LIVATINO MAGISTER VITAE. CONVINCERE SENZA DIVIDERE PER DIVIDERE SENZA DISTRUGGERE.

Riflessione sulla conferenza tenuta dal giudice Rosario Livatino il 7 aprile 1984 presso il Rotary Club di Canicattì dal titolo “Sulla maturità di chi sa giudicare senza dividere e sulla terzietà come abito civile“. Il allegato è scaricabile in PDF il discorso originale.

di Francesco Rizzo

NOTA AL LETTORE: le parti in corsivo sono parole di Livatino, riscontrabili nel documento in allegato.

Il ruolo del magistrato nella società contemporanea non può essere ridotto a una mera funzione burocratica o a un freddo esercizio di potere tecnico e sanzionatorio. Come sottolineato con vigore profetico da Rosario Livatino nel suo storico intervento del 7 aprile 1984 a Canicattì, esiste un legame inscindibile e pulsante tra l’evoluzione del costume sociale e la figura di chi è chiamato ad applicare la legge. In un’epoca segnata da profonde trasformazioni economiche, turbolenze politiche e crisi d’identità collettiva, la “magistratura buona” non è quella che si isola per timore del giudizio o che si arrocca in una difesa corporativa, ma quella che accetta la sfida della modernità mantenendo un’integrità cristallina. La forza di questa visione risiede nella capacità di unire la comunità attorno al valore del diritto, convincendo i cittadini — anche i più scettici — della bontà delle istituzioni.

Un giudice immerso nel tempo

Livatino rigetta con fermezza l’immagine di un giudice statico, ibernato e distaccato dalla realtà che lo circonda, quasi fosse un automa privo di sensibilità. Se la società è, per sua natura, un’entità in continua evoluzione, il magistrato ha il dovere etico di non restare prigioniero di schemi mentali superati. Egli deve uscire dalla propria

torre eburnea di immutabilità, di ibernazione sociale, divenendo attento, sensibile a quanto accanto a lui si crea, si trasforma, si perde”.

Questa sensibilità, tuttavia, non deve mai tradursi in una parzialità ideologica o in una “scelta di campo” politica che lo renda un attore di parte. La vera maturità del magistrato risiede nella capacità di utilizzare il potere interpretativo per adattare la norma al momento contingente, pur restando rigorosamente ancorato alla Legge. Livatino chiarisce che il magistrato non è un legislatore mascherato, ma un interprete che deve saper distinguere tra l’evoluzione del costume e il capriccio del momento:

“molto spesso si fa carico ai Magistrati di ‘scelte di campo’ alle quali egli si trova vincolato proprio per quell’ossequio alla Legge che da lui si pretende”

Il giudice, dunque, non inventa la direzione della società, ma ne accompagna l’andamento con equilibrio, evitando che la legge diventi un guscio vuoto e sclerotizzato, privo di utilità per l’uomo comune.

L’Indissolubilità tra essere e apparire. Dialessi della terzietà

Il fulcro del magistero di Livatino è il concetto di indipendenza, declinato come un valore tanto sostanziale quanto formale. Per il “giudice ragazzino”, la terzietà non è un optional procedurale, ma un modo di stare al mondo. Il magistrato ha il dovere morale di essere un esempio di rettitudine non solo quando indossa la toga, ma in ogni singolo istante della sua esistenza, poiché la sua credibilità è il pilastro su cui poggia l’ordine sociale.

L’indipendenza nella sfera privata non si limita al segreto d’ufficio, ma risiede nella:

“sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale”

Un magistrato non può permettersi opacità nelle frequentazioni, poiché ogni ombra si riflette sulla sentenza che firmerà l’indomani. Il magistrato autentico deve saper dire di no alle lusinghe del potere e della visibilità sociale. L’indipendenza si manifesta nella:

“rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza”.

Livatino è categorico nel sostenere che:

“il Giudice, oltre che ‘essere’ deve anche ‘apparire’ indipendente”

Se il cittadino percepisce anche solo il sospetto di un legame privilegiato tra il giudice e una parte, la giustizia ha già fallito. La credibilità è un bene prezioso che il magistrato:

“riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività”

L’integrità dell’Istituzione di fronte all’errore e alla corruzione

Con estremo realismo, Livatino non nega che la magistratura, essendo composta da uomini, possa conoscere il fango della corruzione o la fragilità dell’errore. Egli è consapevole che il “cattivo giudice” esiste, esattamente come esiste il professionista infedele in ogni ambito della società civile, il professore corrotto, il medico affarista, il prete mondano. Tuttavia, egli invita con forza a non cedere alla tentazione della “generalizzazione indiscriminata”, che è il veleno delle democrazie.

Come un singolo carabiniere corrotto non può e non deve infangare l’onore dell’intera Arma, allo stesso modo l’errore individuale non deve oscurare il sacrificio quotidiano della stragrande maggioranza dei magistrati che operano nel silenzio e nel rigore. Livatino rivendica con orgoglio questa realtà:

va soprattutto con calore affermato che la maggioranza degli Interpreti del Diritto nel nostro Paese piega ancora le proprie convinzioni alla Legge e non questa a quelle”

L’istituzione deve saper espellere le mele marce, ma l’opinione pubblica ha il dovere di distinguere l’uomo fallace dalla funzione sacra, riconoscendo nel giudice non un despota, ma una:

“persona seria sì, di persona equilibrata sì, di persona responsabile pure”

Convincere per non dividere

La vera forza della magistratura non risiede nel numero di nemici che riesce a colpire o nelle manette che riesce a far scattare, ma nel numero di cittadini che riesce a convincere della correttezza del proprio operato. La fiducia del cittadino non si ottiene con l’astrattezza burocratica o con l’arroganza del potere, ma con l’umanità del giudizio. Chi si rivolge allo Stato deve sentire che la sua dignità è intatta. Livatino descrive il magistrato ideale come una:

“persona comprensiva ed umana, capace di condannare, ma anche di capire”

Questa capacità di “capire” non significa indulgenza colpevole, ma riconoscimento della complessità dell’animo umano. Solo se il magistrato offre questa disponibilità personale, il cittadino potrà “fidarsi del Giudice e della Giustizia dello Stato, accettando anche il rischio di una risposta sfavorevole”. Una sentenza accettata perché percepita come giusta, anche se contraria ai propri interessi, è il massimo successo di una civiltà giuridica. È la giustizia che unisce la comunità invece di lacerarla in fazioni.

5. Il coraggio della responsabilità contro lo spettro della paralisi politica, mafiosa o dell’opinione pubblica

In un passaggio di straordinaria attualità, Livatino mette in guardia dai pericoli di riforme che, sotto il pretesto di punire gli errori dei giudici, mirano in realtà a intimidirli. Una giustizia che vive nel terrore della responsabilità civile per ogni atto interpretativo finirebbe per diventare una giustizia immobile, incapace di colpire i poteri forti. Una simile impostazione:

“punisce l’azione e premia l’ina-zione, l’inerzia, l’indifferenza professionale”.

Il giudice non deve essere spinto a cercare il “provvedimento innocuo” — quello che non disturba nessuno e non rischia nulla — ma deve avere il coraggio della verità. Livatino conclude ricordando che l’indipendenza è una conquista quotidiana che richiede volontà:

“il Giudice di ogni tempo deve essere ed apparire libero ed indipendente, e tanto può essere ed apparire ove egli stesso lo voglia e deve volerlo per essere degno della sua funzione e non tradire il suo mandato”.

Recuperare il diritto come bussola della convivenza non è compito di una minoranza chiusa in tribunale, ma un impegno corale

“dello Stato, dei soggetti collettivi, della stessa opinione pubblica”.

Stato, soggetti collettivi e opinione pubblica. Tutti e tre indispensabili e non sovrapponibili. Solo così Livatino resta, ancora oggi, il nostro Magister Vitae.

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Francesco Rizzo
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