L’impertinenza del reale. Usman, o il diritto di non essere un simbolo

di Francesco Rizzo

C’è un momento preciso, nella narrazione contemporanea sul fenomeno migratorio, in cui il pietismo si trasforma in una gabbia e la statistica in un sudario. Roberto Alajmo, con la precisione chirurgica che lo contraddistingue e quella sua sicilianità che non è mai folklore ma sempre metafisica, decide di scardinare questa gabbia. Lo fa con Il piano inclinato, un romanzo che non è “sull’immigrazione”, ma è, molto più pericolosamente, un romanzo sulla condizione umana e sulla frizione violenta tra il desiderio e la realtà.

1. La dissacrazione del “migrante ideale”

La prima operazione, quasi iconoclasta, che Alajmo compie è la sottrazione della santità. Siamo stati abituati a una letteratura (e a un giornalismo) che ci consegna il migrante come un’icona bidimensionale: o la vittima sacrificale, pura e senza macchia, perennemente avvolta in una coperta isotermica, o il pericolo oscuro che minaccia l’ordine costituito. Alajmo ci restituisce invece Usman, un diciassettenne che ha il diritto di essere un “pasticcione”, un ingenuo, persino un po’ razzista a modo suo, capace di giudicare i suoi compagni di sventura con lo stesso sguardo parziale che noi rivolgiamo a lui.

Questa è la vera impertinenza del libro. Usman non scappa solo dalla fame o dalla guerra — moventi che noi occidentali accettiamo con un cenno di assenso paternalistico perché rientrano nel nostro schema del “giusto soccorso” — ma scappa per il desiderio, squisitamente adolescenziale e universale, di vedere cosa c’è “oltre”. È il desiderio di Londra, di Ibiza, della maglia della Juventus che porta addosso come un talismano di appartenenza preventiva. Alajmo rivendica per il suo protagonista il diritto al capriccio, all’errore, alla mediocrità. In una parola: alla tridimensionalità. Usman non è un “caso umano”, è un essere umano, con tutte le spigolosità che questo comporta.

2. Il ricalco collodiano: la Sicilia come Paese dei Balocchi

L’architettura del romanzo poggia su un pilastro nobile e inquietante: Pinocchio. Ma non è un gioco letterario fine a se stesso o un esercizio di citazionismo per accademici. La scelta di fare di Usman un ricalco del burattino di Collodi serve a sottolineare la natura “meccanica” e spietata del destino. Come Pinocchio, Usman è circondato da figure che sono funzioni: Gatti e Volpi in versione scafista, Lucignoli che portano verso l’integralismo radicale come fosse un parco giochi per disperati, Fate Turchine che si sdoppiano tra la fredda burocrazia dell’accoglienza e la carità privata, spesso più utile a chi la esercita che a chi la riceve.

La Sicilia, in questo contesto, smette di essere la terra del Gattopardo per diventare un gigantesco, obliquo Paese dei Balocchi. Un luogo dove l’integrazione è una promessa che si trasforma continuamente in asino, dove la “macchina dell’accoglienza” ha gli stessi ingranaggi arrugginiti di un tribunale di provincia descritto da Kafka. Alajmo non ci risparmia nulla: la Palermo che descrive non è quella della cartolina solidale della “città aperta”, ma una città dove la “filiera della commozione” è cortissima — ci si commuove finché il naufrago è in mare — ma la memoria e la pazienza sono ancora più brevi. Una volta toccata terra, il migrante smette di essere un’anima da salvare e diventa un corpo da gestire, un ingombro burocratico che l’assistente sociale di turno finisce per dimenticare.

3. Lo stile: la sabbia tra i denti e la lingua del vero

Marcello Fois ha ragione quando definisce Alajmo uno scrittore “crudele”. Ma è una crudeltà necessaria, quella di chi sa che lo zucchero edulcora la realtà fino a renderla irriconoscibile. La prosa di Alajmo è asciutta, quasi anastatica nella sua capacità di riprodurre il trauma senza urlarlo. La sua scrittura non cerca il “belletto”, ma la precisione dell’anatomista.

L’uso della formula “si rese conto” — che ricorre con una frequenza quasi ossessiva, ben 43 volte — non è una svista stilistica, ma un martellamento gnoseologico. Ogni volta che Usman “si rende conto”, cade un pezzo del suo velo di Maya, un pezzo di quell’innocenza che lo faceva partire con un bidoncino d’acqua e una speranza assurda. È il passaggio doloroso dall’infanzia del mondo alla brutale consapevolezza dell’essere diventato “l’altro”. La lingua di Alajmo mima questo processo: è una lingua che si asciuga, che perde gli aggettivi inutili man mano che Usman perde i suoi averi e le sue illusioni nel canale di Sicilia.

4. L’appropriazione come atto d’amore e di coraggio

In un’epoca asfissiata dal “politicamente corretto”, dove il dibattito culturale si è ridotto a stabilire se un bianco possa o meno scrivere di un nero, Alajmo compie l’unico atto che uno scrittore degno di questo nome deve avere il coraggio di compiere: l’invasione di campo totale. Egli “abita” Usman non per rubargli la voce o per compiere un atto di sciacallaggio intellettuale, ma per prestargli la propria capacità di analisi, la propria cultura e il proprio sguardo.

Se la letteratura si fermasse ai confini dell’esperienza personale (l’autofiction come recinto rassicurante e sterile), sarebbe già morta, sepolta sotto il peso del proprio ombelico. Alajmo invece dimostra che l’empatia non è un sentimento vago, ma un muscolo narrativo che va allenato sulla pagina, sporcandosi le mani con la cenere dei sogni degli altri. Scrivere di Usman significa riconoscere che non esiste un “loro” separato da un “noi” quando si parla di desideri adolescenziali e di paura della morte.

5. Il presagio del piano inclinato

Il titolo stesso è un manifesto filosofico. Su un piano inclinato non esiste stasi: o si sale con una fatica immane, lottando contro la gravità di un sistema che ti vuole in fondo, o si scivola inesorabilmente verso il basso. Usman scivola, risale, inciampa, prova a darsi una direzione in un mondo che sembra governato dal caos e dalla contingenza.

Il finale del libro — che Alajmo ha rivelato essere stato tragicamente anticipato dalla cronaca reale a Verona poco dopo la pubblicazione — chiude il cerchio in modo perfetto e terribile. Ci ricorda che la letteratura, quando è grande, non segue la realtà: la precede, la intuisce, ne estrae l’essenza prima che questa si faccia sangue e notizia. Il piano inclinatoè un libro che non offre vie d’uscita rassicuranti. È un libro che ti costringe a guardare il naufragio non dalla riva, con il binocolo della pietà, ma dall’acqua, con una scarpa sì e una no, mentre il sale ti brucia gli occhi. Dopo averlo letto, quella maglia della Juventus o quel bidoncino d’acqua non saranno più oggetti comuni, ma i miseri resti di una battaglia che stiamo perdendo tutti: quella per restare umani in un mondo che ha smesso di chiamarci per nome.

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Francesco Rizzo
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Un commento

  1. MI È MOLTO PIACIUTO…. COMPLIMENTI ANALISI…. APPROFONDIMENTI… SUGGESTIONI…. RICERCHE…. SCOPERTE….UNA MINIERA..

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