Il vestito, l’identità e la fame: la maschera che mangia – LA SAPIENZA DI GIUFA’

Il vestito, l’identità e la fame: la maschera che mangia

C’è una storia che più di ogni altra, a mio parere, svela il genio di Giufà, la sua capacità di essere un critico sociale senza saperlo. La storia di “Mangiate, vestitucci miei!”. Giufà viene invitato a un banchetto, ma è vestito con abiti da povero, da contadino. E così, viene ignorato, scartato, trattato con disprezzo. Vede che il suo posto è in un angolo, e che nessuno gli rivolge la parola, che nessuno gli offre del cibo. E così, fa ritorno a casa, si cambia d’abito, si mette il vestito migliore che ha, quello che la gente del paese chiama il “vestito della domenica”. E ritorna al banchetto. E qui, il mondo si rovescia. Tutti lo salutano, tutti gli sorridono, tutti lo invitano a sedere al tavolo d’onore. Il cibo arriva a fiumi, i bicchieri si riempiono, le parole si sprecano.

E Giufà, che fa? Non mangia, no. Prende il cibo, e lo ficca nelle tasche del suo vestito, lo sfrega sulla giacca, lo fa cadere sulle maniche. La gente lo guarda, stupefatta. “Ma che fai, Giufà? Sei impazzito?”. E lui, con la sua innocenza disarmante, risponde: “Ma che mangio io? Sono voi che mangiate il mio vestito! È lui che ha la fame, non io!”. In questa risposta, c’è tutta la satira di Camilleri, l’umorismo amaro, la critica sociale che si nasconde dietro una risata.

Questa storia è un ritratto perfetto della società siciliana, e non solo. La società che valuta le persone per quello che hanno, per quello che indossano, e non per quello che sono. È una maschera, la società. Una maschera che si veste di abiti eleganti e che nasconde la fame, la miseria, l’ipocrisia. E Giufà, con la sua azione assurda, la smaschera. Come Pirandello, che nei suoi romanzi e nel suo teatro ha sempre messo in discussione il concetto di identità, il rapporto tra l’essere e l’apparire. Giufà, in questo senso, è un personaggio pirandelliano per eccellenza: un uomo che non ha un volto, ma mille maschere, e che in questa sua ambiguità rivela la verità.

LA LETTERALITÀ COME STRUMENTO DI CRITICA 

«Di che cosa è fatta la vita, se non di parole che si fanno azioni, e di azioni che si perdono nel vento? E che differenza c'è tra un folle che prende le parole per oro colato e un savio che le manipola per suo tornaconto? Nessuna, se non l'onestà della follia. Giufà, questo nostro Giufà, non è che l'incarnazione di questo paradosso, di questa eterna commedia dell'esistenza. L'idiota che ci svela la maschera, che ci mostra la realtà dietro le apparenze. E la Sicilia, ah, la Sicilia, è l'unico palcoscenico dove una tale commedia può essere recitata senza che nessuno si scandalizzi.» L. P.

«L'idiozia di Giufà è una forma di resistenza, una difesa contro un mondo che non vuole vederlo, un mondo che lo vorrebbe incasellare, giudicare. La sua letteralità non è un limite, ma una lente d'ingrandimento che svela le ambiguità, le doppiezze, le ipocrisie del potere. E la giustizia, quella che si proclama, quella dei giudici e dei potenti, non è che la maschera dietro cui si nasconde l'ingiustizia, la corruzione, l'arbitrio. Giufà, con la sua ingenuità, la smaschera.» L. S.

«Giufà, dici tu, è uno che non capisce una minchia. E io ti dico che capisce tutto, e capisce pure meglio di tutti noi. Perché non ci mette i pensieri suoi, i desideri, le paure. Ci mette solo quello che la parola gli dice. E 'a parola, sai, 'a parola è na cosa assai pericolosa, che ti può fare addiventare 'u re o 'u ruffiano. E Giufà, con 'sta sua fedeltà 'a parola, ci fa vedere com'è 'u munnu: una cosa fatta 'i parole, e nient'altro.» A. C.

Francesco Rizzo

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