La critica della legge: il tribunale del buon senso
Sciascia, nel suo “Il contesto”, ha descritto un mondo dove la legge è uno strumento di potere, un’arma che viene usata per difendere gli interessi dei potenti, per schiacciare i deboli. E Giufà, pur non avendo coscienza di sé, pur essendo un personaggio che agisce in modo elementare, mette in discussione le fondamenta stesse di questa legge.
Quando Giufà si trova di fronte a un giudice, a un poliziotto, a un’autorità, non si difende con le parole, con i cavilli legali. Si difende con la sua natura, con la sua innocenza. E in questo modo, svela la fragilità del sistema legale. La sua logica, la sua letteralità, la sua incapacità di comprendere le regole, fanno crollare il castello di carte della giustizia. In una delle sue storie, Giufà si siede sul trono del sultano e si fa trattare come un re. Quando gli viene chiesto perché lo abbia fatto, risponde con la sua solita innocenza: “Perché mi ci sono seduto e mi sono trovato bene”. Con questa risposta, Giufà non solo infrange un tabù, ma mette in discussione la legittimità stessa del potere. Dimostra che il potere non è una cosa sacra, ma una cosa che si può prendere, che si può indossare, che si può ridicolizzare.
E in questa sua critica, Giufà si avvicina a un’altra figura di grande rilievo nel panorama letterario siciliano: il commissario Montalbano. Anche Montalbano, infatti, spesso agisce al di fuori delle regole, delle procedure, della legge scritta. Segue il suo intuito, la sua pancia, la sua morale. E in questo modo, svela la fragilità di un sistema che, pur di sembrare giusto, si allontana sempre di più dalla verità. Giufà, come Montalbano, ci insegna che la giustizia non è una cosa che si trova nei codici, ma una cosa che si trova nel buon senso, nella moralità, nella dignità umana. E che a volte, per trovarla, bisogna avere il coraggio di essere un po’ folli.
L'ARCHETIPO NEL PENSIERO DI SCIASCIA
«Ogni personaggio che mi è nato, che mi si è affacciato alla mente, ha sempre avuto qualcosa di Giufà. Non la stupidità, no, quella è una maschera che serve. Ma quell'ingenuità, quella sfacciataggine di agire senza calcolo, senza un secondo fine, senza quella ragione che fa di un uomo un'ombra di se stesso. Giufà è il sogno dell'impunità, il desiderio di essere finalmente se stessi, senza il peso del giudizio, senza la condanna del mondo. E in Sicilia, questo sogno è una cosa che si respira, che ti entra nelle ossa.» L. P.
«Giufà non è il folle, no. Il folle è chi crede di essere nel giusto, chi applica le leggi senza domandarsi chi le ha scritte e a che cosa servono. Giufà, con la sua sconsideratezza, mette a nudo la fragilità di quelle leggi, la loro arbitrarietà. È un sismografo della verità, un bassotto della sapienza popolare. E come ogni bassotto, scava, scava, fino a trovare l'osso, fino a trovare la verità che nessuno vuole vedere.» L. S.
«Giufà, a mia, mi fa pensare a certe persone che ho conosciuto. Che sembrano dei santi, e invece sono diavoli. E che sembrano dei poveri cristi, e invece ti fottono pure l'anima. Giufà, dici tu, è uno che non capisce. E invece, capisce tutto, perché ha capito che in 'stu munnu, la legge è 'a legge del più forte. E che per campare, a volte, tocca farsi i furbi. O farsi i finti tonti. Che poi è 'a stessa cosa.» A. C.











