Giorgio Kiaris e la “Cinemelografia” Pirandelliana

Il sodalizio artistico tra Giorgio Kiaris e la figura di Luigi Pirandello trova una delle sue declinazioni più affascinanti in una convergenza teorica che Beniamino Biondi, durante la presentazione ad Agrigento, ha identificato come “cinemelografia”. Questo concetto, coniato originariamente da Pirandello, descriveva una visione del cinema inteso non come narrazione didascalica o sonora, ma come pura rappresentazione cromatica dell’attività onirica umana.

Nelle opere di Kiaris, questa teoria si traduce in una “teologia del colore” che non mira a descrivere la realtà, ma a manifestare fisicamente il caos primordiale della psiche. Le tele diventano portali alchemici dove il pigmento nervoso si fa metafora speculare della molteplicità illusoria dell’esistente.

L’approccio di Kiaris è caratterizzato da una complessa stratigrafia visiva. Le sue opere sono il risultato di sovrapposizioni costanti, dove ogni strato materico rappresenta una maschera che si aggiunge o si scontra con la precedente:

  • Il Flusso Cromatico: Il fondo agitato e i pigmenti densi rappresentano il “Flusso”, ovvero la vita organica e informe che scorre sotto la superficie delle convenzioni sociali.
  • La Forma Aurea: L’inserimento di lamine dorate e schegge metalliche simboleggia la “Forma”, il tentativo disperato dell’individuo di fissarsi in un’identità unitaria e assoluta, quasi divina.
  • La Collisione Estetica: La discrasia tra la compostezza dell’oro e l’agitazione del fondo materico incarna visivamente il “sentimento del contrario” tipico dell’umorismo pirandelliano.

Il cinema sperimentale e il segno erratico

Il parallelismo tra Kiaris e Pirandello si estende fino alle avanguardie cinematografiche degli anni ’60. Durante il dibattito, è stato evidenziato come le opere di Kiaris richiamino la tecnica di artisti radicali che graffiavano e dipingevano direttamente sulla pellicola (come Stan Brakhage o Jack Smith), trasformando il supporto in un’opera d’arte pittorica e dinamica.

Allo stesso modo, il “segno nomade ed erratico” di Kiaris non cerca la bellezza fine a se stessa, ma agisce come un diaframma che filtra la luce per rivelare la cruda verità che si cela dietro ogni “persona”. Le figure incomplete e mutilate che popolano i suoi “sei atti” non sono errori formali, ma reliquie dell’impossibilità dell’anima moderna di essere un’entità intera e monolitica.

In definitiva, Kiaris non dipinge l’uomo, ma il suo Caos e la sua Angoscia. Attraverso l’uso sapiente del collage e del mixed media, l’artista forza la materia a palesare ciò che la sua natura determinata non permetterebbe, creando un “teatro della realtà” dove lo spettatore è costretto a confrontarsi con la propria zona d’ombra. Come affermato da Kiaris stesso, il processo creativo lo ha portato a smarrirsi tra le quinte di un teatro interiore, restituendo una visione tridimensionale e poliedrica della condanna umana alla molteplicità.

La Redazione

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Francesco Rizzo
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