L’ignaro eroe: la giustizia per caso
Giufà non ha l’ambizione di essere un eroe. Non ha l’astuzia di un brigante, non ha la forza di un guerriero, né la morale di un santo. È un personaggio senza una moralità consapevole, un protagonista per caso. E proprio in questa sua mancanza di coscienza risiede la sua forza più grande. Nelle storie dei ladri che svaligiano la chiesa, Giufà appare dal nulla. È un’ombra, una presenza che non si spiega, che non si può fermare. I ladri, che si aspettano un prete o un sacrestano, si trovano davanti un’anomalia, una stranezza che non riescono a decifrare. E si terrorizzano. Scappano, abbandonando il bottino, lasciando che la paura li renda più deboli di un bambino.
La stessa cosa accade con la storia del vitello rubato. “Giufà e il giudice” è una storia di giustizia, ma una giustizia che non viene dai tribunali o dalle aule di giustizia. Viene dal caso, dalla stupidità, dall’inaspettato. Il ladro si nasconde, si confonde con la folla. Ma Giufà, con la sua innocenza, con la sua incapacità di comprendere la menzogna, lo svela. E lo fa senza volerlo, senza rendersi conto delle conseguenze. È come se il mondo si inclinasse, come se le regole della gravità fossero sospese. E la giustizia, quella che dovrebbe essere un faro di luce, si rivela essere una cieca che inciampa sul caso.
In queste storie, c’è tutta la filosofia di Sciascia. La sua idea che la legge è uno strumento di potere, che la giustizia non è mai uguale per tutti, che la verità si nasconde, si camuffa, si perde nelle pieghe della menzogna. Giufà, con la sua ingenuità, è un po’ come l’ispettore di Sciascia, quello che si trova di fronte a un’assurdità che non riesce a spiegare, a un crimine che non ha un senso logico. E lo stesso vale per Camilleri. Il suo commissario, Salvo Montalbano, non è un investigatore che segue le regole alla lettera. È un uomo che si affida all’intuito, alla pancia, a quel “senso” che spesso lo porta a risolvere i casi contro ogni evidenza. Come Giufà, che con la sua stupidità, con il suo istinto, svela la verità, senza volerlo, senza rendersene conto.
UN’EPIGRAFE PER IL LETTORE
«Chi è Giufà, se non uno dei tanti personaggi che, come il sottoscritto, si trova a vivere la vita come un’imprevedibile rappresentazione teatrale? Un po’ di follia, un po’ di astuzia, e la realtà si disfa, si decompone, fino a rivelare la sua vera natura: una maschera, una tra le tante. E la Sicilia, ah, la Sicilia è il teatro perfetto per questo dramma, per questa commedia.»
Il fantasma di Luigi Pirandello
«Giufà, come ogni siciliano, ha un suo codice, un suo modo di stare al mondo. Non è l’idiota che credono, no. È il finto tonto, quello che guarda e non vede, che ascolta e non sente. Ma sotto a quella maschera di indifferenza, c’è un cervello che macina, che capisce che la legge dei potenti non è quella dei poveri cristi. E la giustizia, quella vera, a volte, non si trova sui libri.»
Il fantasma di Leonardo Sciascia
«Che Giufà è ‘u scemo del villaggio, dici? Ma va’! È ‘u cchiù furbu di tutti. Con ‘sta faccia di minchione, ti fa ‘na cosa che tu non ci arrivi manco a pensarla. E ti mette ‘a suttasopra ‘u munnu, ‘a giustizia, i liggi. Un poco com’è ‘u commissario Montalbano, che ‘a verità la trova ‘unni ‘a legge non la vuole manco a vederla. È la stessa cosa, capisci?»
Il fantasma di Andrea Cammilleri











