L’influenza nell’arte e nell’artigianato: il pupo che vive – LA SAPIENZA DI GIUFA’

L’influenza nell’arte e nell’artigianato: il pupo che vive

La figura di Giufà, questo folle innocente, non è rimasta confinata nel mondo delle favole e dei racconti orali. No, in questa terra dove la storia si fa carne e sangue, dove il mito si fa quotidianità, Giufà ha trovato una sua vita, un suo volto, una sua rappresentazione. Ed è entrato nel mondo dell’arte e dell’artigianato, diventando un’icona, un simbolo, un pupo che vive. E dove, se non in Sicilia, poteva accadere una cosa del genere? In una terra dove i pupi siciliani, quei guerrieri di cartone e legno, non sono semplici giocattoli, ma custodi di una tradizione, di una storia, di un’anima.

Giufà, con la sua sconsideratezza, non è un paladino, non è un guerriero che combatte per la giustizia. È un antieroe, un personaggio che infrange le regole, che vive al di fuori del codice cavalleresco. E per questo, è l’incarnazione perfetta di un’altra verità, di un’altra Sicilia, quella del popolo, dei poveri cristi, dei furbi e dei finti tonti. E così, lo ritroviamo nelle rappresentazioni figurative, nelle sculture di terracotta, nei bassorilievi che ornano le case, nei quadri naif che raccontano la vita di tutti i giorni. Lo vediamo con la sua faccia da scemo, con le sue mani che stringono un oggetto che non dovrebbe essere lì, con i suoi occhi che guardano il mondo come se lo vedessero per la prima volta. E in ogni suo gesto, in ogni sua espressione, c’è un’ombra di riso, un’ombra di ironia, un’ombra di satira. Perché l’arte, in Sicilia, non è solo una cosa bella da guardare, ma uno specchio che ci riflette e ci svela.

E Pirandello, che ha sempre amato il teatro, avrebbe sicuramente visto in Giufà una maschera perfetta. Una maschera che non ha bisogno di essere indossata, perché è già il suo stesso volto. Una maschera che svela la verità, che mette in crisi la finzione, che fa a pezzi la realtà. E Sciascia, che ha sempre amato la verità, avrebbe visto in Giufà un’altra forma di giustizia, una giustizia che non ha bisogno di tribunali, di leggi scritte, di giudici corrotti. Una giustizia che si fa con le mani, con la testa, con il cuore. Una giustizia che si fa con la risata, con la beffa, con l’ironia.

L'OMBRA DI UN'IDEA

«Ogni personaggio che mi è nato, che mi si è affacciato alla mente, ha sempre avuto qualcosa di Giufà. Non la stupidità, no, quella è una maschera che serve. Ma quell'ingenuità, quella sfacciataggine di agire senza calcolo, senza un secondo fine, senza quella ragione che fa di un uomo un'ombra di se stesso. Giufà è il sogno dell'impunità, il desiderio di essere finalmente se stessi, senza il peso del giudizio, senza la condanna del mondo. E in Sicilia, questo sogno è una cosa che si respira, che ti entra nelle ossa.» L. P.

«Giufà non è il folle, no. Il folle è chi crede di essere nel giusto, chi applica le leggi senza domandarsi chi le ha scritte e a che cosa servono. Giufà, con la sua sconsideratezza, mette a nudo la fragilità di quelle leggi, la loro arbitrarietà. È un sismografo della verità, un bassotto della sapienza popolare. E come ogni bassotto, scava, scava, fino a trovare l'osso, fino a trovare la verità che nessuno vuole vedere.» L. S.

«Giufà, a mia, mi fa pensare a certe persone che ho conosciuto. Che sembrano dei santi, e invece sono diavoli. E che sembrano dei poveri cristi, e invece ti fottono pure l'anima. Giufà, dici tu, è uno che non capisce. E invece, capisce tutto, perché ha capito che in 'stu munnu, la legge è 'a legge del più forte. E che per campare, a volte, tocca farsi i furbi. O farsi i finti tonti. Che poi è 'a stessa cosa.» A. C.

Francesco Rizzo

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