Un onesto tradimento
(A Serafina Battaglia, e a “Lo sputo”)
Con le scarpe pesanti di terra riarsa
e uno scialle che puzza di fumo di cera,
attraversa la navata, non per comparsa,
ha un buco nel petto di rabbia sincera.
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Lei il codice muto l’ha sempre ingoiato,
sapeva l’odore del piombo e dell’oro.
Ma i lupi hanno morso il figlio sbagliato,
bucando la carne, l’amore il decoro.
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E qui si consuma l’onesto tradimento:
usare la legge per faida privata.
Nessun ideale, nessun pentimento,
ma l’ira ferina di madre svuotata.
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Si ferma a un respiro dai capi rinchiusi,
non trema, non piange, non cerca conforto.
Tra i fogli di carta e i giudici intrusi,
li fissa negli occhi e rivede il suo morto.
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Raccoglie la gola un grumo di sale,
di lutto, d’insonnia, di viscere e pece.
Non serve la polvere, non serve pugnale,
uno sputo soltanto, che brucia chi siede.
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Lo scaglia sul viso all’antico padrone,
affogando il rispetto in quel gesto d’inferno.
La mafia si sgretola, un’umiliazione:
servire la sua regola, ferirli in eterno.
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Quando il diritto incontra la letteratura
Per decodificare la complessità de “Lo sputo”, è categorico partire da un presupposto: il libro nasce da un cortocircuito istituzionale e intellettuale. Marzia Sabella, magistrato di primissima linea, ex componente del pool che catturò Bernardo Provenzano e già Procuratrice facente funzioni a Palermo, si trova di fronte a un limite invalicabile. La sua professione le impone di cercare prove, redigere capi d’imputazione e muoversi nel perimetro rigido e asettico del Codice Penale. Il Diritto, per sua natura, è binario: stabilisce il torto e la ragione, la colpevolezza e l’innocenza, quantificando la pena. Ma il Diritto non ha gli strumenti per spiegare l’animo umano. Non sa codificare l’odio atavico, non può processare la cultura del sospetto, non sa emettere sentenze sui retaggi patriarcali e matriarcali. È esattamente qui che Sabella depone la toga e impugna la penna. La letteratura diventa la prosecuzione dell’indagine con altri mezzi. “Lo sputo” è il risultato di questa trasmutazione: l’autrice utilizza la forma del romanzo per colmare i vuoti dei verbali di polizia. Attraverso la narrativa, Sabella si concede il lusso supremo della pietas (la profonda e analitica comprensione delle miserie umane), trasformando un polveroso fascicolo processuale degli anni Sessanta in una tragedia greca moderna.
La Sicilia polverosa e spietata degli anni ’60
Il contesto storico e geografico in cui si muove il romanzo non è uno sfondo inerte, ma un coprotagonista vivo e pulsante. Siamo nella Sicilia a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, un’epoca di profonde transizioni. Da un lato c’è l’Italia del boom economico, della televisione e delle autostrade; dall’altro c’è una provincia siciliana (in particolare il triangolo tra Palermo, Castellammare del Golfo e Alcamo) ancora ancorata a logiche feudali.
È una terra bruciata dal sole, dove lo Stato è percepito come un’entità lontana, ostile o, nel peggiore dei casi, collusa. In questo vuoto di potere istituzionale, Cosa Nostra non è solo un’organizzazione criminale, ma è l’ordinamento giuridico di fatto. La mafia dirime le controversie, garantisce l’ordine (un ordine fondato sul terrore), assegna il lavoro e decreta le condanne a morte. Sabella dipinge questo microcosmo con pennellate crude, prive di ogni romanticismo folcloristico. Non ci sono mandolini o coppole pittoresche, ma la brutalità di una società agricola che si sta trasformando in mafia urbana e imprenditoriale, pronta a sporcarsi le mani di sangue per il controllo dei mercati, dei feudi e dei nascenti appalti pubblici. In questo brodo di coltura intriso di violenza sistemica, si muovono le pedine del romanzo.
Serafina Battaglia. L’Antieroe per eccellenza
Il cuore pulsante del libro è lei: Serafina Battaglia. Se cercate un’eroina dell’antimafia, una donna illuminata dai valori della Costituzione o una martire dei diritti civili, avete sbagliato libro. La grandezza letteraria e storiografica di Marzia Sabella risiede proprio nella spietata onestà con cui ritratta la sua protagonista. Serafina è una popolana analfabeta o quasi, ma dotata di un’intelligenza selvatica, tattica e ferocissima. È la moglie di Stefano Leale, un mafioso di secondo piano di Alcamo. Ma Serafina non è la consorte che subisce in silenzio, non è la donna costretta a lavare i panni sporchi di sangue fingendo di non vedere. Serafina è organica al sistema. È colei che organizza, che consiglia il marito, che partecipa alle dinamiche di potere occulto e che respira, accetta e foraggia la cultura mafiosa. Sabella ci mostra una donna che conosce perfettamente il peso di uno sguardo, il significato di un sussurro, la prossemica del potere criminale. Quando il marito viene brutalmente assassinato dai sicari della potentissima cosca dei Rimi, Serafina non si rivolge allo Stato. Nella sua logica, l’omicidio del marito è un “infortunio sul lavoro”, un rischio calcolato per chi vive di mafia. Si aspetta giustizia non dai carabinieri, ma dal figlio ventenne, Salvatore. Lo istiga, lo pungola, lo educa alla vendetta privata, rinfacciandogli di non essere abbastanza “uomo” se non lava col sangue l’onore del padre.
La “vendetta istituzionalizzata”
Il punto di rottura, l’innesco che trasforma la storia di una famiglia criminale in un caso nazionale, avviene quando i boss uccidono anche il figlio Salvatore, che stava maldestramente cercando di vendicare il padre. È qui che scatta il cortocircuito nella mente di Serafina. L’uccisione di un ragazzo giovane viola una regola d’onore atavica, un tabù non scritto ma (ipocritamente) sbandierato dai mafiosi dell’epoca: “i picciriddi non si toccano”. Sentendosi tradita dallo stesso sistema mafioso che aveva sempre rispettato, Serafina si ritrova senza armi, isolata e circondata da nemici strapotenti. Cosa fa allora una donna di mafia a cui hanno tolto tutto? Prende l’unica arma rimasta a disposizione: il Tribunale dello Stato italiano. La collaborazione di Serafina Battaglia con la giustizia non ha nulla a che vedere con il pentimento morale (che vedremo decenni dopo con figure come Tommaso Buscetta o Gaspare Mutolo). La sua è una “vendetta istituzionalizzata”. Serafina usa le aule di giustizia, i verbali, le testimonianze giurate e i giudici come un manganello, come un sicario legale per distruggere chi le ha sterminato la famiglia. È un paradosso vertiginoso che Sabella padroneggia con maestria assoluta: una mafiosa che usa lo Stato per applicare una legge della mafia.
L’anatomia di un gesto
Il momento che dà il titolo al romanzo è un capolavoro di semiotica teatrale e destrutturazione del potere. Siamo in aula di tribunale. Serafina, vestita rigorosamente a lutto, con lo scialle nero calcato sulla testa, si alza dal banco dei testimoni, attraversa l’aula, si avvicina alle gabbie dove sono rinchiusi i temutissimi boss della mafia (uomini davanti ai quali intere città abbassavano lo sguardo) e sputa loro in faccia. Non è un gesto di stizza improvviso, è un’esecuzione morale premeditata. Accompagna lo sputo con insulti pesantissimi, trascritti fedelmente dalla Sabella attingendo agli archivi: li chiama “cannavazzi” (stracci da pavimenti, uomini senza spina dorsale), li intima di togliersi la “coppola” (simbolo del comando e del rispetto mafioso) e di mettersi in testa un paio di corna. In quel preciso istante, Serafina Battaglia compie un atto rivoluzionario che la giustizia ordinaria, da sola, non avrebbe mai potuto compiere. Sputando sui boss e deridendoli pubblicamente in un’aula affollata di giornalisti e carabinieri, Serafina disinnesca l’aura di invincibilità, di terrore sacro e di onorabilità su cui si fonda il potere mafioso. Un boss deriso da una donna del popolo, insultato pubblicamente e coperto di saliva, smette di essere un intoccabile e diventa un pagliaccio miserabile. Lo sputo è un’arma di distruzione di massa contro il prestigio mafioso, infinitamente più letale di una sentenza di ergastolo.
Il matriarcato mafioso. Oltre lo stereotipo della donna sottomessa
Attraverso la vicenda di Serafina, Marzia Sabella offre ai lettori uno dei saggi sociologici più acuti mai scritti sul ruolo della donna in Cosa Nostra. L’autrice demolisce, pezzo per pezzo, la narrativa paternalistica e inesatta che dipinge le donne siciliane di mafia come figure passive, relegate ai fornelli e ignare dei traffici dei mariti.
“Lo sputo” illumina l’oscurità del matriarcato mafioso. In un’organizzazione strutturalmente maschilista ed escludente (le donne non vengono affiliate formalmente con il rito della santinetta bruciata), la donna detiene in realtà il potere più subdolo e fondamentale: il controllo culturale e pedagogico. Sono le madri, le mogli, le sorelle e le figlie a garantire la sopravvivenza genetica della mafia. Sono loro che educano i figli all’odio e alla vendetta; sono loro che stabiliscono chi è degno di rispetto e chi è un infame; sono loro che, quando i mariti finiscono al carcere dell’Ucciardone o al confino, assumono la reggenza economica della famiglia, tengono i contatti con gli affiliati, nascondono i latitanti, lavano i loro vestiti e gestiscono il flusso dei “pizzini”. Sabella ci ricorda che la mafia è un ecosistema sociale prima ancora che criminale. E in questo ecosistema, le donne sono le vere custodi dell’omertà e dell’ortodossia. Serafina Battaglia, nella sua ferocia materna, è l’incarnazione perfetta di questa matriarca arcaica, capace di spingere il proprio stesso figlio verso una morte quasi certa pur di salvaguardare l’onore del sangue.
La lungimiranza di Cesare Terranova
Non si può analizzare “Lo sputo” senza soffermarsi su un’altra figura cardine del libro: il giudice istruttore Cesare Terranova. Sabella rende un tributo altissimo, ma privo di stucchevole agiografia, a questo magistrato pioniere dell’antimafia (che pagherà con la vita il suo acume, assassinato nel 1979). In un’epoca in cui i magistrati, i poliziotti e i politici liquidavano le rare donne denuncianti come pazze, isteriche o inattendibili (vittime dei pregiudizi lombrosiani che ancora permeavano i codici e le aule di giustizia), Terranova fa una cosa rivoluzionaria: ascolta Serafina. Non le chiede di essere una cittadina modello, non le fa lezioni di educazione civica. Intuisce immediatamente che il dolore rabbioso di quella madre vestita di nero è una miniera d’oro investigativa. Terranova sa decodificare il linguaggio metaforico, sgrammaticato e violento di Serafina, capendo che dietro a quelle urla sconnesse si celano le mappe del potere criminale, gli organigrammi delle cosche, i moventi degli omicidi e le connivenze con la politica locale.
Il rapporto tra la vedova mafiosa e il magistrato borghese è uno dei vertici del romanzo: due mondi sideralmente lontani che si uniscono in una strana alleanza tattica, un patto non scritto basato sul mutuo soccorso. Lei cerca il patibolo per i suoi nemici; lui cerca le prove per smantellare Cosa Nostra.
Stile
La scrittura di Marzia Sabella non è un semplice veicolo di informazioni, ma è un elemento strutturale dell’atmosfera del libro. L’autrice fugge da ogni tentazione melodrammatica o pietistica. La sua prosa è un prodigio di ingegneria linguistica.
Da un lato c’è l’italiano asciutto, chirurgico, tagliente e preciso di chi è abituato a scrivere sentenze e requisitorie: una lingua che non ammette sbavature, che seziona i fatti con la freddezza di un medico legale. Dall’altro lato, c’è l’irruzione violenta del dialetto siciliano, non usato come vezzo folcloristico alla Camilleri, ma come lingua primordiale dell’istinto. Il siciliano di Serafina è aulico, teatrale, biblico; è la lingua delle prefiche, delle tragedie di Eschilo, un idioma perfetto per maledire, per giurare e per invocare tempeste di sangue.
Il ritmo della narrazione è sincopato, alternando ricostruzioni storico-giudiziarie rigorosissime a squarci di introspezione psicologica che lasciano il lettore senza fiato. Non ci sono fronzoli, non ci sono pause rassicuranti: il libro avanza con l’inesorabilità di una marcia funebre.
Amarissima eredità
Il libro non offre catarsi o consolazioni a buon mercato. La parabola processuale di Serafina Battaglia (dopo le iniziali condanne storiche in primo e secondo grado) finisce per arenarsi nei meandri dei ricorsi in Cassazione, delle assoluzioni per insufficienza di prove e dei cavilli procedurali di una giustizia italiana ancora in larga parte incapace, o non intenzionata, a riconoscere l’unitarietà del fenomeno mafioso. Serafina finirà i suoi giorni isolata, prigioniera in casa sua, costretta a dormire con la pistola sul comodino per decenni, ignorata dalla grande storia e dimenticata dall’opinione pubblica. Tuttavia, il lascito di questa storia, magistralmente riesumata da Marzia Sabella, è immenso. L’autrice, nelle pagine finali, ci pone di fronte a un monito severo per l’attualità. Citando una famosa frase estrapolata da un’intervista televisiva concessa dalla stessa Serafina (“Se tutte le donne parlassero, la mafia finirebbe in un giorno”), la Sabella ci ricorda qual è il vero zoccolo duro di Cosa Nostra.
Oggi la mafia spara meno, non semina più tritolo in autostrada, preferisce inabissarsi nei salotti finanziari, riciclare capitali nei centri scommesse e stringere accordi silenziosi con la politica collusa. Ma il suo potere silente continua a reggersi sull’omertà delle famiglie, sui silenzi conniventi, sull’accettazione passiva dei privilegi economici garantiti dal crimine. In conclusione, “Lo sputo” di Marzia Sabella è molto più di un romanzo storico. È un capolavoro di scavo morale, un libro indispensabile per chiunque voglia comprendere non solo le dinamiche di Cosa Nostra, ma le abissali e terribili contraddizioni del cuore umano, dimostrando come, a volte, i colpi più duri all’oscurantismo non vengano inflitti dalla purezza cristallina degli eroi, ma dalla rabbia feroce, umana e calcolatrice di chi è nato nel buio.











