Se Ludwig Wittgenstein potesse sfogliare le pagine di Roberto Alajmo, probabilmente si soffermerebbe su quel confine sottile dove le parole smettono di descrivere il mondo e iniziano a inciampare su se stesse. Nelle Ricerche filosofiche, il filosofo austriaco scriveva che «i problemi filosofici sorgono quando il linguaggio va in vacanza». E nel viaggio di Usman, il linguaggio non solo va in vacanza: va in esilio, naufraga, si sfarina sotto il sole della Libia e il sale della Sicilia.
La trappola del “gioco linguistico” dell’accoglienza
Alajmo mette in scena quello che potremmo definire il fallimento dei “giochi linguistici” dell’Occidente. C’è un lessico specifico — quello dell’accoglienza, della solidarietà, dei “corridoi umanitari” — che Wittgenstein definirebbe un meccanismo che gira a vuoto, perché non ha più alcun contatto con la “forma di vita” reale di chi quel lessico lo subisce.
Quando l’assistente sociale di Palermo parla a (o di) Usman, usa parole che sono gusci vuoti. Il linguaggio “va in vacanza” perché si scollega dalla prassi: la parola “aiuto” non genera aiuto, la parola “integrazione” non genera spazio. Usman, dal canto suo, oppone a questo rumore bianco una resistenza silenziosa e una semplificazione estrema. Per lui, il linguaggio è strumento di sopravvivenza, non di decoro. Se per noi la parola “mare” è una metafora di libertà o di vacanza, per Usman il significato del termine è rigorosamente ostensivo: il mare è quella massa liquida che ti trascina giù se non ti togli le scarpe. Qui Wittgenstein sorriderebbe: il significato è l’uso, e l’uso che Usman fa del mondo è un corpo a corpo con la materia.
Il nome e l’essenza. Gridare per esistere
Un punto di contatto formidabile tra la speculazione filosofica e la narrazione di Alajmo risiede nel grido dei naufraghi che l’autore cita nella presentazione: gridare il proprio nome prima di affogare. Perché? Nel Tractatus, il nome è il punto di contatto tra il linguaggio e l’oggetto. Gridare “Usman” non è un atto di superbia, ma l’ultimo tentativo di ancorare il mondo alla sua rappresentazione. Se muoio senza che nessuno pronunci il mio nome, la “proposizione” della mia vita si cancella. Gridare il proprio nome è l’estremo atto filosofico: impedire che il linguaggio vada definitivamente in vacanza proprio nel momento in cui la vita si spegne. È il rifiuto di diventare una “variabile” anonima in una statistica ministeriale.
L’ineffabile e il silenzio
Alajmo, da scrittore esperto, sa quando tacere. Wittgenstein chiudeva il suo Tractatus con la celebre sentenza: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». Alajmo applica questa etica del silenzio evitando la pornografia del dolore. Non ci spiega “cosa prova” Usman con l’enfasi del romanziere psicologico; ci mostra cosa Usman fa.
La crudeltà di Alajmo, di cui tanto si discute, è in realtà un’ascesi linguistica. Egli non forza il linguaggio a descrivere l’orrore ineffabile dei lager libici con aggettivi iperbolici, perché sa che le parole “andrebbero in vacanza” davanti a tale abisso. Preferisce la precisione di un elenco, la nudità di un gesto, la cronaca di un piano che si inclina. La verità del dramma non sta in ciò che il linguaggio dice, ma in ciò che il linguaggio mostra attraverso i suoi limiti.
In definitiva, Il piano inclinato è un esperimento di logica narrativa: ci dimostra che finché continueremo a usare il linguaggio come un paravento retorico, la realtà di Usman resterà un “enigma” irrisolto. E l’enigma, direbbe Wittgenstein, non esiste: esistono solo domande male formulate. Alajmo ha avuto il merito di formulare quella giusta, lasciandoci nel silenzio di chi, finalmente, ha iniziato a vedere il mondo per quello che è.











