 200 individui – ci costringe a guardare il quadro da una prospettiva diversa. Se la “proprietà” è così concentrata, allora per la stragrande maggioranza delle persone, il loro “possesso” è di fatto una condizione precaria, un diritto contingentato e limitato. Il loro “controllo” sui beni essenziali per la vita è infinitamente piccolo, quasi irrilevante rispetto al potere di pochi. La loro proprietà è un’illusione, un gioco di parole che nasconde una realtà di dipendenza e assenza di controllo reale sulle risorse che determinano la loro esistenza. Qui si manifesta una contraddizione logica nel cuore del concetto stesso di “proprietà privata” applicato universalmente. Se un principio è valido, dovrebbe esserlo nella sua essenza per tutti coloro a cui si riferisce. Se la proprietà privata è un diritto o una condizione, allora dovrebbe essere tale da consentire a ciascuno una forma significativa di controllo sui beni che determinano la sua vita. Ma se solo una minuscola frazione della popolazione detiene la quasi totalità delle risorse, allora per il restante 99.999% della popolazione, la “proprietà privata” è un concetto svuotato di potere effettivo.

Non è che la proprietà privata “non esiste” in assoluto. Essa esiste eccome per quelle 200 persone. Per loro, il concetto è estremamente concreto e potentissimo. Ma è proprio la sua esistenza esclusiva e iper-concentrata a negarne l’esistenza e la validità per tutti gli altri. Il “tuo” e il “mio”, che dovrebbero definire i confini della proprietà individuale, diventano un linguaggio che descrive solo una frazione infinitesimale della ricchezza mondiale.

Il problema, allora, non è solo economico, ma profondamente linguistico e filosofico. Continuiamo a usare la parola “proprietà privata” come se essa avesse lo stesso significato per il miliardario e per l’operaio che vive con un salario minimo. Ma il suo “funzionamento” nel mondo è radicalmente diverso. Per il miliardario, è potere illimitato; per l’operaio, è un tetto sulla testa che può perdere in qualsiasi momento, un consumo che non incide minimamente sulla distribuzione globale della ricchezza.

Il linguaggio della “proprietà privata”, in questo contesto, rischia di diventare un velo, una convenzione che maschera una realtà di disuguaglianza radicale. Ci permette di continuare a pensare in termini di “possesso individuale” anche quando il controllo reale sulle risorse fondamentali è monopolizzato. Questo ci impedisce di affrontare la questione con la chiarezza necessaria.

Forse, per descrivere adeguatamente la nostra realtà, abbiamo bisogno di nuove grammatiche, di nuove parole che distinguano tra il “possesso minimo di sussistenza” e il “controllo massivo di risorse globali”. Perché finché useremo la stessa parola, “proprietà privata”, per descrivere due realtà così diametralmente opposte, il linguaggio, anziché illuminare, continuerà a confondere, e la vera natura del nostro sistema rimarrà celata dietro una convenzione linguistica che ha perso il suo senso universale.

Francesco Rizzo

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