La giustizia e il suo rovescio: il giudice ubriaco
La figura del giudice, in Sicilia, è sempre stata complessa, ambigua. Simbolo della legge, eppure spesso simbolo del suo rovescio. E Giufà, con la sua innocenza, non fa che rendere evidente questa ambiguità. Pensate a “Giufà e il giudice”. Un giudice, con la sua toga e la sua autorevolezza, si trova a dover giudicare Giufà per un reato banale. Ma Giufà, che fa? Lo confonde, lo spiazza, lo mette in crisi con la sua logica assurda. Risponde alle domande con frasi a doppio senso, con ragionamenti che non hanno senso, con un’innocenza che il giudice non riesce a decifrare. E così, il giudice, che dovrebbe essere il custode della legge, si ritrova a essere la vittima di un gioco, la marionetta in una commedia che non capisce.
Ma è con la storia del “Giudice ubriaco” che Giufà raggiunge l’apice della sua arte sovversiva. Un giudice, dopo un’abbuffata, si ubriaca e si addormenta in un angolo. E Giufà, che passa di lì per caso, lo vede. E che fa? Non ride, non lo deride, non lo denuncia. Lo prende, lo spoglia, e gli mette i suoi vestiti. E poi, se ne va, lasciandolo lì, addormentato, vestito come un povero diavolo. E il giorno dopo, il giudice si sveglia, si guarda allo specchio e si vede vestito di stracci. Non si riconosce, non capisce. La sua identità, il suo potere, la sua autorità, sono spariti, rubati da un idiota che ha agito in modo letterale, in modo innocente.
In questa storia, c’è tutta la filosofia di Sciascia, la sua critica al potere, la sua idea che il male si nasconda dietro l’apparenza, dietro la legge, dietro la giustizia. Il giudice, ubriaco e spogliato, non è che la metafora del potere che si perde, che si annulla, che si dissolve di fronte all’innocenza di un uomo che non ha nulla da nascondere, perché non ha nulla da perdere. E in questa storia, c’è anche il tocco di Camilleri, la sua capacità di far ridere per non piangere, di raccontare una tragedia con le parole di una farsa. E Giufà, in questo senso, è l’incarnazione di un popolo che ha imparato a difendersi dal potere con l’umorismo, con la satira, con la beffa. Un popolo che ha capito che il re è nudo, e che la legge è una maschera. E la verità, quella vera, si nasconde sempre dietro il volto di un idiota.
LA LETTERALITÀ COME STRUMENTO DI CRITICA
«Di che cosa è fatta la vita, se non di parole che si fanno azioni, e di azioni che si perdono nel vento? E che differenza c'è tra un folle che prende le parole per oro colato e un savio che le manipola per suo tornaconto? Nessuna, se non l'onestà della follia. Giufà, questo nostro Giufà, non è che l'incarnazione di questo paradosso, di questa eterna commedia dell'esistenza. L'idiota che ci svela la maschera, che ci mostra la realtà dietro le apparenze. E la Sicilia, ah, la Sicilia, è l'unico palcoscenico dove una tale commedia può essere recitata senza che nessuno si scandalizzi.» L. P.
«L'idiozia di Giufà è una forma di resistenza, una difesa contro un mondo che non vuole vederlo, un mondo che lo vorrebbe incasellare, giudicare. La sua letteralità non è un limite, ma una lente d'ingrandimento che svela le ambiguità, le doppiezze, le ipocrisie del potere. E la giustizia, quella che si proclama, quella dei giudici e dei potenti, non è che la maschera dietro cui si nasconde l'ingiustizia, la corruzione, l'arbitrio. Giufà, con la sua ingenuità, la smaschera.» L. S.
«Giufà, dici tu, è uno che non capisce una minchia. E io ti dico che capisce tutto, e capisce pure meglio di tutti noi. Perché non ci mette i pensieri suoi, i desideri, le paure. Ci mette solo quello che la parola gli dice. E 'a parola, sai, 'a parola è na cosa assai pericolosa, che ti può fare addiventare 'u re o 'u ruffiano. E Giufà, con 'sta sua fedeltà 'a parola, ci fa vedere com'è 'u munnu: una cosa fatta 'i parole, e nient'altro.» A. C.











