Dicembre in Sicilia non arriva mai all’improvviso: si avverte da lontano, come un profumo antico che si riaccende tra le vie, nei cortili, nelle cucine dove il tempo sembra rallentare. È un mese che non si limita a chiudere l’anno, ma lo raccoglie e lo illumina, come fanno solo le tradizioni che continuano a vivere anche quando cambiano forma.
Giuseppe Pitrè ricordava che la tradizione è «la storia che il popolo ha scritto nei suoi costumi». E davvero, qui, dicembre è soprattutto questo: un insieme di abitudini trasmesse senza clamore, che restano perché hanno accompagnato generazioni intere. È un mese che appartiene alle famiglie, agli odori di casa, ai piccoli dettagli che ancora oggi ci sorprendono per quanto siano rimasti fedeli a sé stessi.
13 dicembre, giorno di Santa Lucia, per molto tempo ha segnato l’inizio delle feste. Era quasi una regola non scritta. L’albero di Natale si faceva quel giorno, non prima. Le case rimanevano “normali” fino a quel momento, come se aspettassero un segnale. Poi, tra pomeriggio e sera, si aprivano gli scatoloni, si montava il pino, si provavano le luci, si sistemavano le poche decorazioni, spesso le stesse da decenni.

Negli anni ’90 si è cominciato ad anticipare all’8 dicembre, un po’ per comodità, un po’ perché lo facevano tutti. Da lì, anno dopo anno, l’anticipo è diventato prassi, fino ad arrivare a oggi, in cui a fine novembre molte case sono già pronte, illuminate, piene.
Santa Lucia portava in tavola la cuccìa, il grano bollito preparato secondo tradizioni di casa. Ogni famiglia aveva la sua: con ricotta dolce, con cioccolato, con olio e sale, o con lo zucchero per chi seguiva versioni più antiche e spartane. Accanto alla cuccìa, nelle cucine agrigentine comparivano anche gli arancini (o le arancine, secondo la geografia familiare): dorati, profumati, compatti o morbidi, comunque simbolo di festa. Erano piatti che non chiedevano di essere spiegati: si preparavano perché “si è sempre fatto così”, e forse proprio in questo stava la loro forza.



Con Santa Lucia iniziavano anche le novene. Oggi sono rare, ma chi le ha vissute non le dimentica. Piccoli gruppi giravano per vicoli e piazze con zampogne, friscaletti, ciaramedde. Non era uno spettacolo, né un’esibizione. Era una musica che attraversava le strade naturamente, un modo semplice per dire che si stava entrando nel tempo dell’attesa. Nelle sere fredde si sentiva un suono lontano, che sembrava avvicinarsi e poi allontanarsi senza imporsi. Oggi, quando succede di ascoltarle di nuovo, hanno il sapore di un ritorno più che di un’abitudine.
Le case cambiavano volto con poco. Prima che il Natale diventasse un’esplosione di luci, tutto era più misurato. Bastavano pigne raccolte durante una passeggiata, un centrino ricamato da una nonna, qualche pallina conservata con cura, stelle fatte con la carta, una candela accesa quasi ogni sera. Non era un Natale pensato per stupire: era un Natale che faceva compagnia.
E poi c’era lui: Gesù Bambino. Era lui a portare i doni, non Babbo Natale. Arrivava nella notte tra il 24 e il 25, in silenzio. E lasciava regali mai troppo costosi, ma sempre importanti: un gioco di legno, un indumento cucito in casa, una tazza nuova, un dolce preparato apposta. Era una sorpresa che non passava per la quantità, ma per il significato.

A tavola, dicembre diventava un vero racconto di famiglia. Le sfingi calde della sera della Vigilia—gonfie, dorate, leggere—arrivavano come una certezza. Accanto a loro oggi c’è il panettone ripieno, che è diventato quasi una gara di creatività: creme, glasse, frutta secca, cioccolato. Due mondi lontani ma non in conflitto: tradizione e modernità si incontrano senza togliersi spazio.
Le sere di dicembre avevano (e hanno) un ritmo tutto loro: le giocate a carte. Scopa, tressette, briscola, sette e mezzo. Tavoli che si riempiono, carte che si mischiano, discussioni su chi bara e chi no, risate che si alternano alle proteste. È un suono preciso: quello delle carte sul tavolo, un colpo secco che diventa parte della scenografia familiare.
In questo intreccio di cibo, suoni, piccoli riti e ritorni, si sente forte una verità che Leonardo Sciascia esprimeva con lucidità: «È solo la memoria, se non si lascia sopraffare dal chiasso della cronaca, che può dare il senso dell’accaduto». Dicembre, da queste parti, è proprio questo: un esercizio di memoria che non pesa, che non divide, che non si vanta. Sta lì, nelle cucine piene, nei salotti riscaldati, nelle mani che preparano e in quelle che aspettano.
Dicembre, in Sicilia, non è mai solo un mese: è un modo di vivere. E ogni anno, anche solo per qualche giorno, torna a ricordarci chi siamo.
Approfondimento: La Cuccìa, il dolce tipico siciliano a base di chicchi di grano, non è solo una ricetta, ma un simbolo della memoria storica dell’isola.
Si consuma il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, in ricordo di una grave carestia che colpì Siracusa nel 1646. Quando una nave carica di grano giunse miracolosamente, gli abitanti, affamati, lo bollirono e lo mangiarono immediatamente, non avendo il tempo di macinarlo per fare il pane.
Per questo, il 13 dicembre i siciliani tradizionalmente evitano di mangiare pane e pasta e onorano la memoria di quel giorno consumando solo la Cuccìa (grano lessato con ricotta, cioccolato o vino cotto) o gli arancini (fatti con il riso).





