L’ERMENEUTICA DELLA DISTANZA E IL MECCANISMO DEL CAPRO ESPIATORIO.Alaa Faraj, René Girard e il paradosso delle vite parallele

di Francesco Rizzo

I. Il Cronotopo della Discordia: 1995, la simmetria spezzata dal caso

Esiste una data che funge da spartiacque invisibile ma insuperabile: il 1995. Per chi scrive, quella data rappresenta l’inizio di un percorso lineare, protetto dalle mura della democrazia e dalle garanzie del diritto. È l’anno in cui si nasce per diventare, vent’anni dopo, lo studente che affronta la Maturità con l’ansia dei libri e la speranza dei test universitari. Ma nello stesso esatto momento cronologico, a Bengasi, Alaa Faraj nasceva sotto un cielo che si sarebbe presto oscurato.

Il confronto tra queste due parabole esistenziali non è solo un esercizio di empatia, ma una denuncia filosofica: la “lotteria del confine” ha deciso che, mentre uno di noi discuteva di storiografia e filosofia nelle aule siciliane, l’altro vedeva la propria università di ingegneria trasformarsi in una caserma e il proprio campo di calcio in un territorio di macerie. È l’assurdo cammino di due coetanei che sognavano la stessa “Maturità” e che si sono ritrovati, l’uno a insegnarla come docente, l’altro a subirne la negazione più violenta in una cella dell’Ucciardone. Qui si manifesta quella che potremmo definire “l’ingiustizia dello spazio”: il medesimo tempo cronologico produce due ontologie opposte solo in virtù di una manciata di chilometri di mare.

II. René Girard e la genesi del colpevole: Alaa come capro espiatorio

Per comprendere la profondità dell’ingiustizia subita da Alaa, è necessario invocare il pensiero di René Girard. Secondo Girard, le società umane, quando attraversano una crisi o un evento traumatico (come la “Strage di Ferragosto” con i suoi 49 morti), tendono a scaricare la violenza collettiva su una vittima arbitraria per ristabilire l’ordine sociale. Questo è il “meccanismo del capro espiatorio”.

In questo contesto, Alaa Faraj non è stato condannato sulla base di prove certe, ma sulla base di una necessità rituale. La società italiana e il suo sistema mediatico-giudiziario avevano bisogno di un colpevole per placare l’indignazione collettiva. Alaa possedeva tutti i “segni vittimari” girardiani: era lo straniero, l’estraneo, colui che non ha voce per difendersi. La sua condanna è stata l’atto con cui la comunità ha cercato di “espellere” il male del naufragio individuando un mostro su cui convergere. Come spiega Girard in Il capro espiatorio, la folla (e in questo caso la giustizia sommaria) è convinta della colpevolezza della vittima non perché essa sia reale, ma perché la sua condanna è utile a pacificare il sistema. Alaa è stato sacrificato sull’altare della sicurezza percepita.

III. La Ragione Profonda. Dignità contro la retorica del rancore

Perché Sellerio ha deciso di dare voce a un condannato per una strage così atroce? La risposta risiede nel ribaltamento del paradigma vittimario. Alaa, nel suo libro Perché ero ragazzo, compie un gesto che Girard definirebbe “evangelico” nel senso più antropologico del termine: egli svela il meccanismo dal di dentro. In un’epoca dominata dall’urlo e dal vittimismo performativo, Alaa colpisce per la totale assenza di rabbia. Questa non è rassegnazione, ma una forma superiore di resistenza intellettuale. Alaa rifiuta la maschera del colpevole, ma rifiuta con altrettanta forza la “carriera della vittima” che implora pietà. Egli non chiede benevolenza, né sconti sentimentali; egli esige Giustizia, intesa come riconoscimento della verità dei fatti. La sua scrittura è un atto di igiene morale. Se la rabbia è un desiderio mimetico che risponde alla violenza con altra violenza, Alaa rompe il cerchio girardiano: non restituisce l’odio ai suoi accusatori, ma risponde con il pensiero e lo studio. In questo modo, egli cessa di essere un “capro espiatorio” passivo e diventa un soggetto cosciente che smaschera la violenza del sistema.

IV. Il Logos come evasione. La lingua italiana come nuova patria

Un pilastro fondamentale del saggio risiede nell’analisi del rapporto tra Alaa e la lingua italiana. Per un uomo recluso ingiustamente, la lingua dei carcerieri solitamente diventa oggetto di odio o di rigetto. Per Alaa, l’italiano è diventato lo spazio della sua libertà metafisica. “Quando imparo, la mia rabbia si scioglie”, afferma, indicando nello studio non un passatempo, ma una pratica di catarsi ontologica. Imparando l’italiano tra le mura di Caltagirone e Palermo, Alaa ha compiuto un’appropriazione indebita di cittadinanza. Ha usato la sintassi per ricostruire i pezzi della sua identità frantumata. Il libro, curato con rara sensibilità da Alessandra Sciurba, mantiene quelle venature linguistiche che testimoniano la fatica della conquista: ogni imperfezione grammaticale è un graffio sulla parete della cella, un segno di un uomo che sta scalando la montagna della conoscenza per farsi capire da chi ha deciso di non volerlo vedere. Alaa non ha cercato un ghostwriter che “ripulisse” la sua anima; ha voluto che la sua voce arrivasse nuda, dimostrando che la cultura è l’unica patria che non può essere recintata da un decreto o da una sentenza errata.

V. La fabbrica del capro espiatorio. La giustizia come vuota forma

Il saggio deve necessariamente affrontare il cuore politico della vicenda attraverso la lente girardiana della “crisi mimetica”. La condanna di Alaa Faraj è il prodotto di una necessità propagandistica in un momento in cui l’opinione pubblica era polarizzata e spaventata. Le testimonianze raccolte sotto shock, la luna piena dichiarata in una notte di novilunio, l’assenza di prove scientifiche: tutto è stato sacrificato sull’altare della risposta celere. Il sistema giudiziario ha agito come una “macchina mitologica”: ha creato un racconto (il mito dello scafista assassino) per coprire la realtà di un giovane migrante che ha pagato il biglietto come gli altri. Alaa è l’emblema dello “scarto” tra legge e giustizia. Il libro edito da Sellerio agisce come un reagente chimico che svela l’ipocrisia dei nostri accordi internazionali. Mentre l’Italia finanzia la cosiddetta guardia costiera libica, seppellisce in carcere un trequartista che voleva solo studiare. Alaa, nel suo libro, chiede che il diritto torni a essere sostanza e non paravento per la propaganda. Egli incarna la vittima innocente che, come nel racconto biblico della Passione analizzato da Girard, mette in crisi il sistema che lo ha condannato proprio attraverso la sua innocenza proclamata senza odio.

VI. Oltre le sbarre. L’umanità come progetto didattico e civile

In conclusione, la storia di Alaa Faraj interpella direttamente noi, i suoi coetanei nati “dalla parte in pace del mondo”. Ci sfida a chiederci cosa resti della nostra civiltà se accettiamo che il meccanismo del capro espiatorio continui a funzionare indisturbato nelle nostre aule di tribunale. Il suo racconto non è un’invocazione di pietismo, ma un manifesto di resilienza laica. Egli ha trasformato l’Ucciardone in un’accademia, il grembiule da cuoco in una divisa di dignità, e le sue lettere in un ponte che ha unito mondi apparentemente inconciliabili. Alaa è oggi un uomo che, nonostante i dieci anni sottratti, conserva uno sguardo più limpido di molti che la libertà non l’hanno mai persa. La sua richiesta di Giustizia è una chiamata alla responsabilità per tutti noi: docenti, intellettuali, cittadini. Se la sorte ha deciso che le nostre vite fossero parallele e non sovrapposte, la nostra coscienza deve fare in modo che quel parallelo non sia un muro di gomma, ma un orizzonte comune. Alaa non è un “povero ragazzo da salvare”, è l’uomo che, restando umano in condizioni disumane, sta tentando di salvare la nostra stessa idea di Giustizia dal baratro dell’indifferenza e del rito sacrificale.

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Francesco Rizzo
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2 commenti

  1. . profonda riflessione…. amarissime constatazioni e analisi del destino di ognuno di noi che senza meriti né demeriti riceve in sorte una vita …sta ad ognuno renderla luce o tenebre….superando spesso muri resi invalicabili dalla volontà del potere vigente….

  2. . profonda riflessione…. amarissime constatazioni e analisi del destino di ognuno di noi che senza meriti né demeriti riceve in sorte una vita …sta ad ognuno renderla luce o tenebre….superando spesso muri resi invalicabili dalla volontà del potere vigente…………..Alla prossima Francesco

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