Non v’è nulla di più limpido, paradossalmente, della torbidità di una trincea per comprendere la genesi del mito. Quando Marc Bloch, l’uomo che avrebbe insegnato all’Europa a leggere la storia non più come una successione di corone ma come un battito di cuori collettivi, si ritrovò immerso nel fango del 1914, non vide solo il disfacimento della carne, ma il rigoglio rigoglioso della menzogna. La guerra, questo immenso Stupor negativo, non fu solo un urto di acciai; fu una formidabile incubatrice di fantasmi.
Nelle sue memorie, che sanno di polvere da sparo e di inchiostro febbrile, il 1914 e il 1915 non appaiono come date cronologiche, ma come stati della coscienza. Il “soldato Bloch” osserva il “collega storico” meravigliarsi di fronte alla rapidità con cui il falso si fa carne. Una parola sussurrata tra un cambio della guardia e un assalto diventava, nello spazio di un tramonto, una verità dogmatica. Era la “notizia falsa”: una creatura effimera, eppure dotata di una forza cinetica superiore a quella di un proiettile da 75 mm.
II. La fucina del 1921: Il laboratorio della ragione
Se il 1914 fu l’esperienza del buio, il 1921 — anno della pubblicazione delle sue Riflessioni — è l’ora della catarsi intellettuale. Bloch, con la stessa precisione con cui un amanuense medievale avrebbe miniato un codice, seziona il meccanismo del falso. Egli comprende che la menzogna bellica non è un errore di calcolo dei servizi segreti, né una semplice malizia della propaganda. Essa è, al contrario, un’esigenza dello spirito.
La notizia falsa è un “errore di percezione” che si trasforma in “verità sociale”. Perché il fante credeva alla leggenda dei “franchi tiratori” o alle mutilazioni rituali? Non per ignoranza, ma per necessità di coerenza narrativa. Il nemico, per essere ucciso, doveva essere mostruoso; la nostra sofferenza, per essere sopportabile, doveva essere l’effetto di un complotto cosmico.
“L’errore non è un vuoto, è un pieno di desideri e di terrori.”
III. Il Terreno Favorevole: La Sociologia del Silenzio
L’intuizione più folgorante di Bloch, che ancora oggi risuona nelle aule dove si studia il potere dell’immagine e della parola, risiede nel concetto di “terreno favorevole”. Una menzogna cade nel vuoto se non trova un’anima pronta ad accoglierla. La guerra aveva creato il terreno perfetto: l’isolamento.
In un mondo dove il telegrafo era controllato dalla censura e i giornali erano fogli di menzogne ufficiali, l’unica fonte credibile diventava il compagno di sventura. Si tornava, in piena modernità industriale, alla tradizione orale del Medioevo. La trincea diventava la piazza del villaggio; il fante, il menestrello di un’epica del terrore. Qui, la “falsa notizia” non era un’eccezione, ma la norma comunicativa di una società che aveva perduto ogni altro riferimento di verità.