La finta morte per saldare i debiti: il dramma in tre atti – LA SAPIENZA DI GIUFA’

La finta morte per saldare i debiti: il dramma in tre atti

È un teatro, la vita. Un teatro di provincia, magari, con poche comparse e un sipario che non si sa mai bene se si alzi o si abbassi per davvero. E Giufà, questo nostro Giufà, non è che il più straordinario degli attori, uno che recita la parte di sé stesso, senza rendersi conto che, recitando, fa a pezzi la realtà. Prendiamo, per esempio, questa storia, questa che chiamano “Giufà e la berretta rossa”. Una storia che pare una farsa, ma che a ben guardare ha la profondità di una tragedia, anzi, di un dramma pirandelliano. Giufà ha un debito, un debito di quelli che ti succhiano l’anima, che ti fanno sentire meno che niente. E Giufà, che fare? Andare a lavorare, a guadagnarsi il pane, a restituire i soldi? No, non sarebbe lui. E allora, ecco l’idea, l’illuminazione che arriva all’improvviso, come una lampadina che si accende nella testa vuota.

L’idea è semplice, e per questo geniale: fingere la morte. La madre, disperata, si presta al gioco. Lo mette a letto, con le candele accese e il lenzuolo bianco fin sopra il mento. E piange, piange come si conviene, come si fa per un morto vero. Il creditore arriva, magari con la brama di riscuotere quel debito che gli sta tanto a cuore, e che trova? Un lutto, un lutto vero. E che fa? Non può che commuoversi, o almeno far finta. Il denaro non si può chiedere a un morto, sarebbe cosa da infami, da gente senza cuore. E allora, nel trionfo della pietas popolare, il debito si cancella, si volatilizza, come il fumo di una sigaretta. Ma la farsa non finisce qui. Giufà si rialza, come se niente fosse. È risorto? Ma che risorto! È che il debito non c’è più. E che la vita è un gioco, un gioco crudele e spassoso.

In questa storia, c’è tutta la Sicilia che Sciascia ha raccontato e che Camilleri ha tradotto in lingua. C’è l’inganno, la finzione, la beffa. C’è l’idea che la legge, quella scritta, non serve a nulla, se non a essere raggirata. E c’è il trionfo dell’apparenza, del rito, della forma. Perché la morte, quella vera, non è importante. Quello che conta è la sua rappresentazione. E Giufà, con la sua maschera di morto, non fa che svelare il volto della società, un volto fatto di convenzioni e di ipocrisie, di regole che si infrangono con la stessa facilità con cui si rompe un vetro.

UN’EPIGRAFE PER IL LETTORE 

«Chi è Giufà, se non uno dei tanti personaggi che, come il sottoscritto, si trova a vivere la vita come un’imprevedibile rappresentazione teatrale? Un po’ di follia, un po’ di astuzia, e la realtà si disfa, si decompone, fino a rivelare la sua vera natura: una maschera, una tra le tante. E la Sicilia, ah, la Sicilia è il teatro perfetto per questo dramma, per questa commedia.»

Il fantasma di Luigi Pirandello

«Giufà, come ogni siciliano, ha un suo codice, un suo modo di stare al mondo. Non è l’idiota che credono, no. È il finto tonto, quello che guarda e non vede, che ascolta e non sente. Ma sotto a quella maschera di indifferenza, c’è un cervello che macina, che capisce che la legge dei potenti non è quella dei poveri cristi. E la giustizia, quella vera, a volte, non si trova sui libri.»

Il fantasma di Leonardo Sciascia

«Che Giufà è ‘u scemo del villaggio, dici? Ma va’! È ‘u cchiù furbu di tutti. Con ‘sta faccia di minchione, ti fa ‘na cosa che tu non ci arrivi manco a pensarla. E ti mette ‘a suttasopra ‘u munnu, ‘a giustizia, i liggi. Un poco com’è ‘u commissario Montalbano, che ‘a verità la trova ‘unni ‘a legge non la vuole manco a vederla. È la stessa cosa, capisci?»

Il fantasma di Andrea Cammilleri

Francesco Rizzo

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