Anatomia di un’irriverenza necessaria nel saggio di Roberto Alajmo e Marco Carapezza
La materia contro la memoria. Il cadavere come “pacco celere”
C’è un’idea di fondo, quasi feroce, che attraversa la ricerca condotta a quattro mani da Roberto Alajmo e Marco Carapezza: l’idea che la morte non sia il gran finale, il calo del sipario che prelude al silenzio rispettoso o all’ascesa all’Empireo della memoria, ma l’inizio di una farsa logistica senza precedenti. Se la Storia, quella con la “S” maiuscola, si occupa tronfiamente delle idee, della gloria, delle riforme e delle grandi gesta campali, Alajmo e Carapezza in questo lavoro si occupano di ciò che avanza dopo il banchetto: il corpo.
E il corpo, una volta privato dell’anima, del carisma o del prezioso potere di firma, diventa un oggetto ostinato. Un ingombro materiale che sfida le leggi della fisica e quelle, ancor più ottuse e rugginose, della burocrazia ministeriale. In questo catalogo di peripezie funebri, il personaggio illustre subisce la vendetta postuma della materia. Non è più il titolare di un’opera o di un pensiero seminale; diventa un “pacco postale” di difficile recapito, una merce deteriorabile che mette a nudo l’idiozia dei vivi. La tesi della coppia è chiara: la morte non livella affatto, anzi, complica maledettamente le procedure di sdoganamento della memoria, trasformando spesso il genio in un fardello di zinco.

Lo sciacallaggio della devozione. Il corpo come giocattolo dei mediocri
Il libro scoperchia un meccanismo psicologico inquietante, quasi ancestrale: quel miscuglio tossico di ammirazione e rivalsa che i posteri nutrono verso il genio. Finché l’uomo illustre è in vita, egli è inafferrabile, protetto dalla sua aura, dal suo ufficio o dalla sua inaccessibile grandezza. Ma da morto, egli cade finalmente e rovinosamente nella giurisdizione dei mediocri. Il cadavere eccellente diventa proprietà collettiva, un giocattolo nelle mani di becchini, politici in cerca di legittimazione e fanatici della reliquia.
Prendiamo il caso di Giuseppe Mazzini. La sua trasformazione in una reliquia imbalsamata, una sorta di “statua di cuoio” conciata da un anatomista troppo zelante (il Gorini), non è stato un atto di fedeltà al suo purissimo pensiero repubblicano. È stato il tentativo disperato di un’Italia neonata, monarchica e profondamente confusa, di “fissare” un’icona scomoda affinché smettesse di fomentare insurrezioni e iniziasse a decorare i libri di scuola come un soprammobile rassicurante. Alajmo e Carapezza ci mostrano la ridicolaggine di questo processo: tecnici che combattono contro le macchie di umidità sulla pelle dell’apostolo, un intero apparato statale che cerca di pietrificare l’uomo che aveva fatto del movimento e dell’azione la sua unica ragione di vita. Il corpo di Mazzini, in attesa di una sepoltura definitiva che arriverà solo decenni dopo, è il monumento involontario al fallimento del Risorgimento come rito collettivo e la vittoria della tassidermia sulla politica.
L’Odissea delle ceneri. Il caso Pirandello o il trionfo del “contrario”
Il capitolo dedicato a Luigi Pirandello è, senza dubbio, il vertice dell’assurdo narrato nel libro. Ed è qui che la “sicilianità” di Alajmo, intesa come sguardo disincantato, quasi cinico, sul grottesco quotidiano, trova il suo terreno elettivo. La vicenda delle ceneri di Pirandello — che viaggiano in un vaso greco infilato dentro una cassa di legno che nessuno vuole toccare per scaramanzia — è il trionfo dell’umorismo pirandelliano applicato con precisione chirurgica al suo stesso autore.
Tre funerali e mezzo. Un viaggio da Roma ad Agrigento che sembra una sceneggiatura scartata da un film comico perché ritenuta troppo inverosimile per il pubblico. Piloti americani che, nel dopoguerra, inventano guasti meccanici inesistenti pur di non caricare a bordo un morto considerato “jettatore”. Alajmo racconta tutto questo con una prosa asciutta, quasi cronachistica, che rende il grottesco ancora più stridente. Le ceneri di Pirandello diventano la metafora definitiva dell’identità scomposta: vengono divise tra il Caos (la sua contrada natale) e il cimitero, vengono travasate come vino sfuso, vengono nascoste nei posti più impensabili per sfuggire a veti religiosi o capricci politici. I vivi cercano ossessivamente un luogo dove “chiuderlo”, dove sigillare il suo genio inquieto in un perimetro gestibile, ma Pirandello continua a fuggire attraverso l’inefficienza cronica e la superstizione dei suoi stessi celebranti. È la morte di un autore che continua, malgrado se stesso, a generare “sei personaggi in cerca di una bara”.
La mummia come ordigno politico. Lenin e il feticismo del regime
Il saggio analizza con lucidità quasi glaciale come il corpo morto possa essere trasformato in un’arma di distrazione di massa o in un pilastro di legittimazione per regimi vacillanti. Il caso di Lenin è, in questo senso, l’esempio scolastico di quella che potremmo definire “necro-politica”. Alajmo e Carapezza documentano la nascita paradossale di un culto delle reliquie all’interno di uno Stato che aveva ufficialmente dichiarato guerra a ogni forma di Dio e abolito per decreto la trascendenza.
Stalin, il grande regista del terrore e del simbolismo rosso, intuisce che il popolo russo, intriso di ortodossia secolare, non può fare a meno di un santo da guardare e venerare. E allora ecco la creazione della mummia della Piazza Rossa. È la vittoria definitiva della forma sul contenuto: non importa più nulla di ciò che Lenin ha effettivamente scritto o pensato; l’unica cosa che conta è che la sua pelle non faccia le macchie, che il trattamento chimico tenga botta contro la naturale putrefazione. I tecnici russi diventano i veri guardiani del tempio, sacerdoti in camice bianco costretti a rammendare l’icona del comunismo mondiale come se fosse un vecchio arazzo tarlato.
Allo stesso modo, il corpo di Evita Peron, trafugato, ribattezzato con nomi falsi, spedito dall’altra parte dell’oceano e sepolto clandestinamente in un cimitero di Milano, dimostra che un cadavere eccellente può fare più paura di un esercito schierato in piazza. Il libro smonta questa epica necrofila mostrandoci i dettagli tecnici più crudi: le manipolazioni chirurgiche per mantenere l’aspetto di un sonno eterno, i viaggi nei bauli diplomatici, la cura maniacale per i capelli e le unghie di una donna che, da morta, continuava a muovere le masse argentine e a terrorizzare i generali al potere.
Il processo al fantasma. Papa Formoso e la follia del diritto
Dalla vicenda di Papa Formoso — dissotterrato mesi dopo la sua dipartita, vestito dei paramenti sacri e messo su una sedia per essere processato dal suo successore in quello che passò alla storia come il “Sinodo del cadavere” — a quella di Molière, seppellito “più in profondità” per aggirare i divieti della Chiesa che equiparava gli attori alle prostitute e ai reietti, il libro procede per “successivi smottamenti”. Si parte dal macabro puro, quello che fa distogliere lo sguardo, e si finisce inevitabilmente nella risata liberatoria e dissacrante.
Il processo a Papa Formoso è forse l’episodio che meglio descrive la tesi centrale del libro: quando il potere perde la bussola della ragione, la perde sui cadaveri. Vedere dei vescovi che urlano accuse contro un corpo in decomposizione, che gli mozzano le dita della benedizione e lo trascinano nel fango prima di buttarlo nel Tevere, ci dice tutto sulla fragilità delle istituzioni umane. Questa risata che Alajmo e Carapezza ci strappano non è però irridente verso i defunti; è una risata di scherno verso le pretese assurde dei vivi. Gli autori usano la penna come un bisturi per rivelare che sotto la retorica solenne del “riposo eterno” e della “gloria imperitura” c’è un sottobosco fatto di casse che perdono liquami, di teschi scambiati per errore (come accadde nel pasticcio tra Molière e La Fontaine) e di processi intentati a ombre che non possono più né parlare né difendersi.
L’album delle figurine della polvere e l’etica del resto
In definitiva, Avventure postume di personaggi illustri è un grande “album di figurine” della polvere e del disincanto. È un libro necessario, oserei dire terapeutico, perché ci insegna a guardare i monumenti, le lapidi e le celebrazioni ufficiali con un sospetto divertito e salutare. Dopo aver attraversato queste pagine, non riuscirete più a pensare a Mazzini, a Lenin o a Pirandello senza immaginare il retroscena tragicomico fatto di bauli smarriti, dogane inflessibili, timbri mancanti, piloti terrorizzati dalla sfortuna e assistenti sociali distratti dalla propria mediocrità.
La prosa secca di Alajmo, integrata dal rigore quasi “scientifico” di Carapezza, ci consegna un’opera che è allo stesso tempo un saggio di antropologia culturale e un pezzo di letteratura civile di rara efficacia. Ci ricorda, con una punta di sadica ma onesta allegria, che l’unica vera vittoria sulla morte non è la conservazione chimica, la mummificazione sotto vetro o il marmo di Carrara, ma la capacità di generare ancora storie. Anche a costo di passare per il ridicolo, anche a costo di finire in un vaso greco sopra un armadio polveroso. I grandi sono finalmente liberi solo quando le loro spoglie smettono di essere feticci nelle mani del potere e tornano a essere ciò che sono sempre state: materia ribelle, ironica e profondamente, disperatamente umana. La morte non è la fine della conversazione; è solo il momento in cui i vivi iniziano a dire le sciocchezze più grandi, e il duo Alajmo-Carapezza è lì, pronto a trascriverle con scorrevole quanto magnifica crudeltà.











