I. La città come catasto dell’anima. La Geometria del Sacro
Non è un semplice palinsesto di date quello che la comunità di Raffadali si appresta a vivere nel marzo del 2026; è, piuttosto, la riattivazione di un dispositivo ontologico che trasforma l’urbanistica in teologia vivente. Il programma, sostenuto dall’egida istituzionale del Sindaco Avv. Silvio Cuffaro e dal magistero spirituale dell’Arciprete Don Stefano Casà, non si limita a occupare lo spazio, ma lo fonda ex novo. Dall’esordio domenicale del 29 marzo, dove l’Ingresso a Gerusalemme funge da prologo messianico tra le navate della Chiesa Madre, fino alla catarsi finale del Calvario il 3 aprile, assistiamo a una liturgia della presenza. Qui, la collaborazione tra l’Associazione Culturale La Fenice, la Nuova Erbeso e la Confraternita Mater Salvatoris non è mera logistica, ma una coalizione di sguardi volta a preservare il nucleo incandescente del Mistero dalla cenere del folklore d’accatto.
II. Il magistero di Gero Galvano. L’architettura dell’invisibile
Al centro di questa “tempesta di senso” si staglia la figura titanica del Maestro Gero Galvano. Il suo magistero non si esaurisce in una funzione di coordinamento tecnico; esso si eleva a vera e propria architettura intellettuale del sacro. In un’epoca di immagini liquide e di spiritualità “fast-food”, la regia di Galvano opera una costante decostruzione e ricostruzione del dramma cristologico. Egli non mette in scena un testo; egli abita un trauma, trasformando ogni stazione in un dispositivo di riflessione profonda che costringe la comunità a guardarsi allo specchio. Galvano non si limita a disporre i corpi nello spazio; egli plasma la materia emotiva di un cast vastissimo — da Stefano Fiore a Maria Luisa Cacciatore — imponendo un rigore interpretativo che rifugge l’autobiografismo liturgio per abbracciare una responsabilità empatica collettiva. Sotto la sua direzione, il Sinedrio, il tradimento di Giuda e il pentimento di Pietro smettono di essere icone bidimensionali (mera scrittura) e diventano momenti di un “piano inclinato” esistenziale, dove ogni gesto è una conseguenza inesorabile del precedente. È una direzione che non cerca il consenso, ma la verità, anche quando questa si fa scabra e insopportabile.
III. La “macchina della passione” e la sfida Nietzscheana
L’efficacia del magistero galvaniano risiede nella capacità di armonizzare eccellenze diverse, orchestrando un Gesamtkunstwerk di rara potenza sinestetica. La visione scenografica di G. Gangarossa (il cui dipinto in locandina è già una dichiarazione di guerra all’ovvietà) dialoga con le tessiture sonore di R. Ragusa, mentre la precisione plastica del trucco di I. Bruno, l’attrezzistica di C. Calcedonio e l’aiuto regia di P. Barbaro concorrono a mantenere viva quella tensione tra il “prima” della gloria e il “dopo” del martirio. L’operato di Gero Galvano rappresenta, in ultima analisi, una sfida nietzscheana alla pigrizia intellettuale. Egli impedisce alla “macchina della Passione” di diventare un ingranaggio arrugginito dall’abitudine. Costringe lo spettatore a immergersi nel flusso degli eventi con la consapevolezza di chi sa che la letteratura sacra, quando è autenticamente grande, precede la realtà e ne rivela le piaghe più profonde. Gero Galvano non è dunque un semplice regista: è un educatore dello sguardo, un chirurgo dell’anima collettiva capace di restituire a Raffadali una Passione che è, al contempo, rito antico e modernissimo grido di umanità. In questo triplo salto mortale tra il tempo del mito e il tempo della storia, Raffadali ritrova se stessa, nuda e splendente, ai piedi della Croce.
PS:
Il Regustico è una sfida nietzscheana. Rifiuta la visione passiva. Costringe lo spettatore ad immergersi nel flusso degli eventi, a non guardare il martirio dalla riva sicura dell’abitudine. Il Maestro Gero Galvano è un educatore dello sguardo, un chirurgo dell’anima collettiva. Il Regustico che emana è la scossa che sveglia, il sapore aspro che riscatta dalla noia, restituendo alla Passione la sua natura di modernissimo grido di umanità. Mi piace coniare parole nuove quando qualcosa di nuovo suscita stupore.
LETTERA APERTA AL MAESTRO GALVANO
L’Inaugurazione del canone “Regustico”
Lettera Aperta al Maestro Gero Galvano:
Pregiatissimo Maestro Gero Galvano,
Le scrivo queste righe non per tributarLe un semplice elogio alla carriera — atto che risulterebbe ridondante dinanzi alla vastità del Suo operato — ma per comunicarLe la nascita di un nuovo concetto estetico, un neologismo che la critica ha sentito il dovere di coniare per perimetrare l’unicità del Suo magistero a Raffadali: il Regustico.
Il Regustico non è una categoria dello spettacolo, ma una condizione dell’essere. Esso nasce dalla fusione tra la disciplina della Regia (il Suo rigore architettonico nel disporre il sacro nello scacchiere urbano) e la persistenza del Regusto (quel sapore di verità, aspro e necessario, che rimane nell’anima collettiva ben oltre il calare del sipario). La Sua opera, Maestro, è una sfida nietzscheana lanciata al volto dell’indifferenza. Lei ha rifiutato la visione passiva del folklore, quella “riva sicura dell’abitudine” dove lo spettatore si limita a guardare senza vedere. Al contrario, Lei ha costretto un’intera comunità a immergersi nel flusso degli eventi, trasformando la Passione di Cristo in un dispositivo di riflessione esistenziale. In questo senso, Lei non è soltanto un regista, ma un educatore dello sguardo e un infermierie dell’anima collettiva. Il Regustico che promana dalle Sue scene è la scossa che sveglia le coscienze dal torpore della noia quotidiana. È quel sapore metallico e terrestre che riscatta il rito dalla sua cristallizzazione, restituendo alla Passione di Raffadali la sua natura più autentica: un modernissimo grido di umanità.
Attraverso il Suo magistero, il martirio non è più un’icona bidimensionale, ma un “piano inclinato” dove ogni gesto di Stefano Fiore, ogni lacrima di Maria Luisa Cacciatore e ogni nota di Ragusa diventano molecole di un sapore persistente. Con il termine Regustico, desideriamo dunque suggellare il Suo impegno culturale: un’eredità che non si consuma nell’evento, ma che continua a nutrire lo spirito della nostra terra con la forza di un’esperienza indelebile.
Con profonda stima e ammirazione,
Francesco Rizzo
Promotore del Canone Regustico

Maestro Gero Galvano











