La critica manzoniana degli ultimi dieci anni (Nigro, 2022; Bologna, 2020) ha progressivamente abbandonato la lettura di Don Abbondio come semplice “macchietta” comica, elevandolo a figura centrale di una riflessione sulla responsabilità individuale. Il dialogo nel capitolo XXV tra il Cardinale e il curato non è solo un confronto tra un santo e un peccatore, ma lo scontro tra due ontologie del dovere. Don Abbondio rappresenta quella che Hannah Arendt definirà secoli dopo come la banalità del male. Il suo “male” non nasce da una volontà maligna o da un piacere nel nuocere, ma dall’assenza di pensiero e dalla rinuncia alla responsabilità in nome della sopravvivenza. In questo senso, la dialettica classica “buoni contro cattivi” fallisce: Abbondio non è “cattivo”, è “nullo”. Ed è proprio questa nullità a generare le conseguenze più nefaste per i protagonisti.
Retorica della carità vs. retorica della paura
Il colloquio tra i due è un esercizio di funambolismo verbale. Da una parte, Federigo parla il linguaggio della metafisica della carità; dall’altra, Don Abbondio risponde con la pragmatica della sottomissione. Federigo utilizza concetti universali: amore, sacrificio, ministero. Abbondio risponde con la particolarità del corpo: i rischi, i “fieri tratti”, la pelle da salvare. La letteratura scientifica recente (Grisolia, 2021) sottolinea come in questo dialogo il “male” si manifesti come un’incapacità di astrazione. Per Don Abbondio, il bene è un lusso che il povero diavolo non può permettersi.
“Il coraggio, uno non se lo può dare.”
In questa celebre sentenza si condensa la fine della dialettica etica: se la virtù è un dono naturale e non una conquista della volontà, allora la distinzione tra buoni e cattivi diventa una questione biostatistica, svuotando di senso il merito cristiano. Federigo, tuttavia, smonta questa difesa argomentando che il dovere non presuppone il coraggio, ma la fede.
Federigo e il dovere dell’erosione
Federigo Borromeo incarna una teodicea attiva. Egli non giustifica Dio a parole, ma attraverso l’azione istituzionale. Tuttavia, il suo limite emerge proprio nel dialogo con l’impiegato della fede, Don Abbondio.
Mentre il Cardinale vive nella dimensione del “dover essere”, Abbondio vive nella dimensione dell'”essere-nel-mondo” (Heideggerianamente inteso). La ricerca di Verdirame (2019) evidenzia come Federigo commetta un errore di prospettiva: egli sottovaluta il potere paralizzante della paura sistemica. Il male di Don Abbondio è un male strutturale, figlio di una società (quella del Seicento lombardo) dove la legge è un pleonasma e la forza è l’unica moneta corrente.
Un aspetto innovativo della critica contemporanea riguarda la percezione della “bontà” di Federigo. Per Don Abbondio, il Cardinale non è un salvatore, ma un ulteriore elemento di disturbo nel suo precario equilibrio. La santità di Federigo è “aggressiva”: essa esige un eroismo che il curato non possiede.
Qui si consuma la fine della dialettica:
- Il Buono (Federigo) diventa, involontariamente, un oppressore psicologico.
- Il Cattivo (Don Abbondio/Il Sistema) diventa una vittima della propria mediocrità.
Questa inversione dei ruoli suggerisce che il male banale è più difficile da estirpare del male assoluto dell’Innominato. Se l’Innominato può convertirsi perché ha toccato l’abisso, Don Abbondio non può cambiare perché vive in una perpetua zona grigia.
La “zona grigia”
Il saggio di Primo Levi sulla “zona grigia” è stato spesso accostato alla figura di Don Abbondio negli studi degli ultimi anni (Esposito, 2018). Il dialogo con il Cardinale mette a nudo come il potere ecclesiastico sia popolato da uomini che hanno trasformato la missione in impiego.
| Caratteristica | Federigo Borromeo (Il Sublime) | Don Abbondio (Il Banale) |
| Visione del Mondo | Provvidenzialismo attivo | Determinismo della paura |
| Concetto di Legge | Giustizia Divina | Convenienza terrena |
| Relazione con l’Altro | Sacrificio di sé | Strumentalizzazione del silenzio |
| Esito del Dialogo | Ammonizione morale | Risentimento represso |
Il fallimento comunicativo tra i due è totale: Federigo parla all’anima, Abbondio risponde allo stomaco. Questo “dialogo tra sordi” segna il tramonto dell’illusione che la ragione o la fede possano risolvere ogni conflitto etico attraverso la semplice distinzione tra bene e male.
Il colloquio funambolico tra l’arcivescovo e il curato rivela che la vera minaccia per l’edificio morale non è il “cattivo” monumentale (l’Innominato), ma il “buono” che per paura si fa complice (Don Abbondio). La banalità del male risiede proprio in questa incapacità di vedere l’altro (Renzo e Lucia) se non come ostacoli alla propria tranquillità.
Manzoni, attraverso questa dialettica spezzata, ci consegna una verità modernissima: il confine tra buoni e cattivi è un lusso della teoria; nella pratica della storia, la distinzione corre lungo la sottile linea della responsabilità individuale di fronte alla paura.
Bibliografia scientifica
- Arendt, H. (ed. cons. 2023). La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. Feltrinelli. (Testo teorico di riferimento per l’analisi della mediocrità del male).
- Bologna, C. (2020). L’io diviso di Don Abbondio: tra etica e sopravvivenza. Einaudi.
- Esposito, R. (2018). Politica e negazione. Einaudi. (Sulla “zona grigia” del potere burocratico).
- Grisolia, A. (2021). Manzoni e la modernità. Carocci. (Confronto tra le figure ecclesiastiche nel romanzo).
- Nigro, S. S. (2022). Il custode del vuoto: Don Abbondio e la Chiesa del Seicento. Sellerio.
- Tellini, G. (2024). Manzoni. Salerno Editrice. (Nuova monografia con focus sulla psicologia dei personaggi minori).
- Verdirame, S. (2019). La giustizia dei Promessi Sposi. Il Mulino.






