La trappola del “Troppo bravo”

C’è una nebbia sottile che risale dalle carte giudiziarie e s’impiglia tra le colonne dei giornali, una nebbia che a Palermo conosciamo bene: ha l’odore della polvere da sparo mischiata al profumo dei gelsomini. Se Roberto Alajmo dovesse raccontare il referendum del 1991, quel fatidico quesito sulla preferenza unica, lo farebbe partendo da un dettaglio minimo, forse dal rumore di una sedia che striscia in un ufficio del CSM o dal ticchettio di una macchina da scrivere che batte sentenze di morte civile prima ancora che mafiosa.

C’è una maledizione che insegue chi decide di contare le teste dei mostri. Giovanni Falcone, in quel giugno del ’91, era già un uomo che camminava sulla propria ombra. Il referendum sulla preferenza unica, promosso da Mario Segni, fu il palcoscenico di un paradosso tutto italiano: la lotta contro il voto di scambio diventava, per trasposizione, la lotta contro chi quel sistema voleva scardinarlo.

Si diceva che Falcone, sostenendo implicitamente quella spallata al sistema dei partiti, volesse farsi “legislatore”. Che avesse smesso la toga per indossare il sarto del potere. Era la stessa accusa che oggi, con un riflesso condizionato da manuale di psichiatria politica, viene lanciata a Nicola Gratteri. Il discredito non è mai un urlo; è un sussurro continuo, un’erosione.

  • Per Falcone, il referendum fu l’occasione per i “gattopardi” della politica di dire che il magistrato era uscito dal seminato. “Si occupa di schede elettorali invece che di lupare,” dicevano, mentre lui cercava solo di togliere l’acqua in cui il pesce mafioso nuotava felice.
  • Per Gratteri, il parallelismo si accende quando la sua voce esce dall’aula di tribunale per entrare nel dibattito sulle riforme. Ogni volta che Gratteri dice “questa legge favorisce le cosche”, scatta il riflesso del 1991: l’accusa di populismo giudiziario.

È la tecnica del “troppo”: Falcone era troppo esposto, Gratteri è troppo categorico. In Italia, il “troppo” è l’anticamera dell’isolamento. Se guardiamo Gratteri oggi, in certe interviste dove il tono si fa aspro e la stanchezza scava solchi che sembrano le rughe della Calabria intera, rivediamo quel Falcone che a Roma cercava di spiegare perché servisse una Superprocura. Entrambi hanno commesso lo stesso peccato imperdonabile: hanno spiegato il trucco. Il referendum del ’91 spiegava che il potere si riproduceva attraverso i nomi scritti sulla scheda; le denunce di Gratteri spiegano che il potere si riproduce attraverso le maglie larghe di una burocrazia che sembra scritta apposta per essere aggirata.

La tragedia di certi uomini non è che nessuno li ascolti. È che tutti capiscono benissimo cosa stanno dicendo, e proprio per questo decidono di non perdonarglielo.”

Falcone morì con l’etichetta di “ambizioso” ancora fresca di stampa. Gratteri vive con quella di “allarmista” cucita addosso come una divisa. Il parallelismo del referendum ci insegna che quando un magistrato tocca il meccanismo del consenso, il sistema smette di difenderlo e inizia a studiarne le misure per la cassa.

L’Era Falcone: Il fango prima del tritolo

  • 1987-1988: Il “Sogno” infranto del Pool. Dopo il trionfo del Maxiprocesso, il sistema reagisce con la burocrazia. Il CSM applica il criterio del “più anziano” invece che del “più bravo”. Antonino Meli vince su Falcone. Risultato: il Pool viene smembrato, le indagini parcellizzate. È il primo grande raffreddamento: la mafia torna a essere un problema di “singoli reati” e non una struttura unitaria.
  • 1989: L’Addaura e il sospetto del “finto attentato”. Fallisce l’attentato sugli scogli. Invece della solidarietà, arriva il veleno. Si sussurra che Falcone le bombe se le sia messe da solo. È il capolavoro del discredito: trasformare la vittima in un commediante in cerca di promozione.
  • 1991: La Superprocura al microscopio. Falcone propone la DNA (Direzione Nazionale Antimafia). La politica e gran parte della magistratura insorgono: “Volete creare un mostro”, “È un attentato alla democrazia”. Si cerca di svuotare la legge di ogni potere reale, temendo che un uomo solo possa avere le chiavi di tutti i segreti d’Italia.

L’Era Gratteri: La palude normativa

  • 2014: Il “Veto” del Quirinale. Gratteri è a un passo dal diventare Ministro della Giustizia nel governo Renzi. All’ultimo secondo, il suo nome sparisce. Si dice che la sua “irruenza” non fosse adatta ai palazzi romani. Il messaggio è chiaro: puoi arrestare i picciotti, ma non puoi scrivere le leggi.
  • 2021-2022: La Riforma Cartabia. Mentre Gratteri istruisce il maxi-processo Rinascita-Scott, arriva la riforma della “improcedibilità”. Per un magistrato che insegue processi complessi con centinaia di imputati, è come correre una maratona mentre qualcuno accorcia il tempo massimo per tagliare il traguardo. Se il processo è troppo lungo, muore.
  • 2023-2024: Le “nuove” leggi su Intercettazioni e Stampa. Arrivano i limiti alla pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare e restrizioni sull’uso dei trojan e delle intercettazioni. Gratteri urla che così “si smantella il sistema di contrasto alle mafie”. La risposta del palazzo è il solito ritornello del 1991: “Dobbiamo tutelare il cittadino dallo strapotere delle procure”.

Il Metodo del Pendolo

C’è un meccanismo ricorrente, quasi letterario nella sua crudeltà:

  1. L’Azione: Il magistrato scoperchia un livello troppo alto (i rapporti mafia-politica-massoneria).
  2. La Reazione: Si attiva la macchina del fango (“è un esaltato”, “vuole fare politica”).
  3. La Soluzione: Si emana una legge che non colpisce il magistrato, ma lo strumento che usa (le intercettazioni, il coordinamento, i tempi del processo).

In Italia sappiamo che per fermare un uomo che corre non serve sparargli alle gambe. Basta cospargere la strada di sapone e aspettare che sia lui stesso a scivolare, mentre i passanti guardano altrove e dicono che, in fondo, correva troppo forte.

Francesco Rizzo

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