L’Umano che riflette il Divino. Ad Agrigento s’inaugura “Il Volto di Dio” a cura del Museo Diocesano

di Francesco Rizzo

AGRIGENTO – C’è un filo invisibile, ma tenace come la storia di questa terra, che lega la devozione popolare dei borghi della provincia al cuore antico della città dei templi. Un filo che oggi, mercoledì 18 marzo, tornerà a vibrare tra le navate della Chiesa di San Lorenzo (Purgatorio), sede del polo espositivo del Mudia.

Alle ore 11:30 si alzerà il sipario su “Il Volto di Dio, volto dell’uomo”, una mostra che non è soltanto un’esposizione di tesori sacri, ma un vero e proprio itinerario dell’anima. Il progetto, che vede la sinergia tra l’Arcidiocesi, il Parco della Valle dei Templi e la Soprintendenza, mette in fila cinque stazioni dello spirito: Rivelazione, Dono, Cammino, Attesa e Risurrezione.

Il percorso espositivo è un omaggio alla grande stagione pittorica siciliana tra il XVII e il XIX secolo. Le opere, giunte ad Agrigento da centri carichi di storia come Palma di Montechiaro, Sciacca, Sambuca e Santo Stefano Quisquina, portano la firma di giganti del calibro di Domenico Provenzani, del visionario Padre Fedele da Sambuca, di Tommaso Rossi e Federico Panepinto.

Non sono solo tele: sono frammenti di una pietà collettiva che ha informato la vita delle comunità cristiane per secoli. In questi dipinti la tecnica raffinata dei linguaggi artistici dell’epoca si fonde con la forza espressiva della fede verace, quella che parla al cuore dell’uomo contemporaneo con la stessa urgenza di allora.

Il baricentro spirituale dell’intera mostra è rappresentato dalla copia della Sacra Sindone custodita nella Cattedrale di Agrigento, reliquia di contatto con la lastra del Santo Sepolcro. Un oggetto che interroga il visitatore, posto in un allestimento reso ancora più immersivo dalle note dei canti gregoriani, pronti a trasformare la visita in un momento di meditazione profonda.

L’Estetica della Traccia

Oltre il documento storico

Quando varchiamo la soglia della Chiesa di San Lorenzo, comunemente nota come “del Purgatorio”, non entriamo semplicemente in un contenitore museale. Entriamo in uno spazio che è esso stesso un’opera d’arte barocca, un organismo vivente che per secoli ha respirato le preghiere e le ansie di una comunità. La mostra “Il Volto di Dio, volto dell’uomo” si inserisce in questo contesto non come un’aggiunta ornamentale, ma come una necessità ermeneutica.

Per il visitatore colto, abituato alle grandi rassegne internazionali, il rischio è quello di derubricare la pittura provinciale siciliana del XVII-XIX secolo a “curiosità locale”. Ma è proprio qui che risiede l’errore prospettico. Artisti come Domenico Provenzani o Padre Fedele da Sambuca non lavoravano nell’isolamento; essi erano i terminali di una cultura visiva europea che, filtrata dal setaccio della sensibilità isolana, acquistava una carne e un sangue che raramente si trovano nelle algide composizioni accademiche delle capitali.

L’arte esposta in queste cinque aree tematiche — Rivelazione, Dono, Cammino, Attesa e Risurrezione — non vuole essere “ammirata” nel senso distaccato del termine. Vuole essere abitata. È un’arte che nasce dalla “pietas”, un termine latino che oggi tendiamo a confondere con la commiserazione, ma che in realtà indica il legame inscindibile, il dovere d’amore verso le proprie radici e verso il sacro.

La Carne del Divino.

Il Seicento e il Settecento Agrigentino

Il fulcro della sezione dedicata alla Rivelazione ci pone di fronte al mistero dell’Incarnazione. Se Dio ha un volto, allora l’uomo ha una dignità infinita. Questo è il messaggio rivoluzionario che traspare dalle opere provenienti da Palma di Montechiaro o Sciacca.

Prendiamo la figura di Padre Fedele da Sambuca. La sua pittura è un “sermo humilis”, un sermone umile ma potente. Egli non cerca la perfezione formale fine a se stessa; cerca l’efficacia spirituale. Nelle sue tele, il volto di Cristo o dei santi è un volto che ha conosciuto il sole della Sicilia, la fatica dei campi, la polvere delle strade. È la divinità che si fa prossimo. Qui il visitatore attento noterà come la lezione del barocco romano si stemperi in un naturalismo quasi tattile.

C’è una “forza espressiva della pietà popolare” che non è mai volgarità, ma capacità di tradurre l’astratto in concreto. Nelle aree dedicate al Dono e al Cammino, le opere di Tommaso Rossi e Federico Panepinto ci mostrano un’umanità in movimento. Il cammino non è solo quello fisico delle processioni o dei pellegrinaggi, ma è il cammino dell’uomo verso la propria verità interiore.

Il Silenzio della Sindone

Il centro del labirinto

Il visitatore che attraversa le “sale” del San Lorenzo giungerà, quasi inevitabilmente, al punto di tensione massima: la copia della Sacra Sindone della Cattedrale di Agrigento. In un saggio introspettivo, non possiamo esimerci dal chiederci: cosa cerchiamo in un’immagine che è, per definizione, un’impronta negativa, un’assenza che si fa presenza?

La Sindone è la “reliquia di contatto” per eccellenza. Rappresenta il momento dell’Attesa. È il Sabato Santo dell’anima. In un mondo che ci chiede di essere sempre “connessi”, sempre “produttivi”, l’area dedicata all’Attesa ci invita alla stasi, al silenzio. L’accompagnamento dei canti gregoriani non è un sottofondo musicale, è un’architettura sonora che sostiene il peso del mistero. Il gregoriano, con la sua assenza di armonia complessa e il suo focus sulla monodia, obbliga l’orecchio — e quindi la mente — a semplificarsi, a tornare all’essenziale. Qui, il volto di Dio e il volto dell’uomo coincidono nel segno del dolore e della speranza. La Sindone non mostra un volto definito, ma un’ombra. E in quell’ombra ogni visitatore può proiettare il proprio volto, le proprie ferite, la propria ricerca di senso.

La Bellezza come Annuncio

Dalla polvere alla luce

L’ultima tappa, la Risurrezione, è un’esplosione di luce che chiude l’itinerario. Ma è una luce che non dimentica l’ombra. Le opere del XIX secolo esposte, come quelle di Panepinto, mostrano una transizione verso linguaggi più moderni, dove la luce diventa un elemento psicologico oltre che teologico.

Per chi è abituato a frequentare le mostre come momenti di arricchimento culturale, “Il Volto di Dio” offre una lezione fondamentale: il patrimonio artistico della diocesi di Agrigento (da Casteltermini a Sambuca di Sicilia, da Lucca Sicula a Santa Margherita di Belice) non è un archivio morto. È una “memoria viva”.

Le opere realizzate tra il XVII e il XIX secolo per la vita liturgica non hanno esaurito la loro funzione con il mutare dei costumi. Al contrario, oggi che siamo assediati da immagini vuote e transitorie, queste tele ci interpellano con la loro densità. Esse ci dicono che la bellezza non è un lusso, ma una necessità della fede e della ragione.

Un invito all’ascolto visivo

Inaugurare questa mostra alle 11:30 di un mercoledì di marzo, a ridosso della Pasqua, è un atto di coraggio culturale da parte della Dott.ssa Domenica Brancato. È un invito alla città di Agrigento e ai suoi visitatori a fermarsi. Non è una mostra da “consumare” con uno scatto dello smartphone. È una mostra da ascoltare. Bisogna lasciarsi guidare dalle navette che partono da Porta di Ponte, quasi a simboleggiare un distacco necessario dal caos della città moderna per salire verso il cuore del centro storico, verso quel “Purgatorio” che, nell’immaginario collettivo, è il luogo della purificazione e della transizione. Visitare “Il Volto di Dio, volto dell’uomo” significa, in ultima analisi, riscoprire che l’arte è la forma più alta di empatia. In quei volti dipinti secoli fa da artisti che camminavano sulle nostre stesse strade, noi ritroviamo noi stessi. Ritroviamo quella scintilla di divino che abita nell’umano e quel desiderio di infinito che nessuna epoca, per quanto tecnologica o secolarizzata, potrà mai spegnere.

Info e Logistica

Per facilitare l’afflusso in centro storico in occasione dell’inaugurazione, è stato predisposto un servizio navetta da Porta di Ponte a partire dalle ore 11:00.

La mostra resterà aperta fino al 19 maggio, osservando i seguenti orari:

  • Lunedì – Giovedì: 9:00 – 19:00
  • Venerdì e Sabato: 9:00 – 21:30 (per un suggestivo tour serale).

Agrigento si riscopre così non solo custode di pietre antiche, ma centro pulsante di una bellezza che si fa annuncio di Pasqua e memoria viva di un intero territorio.


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Francesco Rizzo
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