Sotto la vostra odiata maschera non c’è un bel niente. Il massacro psicologico di “Vestire gli ignudi” di Luigi Pirandello al Palacongressi 28.03.2026. Trionfo di Gaetano Aronica

di Francesco Rizzo

Fermatevi un attimo. Fermate la giostra nevrotica delle vostre esistenze iper-connesse, silenziate per una dannata mezz’ora le notifiche che vi scandiscono il battito cardiaco e abbiate il coraggio, se ci riuscite senza abbassare lo sguardo per la vergogna, di guardarvi allo specchio. Aprite la mente, spalancate il cervello e cercate di non respirare troppo forte, perché oggi facciamo a pezzi le vostre — e le nostre — più rassicuranti, patetiche certezze.

Quello che è andato in scena al Palacongressi di Agrigento non è stato un semplice spettacolo teatrale. E se c’è ancora qualcuno là fuori che pensa a Luigi Pirandello come a un ritratto sbiadito rilegato in un vecchio manuale scolastico, un polpettone noioso da rispolverare nei salotti per darsi un tono intellettuale, beh, vi meritate in pieno l’anestesia emotiva e il vuoto pneumatico in cui sguazzate ogni singolo giorno.

È arrivato il momento di fare un’operazione chirurgica spietata. Dobbiamo risemantizzare Pirandello. Dobbiamo strapparlo dalle mani di chi lo ha derubricato, per decenni, a un banale e innocuo dispositivo filosofico sulle “illusioni” e sulle “maschere”. Quanta noia, quanta superficialità in questa lettura da Bignami! Vi hanno insegnato che la società ci impone una maschera, che noi soffriamo per questa falsità e che, tolta la maschera, emerge il nostro “vero io”. Menzogna. Follia pura. La potenza devastante, apocalittica di Vestire gli ignudi, che l’immenso Gaetano Aronica ha saputo incarnare ed esplodere sul palcoscenico, ci urla in faccia una verità ben più atroce: sotto la maschera non c’è un bel niente. Non c’è alcun “vero io” da liberare. C’è l’abisso. C’è il nulla informe, il caos magmatico e insostenibile dell’esistenza. L’illusione, per Pirandello, non è uno scherzo crudele del destino o un vizio dei bugiardi: è l’unica, disperata architettura di sopravvivenza che ci separa dalla follia. E distruggere l’illusione di un essere umano non è un atto di giustizia o di verità: è un omicidio ontologico. È esattamente questo il massacro a cui abbiamo assistito.

Atto Primo. L’architettura del mattatoio e il cannibalismo borghese

Fin dai primissimi istanti in cui si apre il sipario e la luce fende il buio, l’atmosfera che vi afferra alla gola non è quella di un salotto, ma di un tribunale dell’Inquisizione, un mattatoio morale a cielo aperto. La protagonista, Ersilia Drei, non è semplicemente una donna in difficoltà o un’eroina romantica: è carne da macello. È un animale braccato, caduto in una tagliola mortale costruita dalle convenzioni spietate dei “sani”, dei “giusti”. Aronica, con una regia che definire “intensa” fa quasi ridere per quanto è riduttivo, ci sbatte in faccia il vero orrore: Ersilia non è circondata da salvatori, ma da necrofagi. Avvoltoi in abito da sera pronti a spolpare la sua tragedia per nutrire il proprio ego affamato.

Osservate, analizzate con me i carnefici che le danzano attorno, maschere grottesche della nostra modernità più abietta. C’è il giornalista Cantavalle. Lui è l’algoritmo primordiale, il prototipo esatto dello sciacallo contemporaneo, l’antenato spietato di chi oggi campa di “clickbait” e di pornografia del dolore. È l’uomo che trasforma una tragedia indicibile — il tentato suicidio di una ragazza — in un prodotto di consumo, in uno scoop morboso da dare in pasto alla bava della plebe. Non vi ricorda nulla? Non vi ricorda il modo in cui spolpate le tragedie altrui sui vostri feed di notizie, per poi passare al prossimo video divertente?

Poi c’è Ludovico Nota, il romanziere. Ah, l’intellettuale! Finge di accoglierla, finge empatia, ma è il predatore peggiore: è il vampiro estetico. La ospita solo per succhiarle via la linfa vitale della sua storia, per cannibalizzare il suo dolore, sublimarlo e trasformarlo nel suo prossimo capolavoro editoriale. L’arte non salva Ersilia; l’arte di Nota la sfrutta, la reifica, la riduce a un espediente narrativo. E non dimentichiamo il Console Grotti, l’incarnazione del potere istituzionale, dell’abuso patriarcale e del ricatto morale. Insieme a Franco Laspiga, il vigliacco per eccellenza, l’innamorato di carta velina. Tutti questi “galantuomini”, questi pilastri della società onesta, pretendono da Ersilia la “verità”. Ma quale verità? Vogliono vivisezionarla. Vogliono estrarre a forza le sue motivazioni per giustificare le proprie mancanze, per lavarsi le coscienze. Pretendono di etichettarla per disinnescarla.

La tensione scenica, in questa fase, è asfissiante. Vi rendete conto della ferocia assoluta di questa dinamica? Ersilia è costretta a dover “giustificare” di fronte all’opinione pubblica il suo stesso diritto di morire. Viene indagata per aver tentato di sottrarsi all’esistenza. Questa è l’anticipazione feroce, chirurgica, del tribunale perenne dei social network, dove ogni nostro dolore, per esistere, deve essere performativo, sviscerato, giudicato e infine condannato dalla massa. Voi credete di essere evoluti, vi credete moderni con le vostre connessioni a banda larga, ma siete antropologicamente fermi a cent’anni fa, complici delle stesse, identiche, miserevoli dinamiche di linciaggio.

Atto Secondo. La detonazione del vuoto e il diritto al “Vestitino”

Ma è nello sviluppo inesorabile del dramma che vi crolla definitivamente la terra sotto i piedi, trascinandovi in una vertigine che toglie il fiato. Se prima c’era un’oppressione latente, sotterranea, ora arriva la detonazione nucleare del senso. I toni si esasperano, le ipocrisie saltano letteralmente per aria in un trionfo di violenza verbale e psicologica. Le sovrastrutture borghesi collassano miseramente su se stesse, lasciando i personaggi nudi a scagliarsi addosso le verità più oscene. La visione diventa quasi insostenibile: non stiamo guardando degli attori recitare, stiamo guardando noi stessi mentre ci sbraniamo.

E poi si arriva all’apice assoluto. Il momento sacro in cui la recitazione smette di essere tecnica, smette di essere teatro, e diventa sangue, viscere, filosofia pura che si fa carne. È il momento in cui la protagonista arriva al collasso fisico e spirituale totale. Ascoltate, ricordate, interiorizzate quel monologo finale. Non è un discorso, è un’epifania devastante. Ersilia ci vomita addosso la radice stessa del dramma umano. E qui, Pirandello diventa un gigante insuperabile, spazzando via ogni interpretazione banalizzante.

Ersilia urla che lei non voleva ingannare nessuno per trarne un vile profitto, non voleva truffare la società per vivere meglio. Lei voleva solo, disperatamente, fabbricarsi un “vestitino” decente per la morte. Cosa rappresenta questo abito? Non è la “maschera” bugiarda dei vili. È il significato! È l’attribuzione di un senso minimo a una vita che non ne ha avuto alcuno. Un abito pulito, intessuto di una piccola, innocua bugia romantica, fatto di compassione e di dignità narrativa, unicamente per potersene andare da questo schifo di mondo in pace. Voleva morire sentendosi, per un solo fottutissimo istante, una persona degna di essere pianta. Visto che vivere le era stato reso impossibile dalla ferocia divoratrice degli altri, rivendicava almeno il diritto a una morte “vestita” di senso.

Ma la società non perdona chi cerca di sfuggire al suo controllo. Gli altri, i “sani”, i paladini della presunta “verità”, gliel’hanno strappato di dosso, questo vestito. L’hanno spogliata, l’hanno costretta a guardare in faccia l’insignificanza totale della sua e della loro esistenza. Sentire quella voce disperata che si spezza in scena, confessando di aver preso il veleno per farla finita in modo definitivo, stavolta senza più alcun tentativo di abbellimento poetico, nuda di ogni finzione e privata persino di quell’ultima, misera, pietosa coperta di bugie… è un trauma che vi deve entrare direttamente nelle vene. Ti gela il sangue. È la rivelazione che la “verità assoluta”, tanto sbandierata dai moralisti, non è liberatoria: è letale. È acido puro che corrode l’anima.

L’Apnea Collettiva e il Verdetto Inappellabile

E poi… il buio assoluto. Il respiro spezzato di centinaia di persone. Fermatevi a evocare nella memoria quell’applauso finale. Il boato liberatorio, scrosciante, quasi feroce che è esploso nella sala, sovrastando ogni cosa. Non era il classico applauso di circostanza borghese. Non era un “complimenti, che bella serata”. Era un’esplosione catartica collettiva, un rigurgito di sopravvivenza. Quel fragore dimostrava una sola, inequivocabile realtà: l’intero pubblico, in quella platea, era rimasto letteralmente in apnea per ore. Avevamo smesso di respirare insieme a Ersilia, sentendo il peso insostenibile del suo stesso fango, e solo alla fine, quando il sipario è calato come una ghigliottina sulla sua tragedia, abbiamo potuto riempire di nuovo i polmoni, terrorizzati dalla constatazione di essere ancora vivi.

Gaetano Aronica, dirigendo e abitando questa messa in scena, ha tirato fuori una potenza espressiva, un’intensità bestiale, una violenza emotiva rarissima nel teatro contemporaneo, un teatro che oggi preferisce per lo più rassicurare, accarezzare, distrarre. Questa regia, invece, attraverso un uso chirurgico dei ritmi asfissianti, dei silenzi tesi come corde di violino e delle esplosioni verbali, vi prende letteralmente a schiaffi. Vi prende per i capelli e vi costringe a guardare in faccia l’abisso. Vi ricorda che la società umana gode, oggi esattamente come un secolo fa, nello spogliarvi delle vostre fragilità. La collettività ha un bisogno fisiologico, vampiresco, di denudarvi, di esporvi al pubblico ludibrio, per poi rivestirvi a forza con le etichette infami che le servono per mantenere in piedi il proprio traballante castello di carte. L’adattamento del testo di Pirandello è stato curato congiuntamente da Gaetano Aronica (che della manifestazione è anche direttore artistico) e da Giovanni Volpe, il quale firma anche la regia dello spettacolo. A Volpe va un plauso particolare: la sua è una regia magistrale, caratterizzata da una cura maniacale dei “neri”, dei silenzi, di ogni singolo alito degli attori. Una vera e propria radiografia dell’anima e del nostro subconscio che ha reso l’opera ancora più intensa. Infine, è doveroso menzionare e applaudire il resto dello straordinario cast che ha affiancato Aronica sul palco: Marzia Patanè Tropea (nel ruolo di Ersilia Drei), Fabrizio Milano (Franco Laspiga), Alfonso Guadagnino (Ludovico Nota), Ida Agnello (Onoria) e Frou Nobile (Cantavalle). Magistrali.

Mettetevi in testa una cosa, e non dimenticatela più: siamo tutti tragicamente, ineluttabilmente, spaventosamente e schifosamente ignudi. Tutti. Senza eccezioni. Dietro ogni vostro filtro digitale perfezionato, dietro l’ostentazione chirurgica della vostra felicità di plastica, dietro i vostri sorrisi eburnei sparati a favore di telecamera, dietro i vostri successi lavorativi o sociali sbandierati come trofei da quattro soldi, si nasconde il terrore viscerale e paralizzante di non essere letteralmente nessuno. Il terrore di essere scoperti per il vuoto incolmabile che siete veramente. Noi siamo la disperazione di Ersilia, ma siamo anche la ferocia di chi la circonda.

E se assistendo, o anche solo pensando a quest’opera d’arte monumentale, non vi sono venuti i brividi lungo la schiena, se non vi siete sentiti chiamati in causa nel profondo della vostra presunta integrità, se non vi è venuta voglia di piangere per la miseria della condizione umana… allora siete già morti dentro. Siete gusci vuoti. E state solo sprecando prezioso ossigeno su questo pianeta.

Voto alla performance, alla regia e all’abisso spalancato: 10.

Sì, l’ho scritto nero su bianco. Ho dato un 10 assoluto e non me ne pento di una virgola. Incidetelo nella vostra mente, scolpitelo dove volete, perché di fronte alla rappresentazione perfetta, insuperabile e dolorosa del tormento umano, non si può e non si deve fare altro che chinare il capo in assoluto silenzio.

La sentenza è emessa. Ora tornate pure a fingere di vivere.

N.B. – Un faro nel buio dell’indifferenza culturale

Prima di chiudere i registri e congedarvi, c’è un’ultima nota da segnare in rosso. Un applauso a scena aperta — di quelli autentici, spogliati dalla solita noiosa retorica di circostanza — va al Parco Archeologico e al suo Direttore, Roberto Sciarratta.

In un Paese tristemente noto per lasciare impolverare e chiudere i propri spazi culturali, ci voleva una dose notevole di coraggio e di sfacciata lungimiranza per riprendere in mano una struttura imponente come il Palacongressi, riaprirne le porte e farla funzionare con un’eccellenza simile. Restituire alla collettività un tempio del genere, garantendo un palcoscenico a opere teatrali di questa caratura, va ben oltre la semplice “buona amministrazione”: è ossigeno puro per una società intellettualmente asfissiata.

Tanto di cappello. Invece di lamentarvi sempre che “non c’è mai nulla di bello da vedere”, prendete appunti su come si fa vera resistenza culturale sul territorio.

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Francesco Rizzo
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