C’è un silenzio densissimo che oggi risale le chine di Bivona, un silenzio che non appartiene alla consueta quiete dell’entroterra, ma che sa di sospensione metafisica, di fiato trattenuto, di pagina che si volta proprio mentre l’inchiostro è ancora fresco, quasi a voler sigillare un’epoca intera. Salvatore Calafiore se n’è andato con un tempismo che toglie il respiro, un’uscita di scena che sembra scritta dalla mano invisibile di quel “Sanciseppi” che lui ha amato, studiato, accudito e protetto per tutta la vita come un figlio prediletto e, al contempo, come un padre antico. È morto ieri, alla vigilia del 19 marzo. Non è una coincidenza, né un capriccio del caso: per chi crede nella grammatica del destino e nella sacralità dei segni, questo è un Kairos folgorante, un appuntamento fissato nei cieli della Sicilia più profonda. È l’ultimo tassello di un mosaico devozionale che si incastra perfettamente nel legno della croce, nel candore della farina e nel profumo dell’alloro.
Come piccolo e giovane lettore delle sue opere, non posso che scorgere in questo addio un ultimo, estremo atto di magistero. Salvatore non ha “scelto” un giorno qualunque per congedarsi; ha scelto il momento esatto in cui la sua terra si fa “Mensa”, il momento in cui il profumo acre dell’olio fritto e quello dolce del pane appena sfornato invadono i vicoli come un’invocazione collettiva. Se n’è andato mentre donne e uomini di Bivona stendevano le tovaglie più belle, quasi volesse farsi scorta di quegli aromi per il suo ultimo viaggio, portando con sé l’essenza di quel popolo di cui è stato voce, memoria e coscienza critica.
Il tempo circolare e la metafisica dell’impasto. Il Cucciddatu come destino
Nelle sue pagine, Calafiore non si limitava a descrivere oggetti; ne svelava l’ontologia, ne rintracciava l’anima nascosta tra le pieghe della crosta dorata. Ricordo con una commozione che oggi si fa pianto la sua esegesi sul Cucciddatu, quella maestosa ciambella di pane che domina la Tavola di San Giuseppe. Per Salvatore, quella forma circolare era la sintesi di tutto l’universo sensibile: il tempo che non muore ma ritorna, la ruota delle stagioni che macina i giorni, l’abbraccio di Dio che non conosce spigoli, né principio né fine.
Oggi, quel cerchio si chiude definitivamente per lui, ma si chiude in un abbraccio perfetto. Lo immaginiamo mentre attraversa la soglia di quella “casa” che ha descritto per decenni con la meticolosità di un architetto dello spirito, non più da studioso che osserva dall’esterno, ma da invitato d’onore, da “Santo” tra i Santi. La sua vita stessa è stata un Cucciddatu magistrale: una lievitazione lenta di sapere accumulato con umiltà, una cottura paziente al fuoco della passione civile e pedagogica, e infine questa forma compiuta, solida e fragrante che oggi offriamo alla memoria della Sicilia intera. Salvatore ci ha insegnato, citando i classici e i padri, che “la tradizione non è adorazione delle ceneri, ma custodia del fuoco”. E quel fuoco, oggi, arde con una vampa più chiara nei camini delle case bivonesi e nelle anime di chi ha avuto la fortuna di sfogliare i suoi lavori, sentendovi il calore di una terra che non vuole arrendersi all’oblio.
L’alfabeto del sacro. Una liturgia di pane, pesci e arance
Leggere Calafiore è come decriptare un codice millenario, un geroglifico cristiano nascosto sotto i panni bianchi e ricamati delle mense votive. Con la precisione chirurgica del filologo e il cuore palpitante del devoto, ci spiegava che su quella Tavola nulla — assolutamente nulla — era lasciato al caso o al mero gusto estetico. Era una grammatica della salvezza scritta con gli ingredienti della povertà.
- L’Icthus e il Mistero del Mare in Collina: Con la sapienza sottile del classicista, Salvatore ci ha svelato che il pesce — quel merluzzo o quei pesciolini che occhieggiano tra le pietanze — non era solo un ripiego quaresimale, ma il nome segreto di Cristo, un acronimo greco (Iēsous Christos Theou Hyios Sōtēr) che i primi cristiani tracciavano sulla sabbia delle catacombe e che lui, con un’intuizione quasi mistica, ha ritrovato intatto nel folklore di Bivona. Era il Cristo-Pesce che nutre la folla, lo stesso che oggi lo accoglie sulla riva dell’eternità.
- L’Arancia e i Dodici Spicchi del Mondo: Ci ha raccontato dei dodici spicchi, come i dodici apostoli che sono le colonne della Chiesa, come i dodici mesi del duro lavoro sotto il sole cocente, come le dodici ceste degli avanzi raccolte perché nulla andasse perduto. Ci ha spiegato che l’arancia serve a “spezzare il digiuno”, segnando il confine invalicabile tra il buio della penitenza e la luce accecante della Resurrezione.
- Le Erbe Amare e il Biancomangiare: Ci ha fatto viaggiare con la mente dall’Egitto dei Faraoni alle valli del Sicano, spiegando che il passaggio dal sapore aspro della cicoria selvatica alla dolcezza paradisiaca della ricotta e del latte è il viaggio di ogni uomo: dalla schiavitù del fango alla libertà della promessa.
Tutto nelle sue opere era un ponte sospeso tra la terra e il cielo, tra la polvere delle campagne e l’oro degli altari, tra la fatica delle mani callose e la gloria della trascendenza.
Il custode della “verga fiorita” e il frammento della memoria
Salvatore Calafiore è stato per tutti in un certo senso la “Verga di San Giuseppe”. Come quel bastone apparentemente secco che, secondo i vangeli apocrifi, fiorì prodigiosamente di gigli bianchi per indicare lo sposo eletto di Maria, così la sua penna — intrisa di un inchiostro che sapeva di terra e di cielo — ha fatto rifiorire una cultura che rischiava di inaridirsi sotto i colpi di un progresso cieco, rumoroso e smemorato. Egli è stato l’uomo dei “frammenti”: i fragmenta di San Girolamo che amava citare con quella sua voce pacata ma ferma. “Raccogliete i frammenti perché nulla vada perduto”. E lui ha raccolto tutto: i canti dialettali che svanivano nell’aria, i gesti rituali delle nonne, le ricette segrete, i simboli numerologici, assemblandoli in un’arca della memoria che oggi naviga sicura anche senza il suo nocchiere. Il suo stile era lo specchio della sua anima: elegante ma privo di fronzoli, colto ma profondamente accessibile, intriso di quella “sicilitudine” nobile e austera che non scade mai nel bozzetto folcloristico, ma cerca sempre l’universale nel particolare più minuto. Bivona non ha perso solo un autore; ha perso la sua bussola identitaria, il saggio che sapeva leggere il destino di un popolo osservando come veniva intrecciato un cesto o come veniva inciso un pane.
L’ultimo lamento del Popolume e la gioia del banchetto eterno
Mentre scrivo queste righe, mi sembra di sentire in sottofondo, come un battito cardiaco che non si arresta, il “popolume”, quel lamento struggente e ancestrale che inaugura la Tavola. È un canto che Salvatore amava di un amore viscerale, un suono polifonico che impasta la sofferenza del Venerdì Santo con la speranza incrollabile di San Giuseppe. Oggi quel lamento è tutto per lui. È il pianto dei suoi alunni che hanno imparato da lui non solo le lettere, ma la vita; è il dolore dei suoi concittadini che vedono partire un pezzo della loro storia; è il lutto dei lettori che hanno trovato nelle sue parole il senso profondo del “restare”.
Ma è un lamento che, come lui stesso ha insegnato, già muta in preghiera e in canto di vittoria. Immaginiamo Salvatore che, varcata la soglia del Mistero proprio mentre la sua Bivona si prepara alla festa, finalmente depone il suo taccuino colmo di appunti e si siede alla Tavola eterna, quella dove non c’è più fame, né sete, né oblio. Lo vediamo lì, accanto al Patriarca, a discutere con la consueta mitezza di qualche dettaglio iconografico, finalmente vedendo “faccia a faccia” quei misteri che per tutta la vita ha cercato di intravedere attraverso lo specchio della tradizione popolare.
Addio, Professore Calafiore. La tua “Tavola” è pronta, il tuo posto è assegnato tra i grandi della nostra terra. Bivona continuerà a impastare il pane, a sbucciare le arance e a cantare il lamento del popolume, ma lo farà con la consapevolezza che ogni gesto, da oggi in poi, porterà impresso il segno della tua sapienza. Grazie per averci insegnato che siamo fatti della stessa sostanza dei nostri simboli e che, finché qualcuno raccoglierà i frammenti del passato, la nostra identità non morirà mai.
Il vuoto che lascia è immenso, come immensa è l’eredità che ci consegna.
Nasce l’11 Maggio 1940 a San Biagio Platani
Nasce a vita nuova il 18 Marzo 2026 a Bivona
Funerale
19 Marzo 2026 – Chiesa Madre di Bivona – ORE 16.00











Partecipata rievocazione di un amico e della sua anima profonda… complimenti sempre