La parola e l’azione: Giufà, il discepolo della madre
La vita di Giufà, come ogni vita che si rispetti in questa terra baciata dal sole e bagnata dal mare, è un’eterna commedia che ha come regista e sceneggiatore un solo, inappellabile personaggio: la madre. È lei che dà gli ordini, che imparte le direttive, che tesse la trama. E Giufà, che in tutto e per tutto pare la sua proiezione, il suo “avatar” in carne e ossa, non fa che eseguire, con una precisione quasi scientifica, ciò che gli viene detto. E qui sta il paradosso, la maschera che si svela, il dramma che si fa commedia: la sua obbedienza cieca non porta mai al risultato sperato, ma a un rovescio, a una catastrofe buffa e inaspettata che, come un fulmine a ciel sereno, smaschera l’ambiguità del linguaggio umano.
Prendete la storia che tutti conoscono, quella di “Giufà, tirati la porta!”. La madre, stanca di vederlo oziare, lo spedisce fuori, ma non prima di avergli intimato di chiudere la porta. E Giufà, che fa? Prende la porta, la sradica dai cardini e se la porta dietro, come fosse un cane fedele che lo segue ovunque. “Ma che fai, figlio mio?” gli chiede la madre, “Perché ti sei portato la porta?”. E lui, con la sua innocenza disarmante, risponde: “Mamma, mi hai detto di tirarla, e io me la sono tirata dietro!”. Non c’è malizia, non c’è cattiveria, solo la cieca obbedienza a una parola presa alla lettera. E in questo gesto, Pirandello avrebbe visto il trionfo dell’assurdo, la prova che la realtà non è quella che crediamo, ma una costruzione verbale che può essere smontata con una semplice, innocente, azione.
O ancora, pensate a “Giufà e il canta-mattino”. Un gallo, un povero gallo che canta, che fa il suo dovere, viene preso per un’inutile fonte di rumore. E la madre, stanca, gli intima: “Giufà, ammazza ‘u cantamattino!”. E lui, senza esitazione, lo fa. Ma non solo, perché a cosa serve un gallo se non a fare il brodo? E allora, lo cucina, e lo mangia. E il giorno dopo, la madre si sveglia tardi, e non capisce perché il sole sia già alto nel cielo. “Giufà, perché il canta-mattino non ha cantato?”. E lui, che fa spallucce, risponde: “L’ho mangiato, mamma. L’hai detto tu!”. E qui, Sciascia, avrebbe sorriso amaro. Perché questa storia non è solo una barzelletta, ma un’amara riflessione sulla logica che governa il mondo. Una logica che, se applicata alla lettera, distrugge ogni cosa. È il trionfo della ragione sulla ragione, dell’obbedienza sulla saggezza, dell’azione sulla riflessione. È la prova che il linguaggio, strumento di comunicazione, è anche la più grande fonte di incomprensione e di disastri.
LA LETTERALITÀ COME STRUMENTO DI CRITICA
«Di che cosa è fatta la vita, se non di parole che si fanno azioni, e di azioni che si perdono nel vento? E che differenza c'è tra un folle che prende le parole per oro colato e un savio che le manipola per suo tornaconto? Nessuna, se non l'onestà della follia. Giufà, questo nostro Giufà, non è che l'incarnazione di questo paradosso, di questa eterna commedia dell'esistenza. L'idiota che ci svela la maschera, che ci mostra la realtà dietro le apparenze. E la Sicilia, ah, la Sicilia, è l'unico palcoscenico dove una tale commedia può essere recitata senza che nessuno si scandalizzi.» L. P.
«L'idiozia di Giufà è una forma di resistenza, una difesa contro un mondo che non vuole vederlo, un mondo che lo vorrebbe incasellare, giudicare. La sua letteralità non è un limite, ma una lente d'ingrandimento che svela le ambiguità, le doppiezze, le ipocrisie del potere. E la giustizia, quella che si proclama, quella dei giudici e dei potenti, non è che la maschera dietro cui si nasconde l'ingiustizia, la corruzione, l'arbitrio. Giufà, con la sua ingenuità, la smaschera.» L. S.
«Giufà, dici tu, è uno che non capisce una minchia. E io ti dico che capisce tutto, e capisce pure meglio di tutti noi. Perché non ci mette i pensieri suoi, i desideri, le paure. Ci mette solo quello che la parola gli dice. E 'a parola, sai, 'a parola è na cosa assai pericolosa, che ti può fare addiventare 'u re o 'u ruffiano. E Giufà, con 'sta sua fedeltà 'a parola, ci fa vedere com'è 'u munnu: una cosa fatta 'i parole, e nient'altro.» A. C.











