Aspettando “Agrigento di Carta”: Quando la Letteratura Diventa l’Alibi di una Città Reale. Pensare con Salvatore Ferlita

L’uscita del volume “Agrigento di Carta. Guida letteraria della provincia” di Salvatore Ferlita, promosso da un articolo di Giuseppe Maurizio Piscopo su Malgradotuttoweb, solleva un interrogativo cruciale che va oltre la semplice celebrazione culturale: quanto è pericoloso rifugiarsi nella narrazione letteraria quando la realtà socio-politica di un territorio si sgretola?

-La Nobile Mappatura del Disagio

L’idea di tracciare una mappa letteraria della provincia di Agrigento è, in sé, un’operazione culturalmente preziosa. Agrigento, terra di Giganti come Pirandello e Sciascia, e cuore dei paesaggi che hanno ispirato Camilleri, possiede un patrimonio narrativo immenso. Catalogare e geolocalizzare questi luoghi dell’anima significa offrire una chiave di lettura profonda e stratificata, riconoscendo il potere della letteratura di definire l’identità di un popolo. L’articolo di Piscopo e l’imminente libro si inseriscono in questo filone, elevando Agrigento a “città di carta,” un luogo dove l’esistenza si sublima nel racconto.

Il problema sorge quando questa esaltazione della “carta” si scontra con il giudizio espresso dallo stesso Ferlita, che definisce Agrigento una “provincia assai strana” e un “risultato di una serie di sommovimenti ideologici, antropologici, politici.” È qui che l’articolo, anziché limitarsi alla lode, espone una dolorosa dicotomia tra l’ideale e il vissuto.

-Il Circolo Vizioso del Cittadino-Suddito

Il cuore della critica risiede nella risposta di Ferlita alla domanda su quando Agrigento diventerà una “città da vivere”: “Quando la politica metterà al primo posto i cittadini. E quando i cittadini si comporteranno da cittadini appunto, non da sudditi.”

Questa affermazione, pur apparentemente impeccabile nella sua richiesta di responsabilità civica, rischia di cadere in una retorica che non offre vie d’uscita e che, in sostanza, colpevolizza i cittadini per la loro condizione. L’assunto che i cittadini debbano “comportarsi da cittadini” per meritare una politica migliore è un pericoloso rovesciamento della causalità.

In una realtà dove i servizi essenziali (infrastrutture, sanità, opportunità di lavoro) sono cronicamente deficitari, il ruolo della politica non è subordinato al risveglio civico, ma è, al contrario, la precondizione per esso. Se la politica ha fallito nel creare una dignità sociale ed economica, chiedere al cittadino di passare improvvisamente dallo stato di “suddito” a quello di “attore” suona come un atto di disperazione intellettuale o, peggio, una comoda astrazione.

La “città di carta” diventa così non solo il luogo dell’immaginario letterario, ma il luogo dell’alibi, dove si può elegantemente analizzare il disagio senza intervenire concretamente sulle sue radici politiche e strutturali. L’Agrigento letteraria, ricca di personaggi che denunciano le ingiustizie, finisce per sovrapporsi e forse persino soffocare l’Agrigento reale, incapace di auto-emanciparsi.

-La Fuga dalla Realtà nel Testo

Un altro passaggio critico è il riferimento alla classe scolastica che “sempre più rischia di trasformarsi in gattabuia, in prigione asfissiante.” Questa osservazione, lanciata quasi come una nota a margine in un contesto letterario, è in realtà un’accusa devastante al sistema educativo e sociale. Se la scuola, l’istituzione per eccellenza deputata alla formazione del cittadino critico e non suddito, è una “prigione,” allora l’appello a un risveglio civico appare ancora più vano.

Il vero valore di “Agrigento di Carta” non risiede nella guida in sé, ma nel contrasto che essa istituisce: una provincia talmente ricca di storia e di arte da nutrire generazioni di scrittori, ma talmente povera di capacità amministrativa da costringere i suoi abitanti a fuggire o a vivere nella rassegnazione.

Agrigento: una città bellissima e profonda quando è letta, analizzata e raccontata, ma stagnante e irrisolta quando deve essere vissuta. L’Agrigento di carta rischia di essere un rifugio troppo confortevole, che consente di contemplare il degrado della realtà attraverso il filtro sublime dell’arte, anziché incitare all’azione concreta per liberare la città dal suo status di “strana” e, in definitiva, infelice provincia? Chissà 🤷 ne riparleremo dopo aver letto il libro-guida!

Francesco Rizzo

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Francesco Rizzo
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