Il piano inclinato dell’esistenza. Alajmo e la verità senza sconti

di Francesco Rizzo

La metis del naufragio

C’è un momento preciso, nell’Aula Magna “R. Cammarata” di Bivona, in cui il pietismo si trasforma in una gabbia e la statistica in un sudario. Roberto Alajmo, con quella precisione chirurgica che lo contraddistingue, decide di scardinare questa struttura rassicurante davanti a una platea di giovani che, per una mattinata, hanno smesso di essere spettatori per diventare testimoni. Non siamo di fronte a una presentazione editoriale canonica, ma a un’indagine metafisica sulla condizione umana, dove il tema della migrazione è solo il pretesto per parlare dell’attrito violento tra il desiderio e la realtà. Alajmo compie un’operazione quasi iconoclasta: sottrae la santità al migrante. Ci restituisce Usman, un diciassettenne che ha il diritto di essere un “pasticcione”, un ingenuo, persino un po’ parziale nei suoi giudizi. È questa la vera impertinenza del libro: Usman non scappa solo dalla guerra, ma scappa per il desiderio, squisitamente adolescenziale, di vedere cosa c’è “oltre”. Rivendica il diritto al capriccio, all’errore, alla tridimensionalità, fuggendo da quello schema del “giusto soccorso” in cui noi occidentali amiamo confinarlo.

La meccanica del destino

Il dialogo si accende quando gli studenti interpellano l’autore sulla libertà dei personaggi. Gemma Greco (IV A SC) pone la domanda definitiva: i protagonisti sono padroni del proprio destino o trascinati dagli eventi?. La risposta di Alajmo è un fulmine: “Se la barzelletta fa ridere, non va spiegata”. Non è un’evasione, ma una lezione di poetica. I suoi personaggi si muovono su un piano inclinato dove non esiste stasi: o si sale con fatica immane o si scivola inesorabilmente. La metafora suggerisce una perdita progressiva di equilibrio, un processo meccanico e spietato dove la volontà individuale soccombe alla forza di gravità di un sistema che vuole l’individuo a terra.

Martina Cammaroto (IV A SC) legge un brano che sembra un referto autoptico dell’esistenza: le cose succedono un poco alla volta, quasi senza che uno se ne accorga, finché guardando indietro la distanza percorsa appare immensa. È la descrizione del “passo dopo passo” che porta Usman lontano dalla sua terra e da se stesso.

Un pinocchio anti-ecumenico

L’architettura del romanzo poggia su un pilastro nobile e inquietante: Pinocchio. Myriam Scozzari (II B SC) evoca il desiderio di Usman di un mondo dove non si rischi di essere “mangiati”. Ma Alajmo opera un ribaltamento antiecumenico: la Sicilia smette di essere la terra del Gattopardo per diventare un gigantesco e obliquo Paese dei Balocchi. Qui l’integrazione è una promessa che trasforma gli uomini in asini, e la “macchina dell’accoglienza” ha gli ingranaggi arrugginiti di un tribunale kafkiano. Usman è circondato da Gatti e Volpi in versione scafista e Lucignoli che portano verso integralismi radicali come fossero parchi giochi per disperati.

La finestra di Usman tra bisogno d’aria e mandato paterno

Uno dei nuclei più densi dell’incontro riguarda l’invito del padre: “Apri la finestra”. Sonia Cavaleri (IV A CL) scava nel significato profondo: era un invito simbolico ad aprirsi al mondo o un semplice bisogno di ossigeno?. Alajmo risponde con un’ironia tagliente: “Se avessi voluto mandare un messaggio, avrei fatto il postino”. Lo scrittore, confessa, è come il cornuto: l’ultimo a sapere cosa succede davvero tra le pagine della sua opera. Sebbene il richiamo all’ultima invocazione di Goethe — “Più luce!” — aleggi nell’aula, Alajmo avverte che “aprire la finestra” oggi è un atto pericoloso per chi non ha protezioni.

La grammatica della nostalgia

Giorgia Mendola (V B SC) interroga l’autore su un dettaglio grafico: perché Madre, Padre e Maestro sono scritti con la maiuscola? La risposta è nel peso dell’assenza. Quelle non sono più persone, ma pilastri mitologici di una vita precedente, simboli di una terra natìa che si è fatta maiuscola nel ricordo perché irraggiungibile nella realtà. Il momento di massima tensione etica arriva con la domanda di Giorgia Sapienza (V A CL) sull’abbraccio respinto dall’educatrice Grazia. Usman cerca affetto, Grazia si irrigidisce. È paura del privato o pregiudizio? Alajmo non assolve nessuno. Quel gesto mancato è il punto di rottura dove il piano inclinato diventa scivolosissimo: è l’indifferenza di un mondo che rende fragili anche i sogni più puri, trasformando la speranza in un tradimento.

La consapevolezza è una condanna?

Erika Gaetani Liseo (IV B SC) ed Eva Carmellino (II B SC) portano la riflessione sul finale aperto. Usman acquisisce una nuova consapevolezza, ma a che prezzo?. Ha perso l’innocenza e non si riconosce più. È un romanzo di formazione, sì, ma una formazione che avviene per sottrazione, dove ogni “si rese conto” (formula che ricorre ossessivamente nel testo) segna la caduta di un pezzo del suo velo di Maya. L’incontro si chiude sulle note di “Vagabondo” dei Nomadi, ma senza retorica. Quell’illusione di libertà, avverte Alajmo, nasconde spesso una fuga da se stessi. Non stai scegliendo davvero, stai scivolando. Semplificare la condizione dei migranti, oggi peggiorata rispetto a quando il libro fu scritto, non è un buon servizio alla comunità. Alajmo ci lascia con l’immagine di una scarpa sola e degli occhi che bruciano di sale, costringendoci a restare umani in un mondo che ha smesso di chiamarci per nome.

Abbiamo perso tempo?

L’incontro si è snodato attraverso un’architettura didattica rigorosa, merito del lavoro di pianificazione del Dipartimento di Lettere e della lungimiranza della Dirigente, la prof.ssa Manuela Vacante. Non hanno “addomesticato” il testo per renderlo un’innocua favola morale; al contrario, ne hanno esaltato le spigolosità, usando la musica — da Battiato ai Nomadi — come reagente chimico per isolare la verità nuda, quella che scotta.

A voi, ragazzi che vi affacciate all’abisso della Maturità, dico: non guardate a questa mattinata come a una semplice parentesi. In un mondo che vi vorrebbe “ultre-addomesticati”, l’opera di Alajmo e la struttura ermeneutica dei vostri docenti vi hanno offerto un’arma nietzscheana: il coraggio di guardare nel sole senza restare ciechi. Per l’esame, e per la vita, portate con voi la consapevolezza che il “piano inclinato” non è solo un titolo, è una categoria dello spirito. Se vi chiederanno della libertà, rispondete che essa non è un possesso, ma una lotta contro la gravità degli eventi. Se vi interrogheranno sulla letteratura, ricordate loro — citando Alajmo — che essa non insegue la realtà, ma la precede, intuendone l’essenza prima che si faccia sangue e notizia. Usate Usman come simbolo del diritto alla tridimensionalità: non una vittima bidimensionale, ma un essere umano capace di errore, di capriccio e di desiderio. Questo è il vero “pensiero critico” che i commissari cercano: la capacità di scardinare le gabbie del pietismo e della retorica.

Siamo usciti da quell’aula consapevoli che la letteratura, quando è grande, ci costringe a guardare il naufragio non dalla riva, con il binocolo della pietà, ma dall’acqua, con gli occhi che bruciano di sale e una scarpa sola. Alajmo ci ha ricordato quanto sia difficile restare umani in un mondo che ha smesso di chiamarci per nome. Voi, però, avete ora gli strumenti per risalire quel piano inclinato: non con la speranza ingenua che tradisce, ma con la consapevolezza di chi sa che il destino è un meccanismo spietato che può essere inceppato solo da un pensiero che danza sopra l’abisso.

Avatar photo
Francesco Rizzo
Articoli: 207

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *