Il nucleo speculativo del progetto “Un ritratto in sei atti” risiede nel termine greco πρόσωπον (prósopon). Questa parola, che originariamente denota la “maschera” e la “faccia”, porta con sé un’ambivalenza semantica che attraversa la storia dell’Occidente: essa identifica sia il “personaggio” teatrale sia il “ruolo sociale” che l’individuo è costretto a recitare. Se nel cristianesimo il prósopon (tradotto in latino come persona) definisce l’attributo della Trinità, nel dialogo tra Pirandello e Kiaris esso assume una valenza profondamente anti-teologica.
L’identità, come mostrato da Francesco Rizzo, non è più un’unità garantita dal divino, ma una “fertile falsificazione”. Pirandello e Kiaris denunciano la persona come una menzogna sociale accettata paradossalmente come un “cappio al collo”. In questo contesto, il volto autentico cessa di esistere: non ci sono volti che indossano maschere, poiché la maschera stessa è l’unica realtà percepibile.
La dialettica tra forma e flusso
Le opere di Kiaris agiscono come una Εἰσαγωγή (Isagoge) critica alla dannazione dell’io moderno. L’artista romano mette in scena la frattura insanabile tra la “Forma” e il “Flusso”:
- La Forma (La Maschera): Rappresentata dalle lamine dorate e dalle schegge metalliche, è il tentativo dell’uomo di cristallizzarsi in un’immagine definita, una pretesa di unità che si rivela illusoria.
- Il Flusso (La Vita): Identificato nel fondo agitato e nel pigmento nervoso, è l’esistenza organica e informe che la maschera tenta invano di imprigionare.
- La Scissione Ontologica: La collisione tra l’oro sacro e il caos profano non è una scelta estetica, ma una “Crocifissione” simbolica: la maschera viene inchiodata alla verità della sua dissoluzione.
L’anima moderna come mosaico in frantumi
Nelle “tele” di Kiaris, le figure appaiono costantemente incomplete, spezzate o mutilate. Questa scelta non è casuale: l’artista rifiuta di rappresentare una totalità utopistica, esponendo invece i “lacerti di un’identità disarticolata”. L’utilizzo del collage diventa uno strumento di analisi concettuale per dimostrare che non siamo persone intere, ma “pezzi incollati” che minacciano di cadere a ogni movimento.
Kiaris, con la stessa lucidità del maestro siciliano, suggerisce il “nulla vertiginoso” che si annida in ogni pretesa di identità assoluta. Siamo condannati a simulare l’Unità mentre siamo fatalmente molteplici e divisi.
Il progetto culmina nel riconoscimento dell’angolo buio interiore come l’unica, vera proprietà dell’uomo. È in quella zona d’ombra, in quel “nemico che ci sta silenziosamente uccidendo”, che risiede il nucleo della nostra tragica e sacra individualità. Accettare questa imperfezione assoluta significa, paradossalmente, uscirne perfezionati, riconoscendo nella nostra “fossa interiore” l’unica onestà possibile.
La redazione











