L’EVERSIONE DEL LOGOS CARNALE. LA LUCE GENTILE DI ALFONSO CACCIATORE
di Francesco Rizzo
1. Il prologo. L’andirivieni tra presepe e patibolo
L’incipit di “Se tu non piangi” non è una semplice introduzione, ma una dichiarazione d’intenti che scardina la linearità del tempo liturgico. Alfonso Cacciatore confessa che la genesi dell’opera risiede in un paradosso cronologico: la meditazione sulla morte di Cristo nata durante il tempo dell’Incarnazione. L’autore scrive nella Premessa:
«Idealmente il mio è stato un continuo andirivieni tra Nazaret, Betlem e Gerusalemme. Mi è stato propizio il tempo di Avvento e di Natale… Proprio la nudità della carne del Bambinello… è stato un rimando alla nudità del Crocefisso, e dei tanti crocefissi della storia.» (p. 3)
Questa è la prima “capriola” del testo: la spoliazione di Dio non inizia sul Calvario, ma nella mangiatoia. Cacciatore, da buon francescano, vede nella fragilità di un neonato la stessa “arrendevolezza” dell’uomo dei dolori. Il libro si apre sotto l’egida di Giuseppe Ungaretti (p. 1), la cui poesia sulla “fragilità” diventa la lente d’ingrandimento per osservare un Dio che non abita l’iperuranio, ma la polvere.
2. La teologia del “capovolgimento”. Il potere come diakonia
Nel capitolo intitolato ORIZZONTE, il testo raggiunge la sua massima densità speculativa. Cacciatore attinge a piene mani dal magistero di Papa Francesco per definire cosa significhi, oggi, seguire un “Dio capovolto”. Non si tratta di un’astrazione, ma di un gesto politico e profetico che sovverte le gerarchie del mondo.
L’autore richiama con forza l’immagine del Giovedì Santo a Casal del Marmo:
«Il gesto del Papa che lava i piedi ai giovani detenuti è l’immagine plastica del Dio capovolto. È il potere che si fa servizio, l’autorità che si spoglia per diventare diakonia… Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!» (p. 9)
In queste pagine, il “capovolgimento” è presentato come l’unica via d’uscita dalla “globalizzazione dell’indifferenza”. Se la Via Crucis tradizionale rischia di diventare un museo del dolore passato, la versione di Cacciatore è una scarica elettrica sul presente: Dio è capovolto perché sceglie di stare “sotto”, alla base della piramide umana, a sostenere il peso degli scartati.
3. La struttura eversiva. I quattro quadri dell’umanità ferita
La decisione di “scompaginare” le 14 stazioni classiche è l’atto di coraggio letterario più evidente. Cacciatore non vuole che il lettore “scorra” le stazioni come grani di un rosario stanco; vuole che si fermi davanti a Quattro Quadri che sono ferite aperte sulla carne della contemporaneità.
A. Il Primo Quadro. Simone di Cirene e le croci del lavoro e la fatica del pensare
Qui l’autore compie un’operazione di “teologia della liberazione” applicata alla cronaca italiana. Il Cireneo non è più un figurante muto, ma il simbolo di chi è “costretto” a portare pesi che non gli appartengono.
«Il Cireneo oggi ha il volto di chi muore di lavoro, delle “croci bianche” nei campi o nei cantieri. Penso a Satnam Singh, a Paola Clemente… vite spezzate dalla fatica e dallo sfruttamento.» (p. 15) Questa citazione è un atto d’accusa: la croce di Gesù continua a essere piantata ogni volta che il profitto viene prima della vita. Il “capovolgimento” qui è il riconoscimento del sacro nel bracciante sfruttato.
B. Il secondo quadro. Le donne e il sangue dell’Agnello
Il secondo quadro affronta il tema della violenza di genere con una spietatezza evangelica che toglie il fiato. Le “Figlie di Gerusalemme” diventano le madri e le sorelle che oggi piangono le vittime di femminicidio.
«Nel volto di Giulia Cecchettin, e di tante altre come lei, ritroviamo il volto di Cristo martoriato. Il loro sangue si mescola a quello dell’Agnello, chiedendoci non solo lacrime, ma un cambiamento profondo del cuore.» (p. 22) Cacciatore non usa giri di parole: il patriarcato e la violenza sono forme moderne di crocifissione. La Passione di Cristo abita nel grido strozzato delle donne violate.
C. Il terzo quadro. Il mediterraneo come auschwitz liquido
Il terzo quadro è un’immersione nell’abisso dell’indifferenza europea. Il mare, che per Gesù era luogo di miracoli e tempeste sedate, diventa per noi un luogo di morte anonima.
«Caino, dove sei? Il Mediterraneo è diventato un Auschwitz liquido… la nostra indifferenza è il chiodo più appuntito nelle carni di Dio.» (p. 28) L’autore scuote la coscienza del lettore: non si può baciare il legno della croce il Venerdì Santo se si volge lo sguardo altrove davanti ai barconi che affondano.
4. Il Quarto Quadro. L’assenza del commento e il trionfo del Verbo
Straordinaria è la scelta finale del libro. Nel quarto quadro, quello della deposizione e della risurrezione, Alfonso Cacciatore sceglie il silenzio. Non ci sono più le sue parole, solo il testo nudo del Vangelo di Marco:
«Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno…» (p. 31, citando Mc 16,1-8) Questo silenzio è pedagogico: dopo aver mostrato le piaghe del mondo, l’autore si ritira per lasciare che sia la Risurrezione — e la responsabilità del lettore — a parlare. La Risurrezione non è un lieto fine, ma un “invio” in Galilea, nelle strade del mondo ferito.
5. La saggezza delle lacrime
Il volume si conclude con la preghiera dell’Anima di Cristo (p. 32), un ritorno all’intimità mistica dopo il fragore della denuncia sociale. Il libro di Cacciatore è un’opera necessaria perché ci ricorda che la fede non è un anestetico, ma un risveglio.
“Se tu non piangi” non è solo il titolo, è un test di umanità. Se davanti alla carne martoriata dei “crocefissi della storia” non proviamo dolore, significa che abbiamo perso Dio. Alfonso Cacciatore, con la sua prosa densa e il suo cuore “capovolto”, ci restituisce la bussola per ritrovare il Cristo non nei cieli lontani, ma nell’uomo presente alla sua fragilità.











