I – Il peso della toga, la toga del pesare
Prima di poter anche solo sfiorare la voce narrante della scrittrice, è categorico e imprescindibile radicare Marzia Sabella nel suo personalissimo vissuto istituzionale, geografico e umano. Nata a Bivona, un piccolo centro incastonato nell’entroterra profondo, arido e complesso della provincia di Agrigento, la Sabella ha respirato fin da bambina la densità culturale, le contraddizioni e i silenzi della terra siciliana. Questa non è una coordinata geografica casuale: nascere e formarsi in Sicilia significa, per chi sceglie la via della magistratura, avere a che fare fin dal primo giorno con un ecosistema in cui il confine tra legalità e illegalità, tra onore e sopruso, è spesso sfumato, intriso di un lessico non scritto che solo chi vi appartiene sa decodificare. Portando questo bagaglio all’interno del Palazzo di Giustizia di Palermo, Marzia Sabella ha costruito una carriera forgiata nella primissima linea, nel fango del confronto quotidiano con il lato più oscuro, feroce e spietato della natura umana. Il grande pubblico, e spesso la narrazione mediatica più superficiale, la ricorda per un singolo, monumentale traguardo storico: è stata l’unica donna a far parte del ristrettissimo pool di magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia che, l’11 aprile del 2006, dopo una caccia fantasma durata quarantatré anni, ha messo fine alla leggendaria latitanza del capo dei capi di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano.
Ma ridurre la sua carriera a quel pur clamoroso arresto, all’immagine del boss che mangia cicoria nel casolare di Montagna dei Cavalli, sarebbe un torto imperdonabile alla sua levatura. Nella sua lunghissima esperienza, culminata con l’incarico di Procuratore della Repubblica facente funzioni a Palermo – prima donna in assoluto a ricoprire un simile ruolo di vertice in una Procura dal peso simbolico e operativo così schiacciante – Marzia Sabella ha affondato le mani ben oltre i crimini di mafia. Si è occupata a lungo, con un’ostinazione quasi silenziosa, di reati contro le fasce deboli, di violenza di genere, di abusi su minori, di pedofilia e di tutto quel sottobosco di criminalità familiare e domestica che non fa rumore sui giornali, ma che devasta le fondamenta della società civile. Questo osservatorio privilegiato, crudo, privo di filtri e drammaticamente reale, ha riversato sulla sua scrivania migliaia di storie di sopraffazione, di miseria morale, di follia, di grettezza e di disperazione assoluta. Ed è proprio dal sovraccarico di questa umanità ferita, dall’impossibilità di processare tutto questo dolore solo attraverso i codici, che nasce, quasi come una necessità fisiologica di sopravvivenza, l’urgenza insopprimibile della scrittura.
II – I confini del diritto
Il cuore del fascino intellettuale di Marzia Sabella risiede nel modo brillante e lucidissimo in cui ha teorizzato, e poi messo in pratica, il superamento dei limiti del Diritto. Perché un magistrato di tale esperienza, abituato a maneggiare ergastoli, a firmare richieste di cattura, a decriptare i pizzini dei corleonesi e a confiscare imperi economici milionari, sente a un certo punto il bisogno vitale di affidarsi allo strumento del romanzo? La risposta risiede in quello che potremmo definire il limite invalicabile della “verità processuale”. Il Diritto Penale, per sua intrinseca, sacrosanta e democratica natura, deve essere freddo, asettico, oggettivo e binario. Un tribunale è chiamato a stabilire una e una sola cosa: se un fatto storico costituisce o meno un reato previsto dall’ordinamento, e se l’imputato seduto alla sbarra ne è colpevole o innocente al di là di ogni ragionevole dubbio. Il giudice deve emettere una sentenza basata su prove inoppugnabili, su testimonianze riscontrate, su intercettazioni inequivocabili, non su suggestioni o empatie. Il Codice Penale non può, e soprattutto non deve, provare sentimenti. Non possiede le categorie logiche né gli strumenti ermeneutici per indagare le motivazioni sociologiche, i traumi infantili, il contesto di miseria sistemica, l’ignoranza atavica o le complesse e stratificate sfumature emotive che spingono un individuo, magari in una frazione di secondo o dopo una vita di sottomissione, a oltrepassare la linea della legalità. Il Diritto si ferma inesorabilmente al cosa e al come. Il Diritto fotografa l’azione, ne quantifica il danno e stabilisce una sanzione. Ma lascia irrisolto un abisso. È esattamente in questa terra di mezzo, in questo confine invalicabile e frustrante per l’investigatore, che interviene la donna e la scrittrice con la sua vis letteraria. Sabella utilizza la narrazione letteraria come un finissimo bisturi psicologico per esplorare il perché profondo, insondabile e spesso paradossale dei fenomeni criminali e umani. La letteratura le concede un lusso supremo che la toga di magistrato le vieta categoricamente: l’esercizio della pietas. Non la pietà intesa come commiserazione o giustificazione del reato, ma la pietas nel senso più alto e antico del termine latino, ovvero la profonda, pietosa e umana comprensione delle miserie altrui.
Attraverso le parole, la sintassi e la struttura del romanzo, la Sabella può scavare nel retroterra culturale di una terra immobile, nelle giustificazioni autoassolutorie dei carnefici e nelle enormi, inconfessabili contraddizioni delle vittime, illuminando quella vastissima e insidiosa “zona grigia” che nessuna sentenza di Cassazione riuscirà mai a illuminare del tutto. La letteratura diventa l’estensione dell’indagine con altri mezzi.

III – L’elogio della normalità in “Nostro Onore”
La produzione letteraria di Marzia Sabella non è mai leziosa; è sempre un atto politico, sociale e filosofico. Lo dimostra plasticamente fin dal suo libro del 2015, Nostro onore. Una donna magistrato contro la mafia. In quest’opera, compie un’operazione letteraria e civile di rara intelligenza e coraggio: smonta, pezzo per pezzo, inesorabilmente, la retorica tossica dell’eroe antimafia.
La letteratura, in questo caso specifico, le serve per riportare i magistrati alla loro dimensione squisitamente terrena, fallibile e profondamente umana. L’autrice si scaglia contro l’epica distorta che vuole i giudici come paladini senza macchia e senza paura, creature quasi mitologiche che combattono battaglie tra il Bene assoluto e il Male assoluto. Attraverso le pagine di Nostro onore, noi lettori non assistiamo a duelli western, ma entriamo nella stanza di un ufficio spesso male illuminato, pieno di faldoni impolverati, dove uomini e donne normalissimi combattono quotidianamente contro ostacoli banalissimi: la burocrazia asfissiante, la cronica mancanza di mezzi, la paura fisica, le nevrosi personali, le rivalità tra colleghi e il senso di profonda inadeguatezza di fronte alla mole del male.
Sabella usa la sua penna per raccontare anche le situazioni paradossali, talvolta grottesche e comiche, di chi si reca in Procura credendo di trovare un conforto psichiatrico per le proprie fobie, o per descrivere le intercettazioni surreali di criminali da strapazzo, mafiosi di provincia che si preoccupano di questioni futili mentre organizzano estorsioni. Restituisce umanità, carne e sangue alla figura del giudice, troppo spesso incasellata dai media in un freddo “santino” istituzionale da venerare nei giorni di commemorazione e da attaccare ferocemente il resto dell’anno.
La sua vis letteraria qui è demistificatoria: ci dimostra che il vero coraggio non risiede nell’assenza di paura, che è una prerogativa degli psicopatici, ma nella noiosa, costante, metodica e sfiancante applicazione della legge nella banalità del quotidiano. È un omaggio al dovere silenzioso, spogliato da ogni orpello retorico.

IV – Il matriarcato e la vendetta ne “Lo Sputo”
Ma è con il romanzo Lo sputo (pubblicato per Sellerio nel 2022) che la vis letteraria, l’indagine sociologica e la capacità di introspezione di Marzia Sabella raggiungono il loro vertice assoluto. In questo testo, che è a tutti gli effetti un gioiello di antropologia criminale travestito da romanzo storico, l’autrice recupera dagli archivi polverosi della storia penale italiana una figura dimenticata, marginalizzata, ma di una potenza folgorante: Serafina Battaglia.
Serafina era una popolana siciliana degli anni Sessanta. Vedova e madre di affiliati a Cosa Nostra trucidati durante le spietate guerre tra i clan rivali per il predominio del territorio di Alcamo, decide di compiere un atto inaudito per l’epoca: rompe il secolare muro dell’omertà e decide di testimoniare in tribunale contro i mandanti e gli esecutori, indicandoli uno a uno, arrivando a compiere l’estremo oltraggio di sputare letteralmente in faccia ai boss dietro le sbarre.
Attraverso una lingua che è un impasto magistrale, un amalgama perfetto di italiano secco, asciutto e giuridico, mescolato a un dialetto aulico, tagliente e teatrale, Sabella usa la letteratura per compiere un vero e proprio miracolo analitico. Ci costringe a guardare la realtà senza il filtro confortante del politicamente corretto. Ci spiega, pagina dopo pagina, che Serafina Battaglia non era affatto una “pasionaria” della legalità democratica. Non era un’eroina dei diritti civili, né un’antesignana del moderno movimento antimafia.
Al contrario, la Serafina raccontata da Sabella è una donna profondamente, visceralmente intrisa di cultura mafiosa. Lei respira, accetta, fomenta e giustifica le regole di Cosa Nostra. Era la consigliera del marito mafioso, colei che ne appoggiava l’ascesa criminale. E allora perché parla? Perché denuncia rischiando la vita?
La risposta che la Sabella ci consegna è agghiacciante e meravigliosa nella sua logica distorta: Serafina parla perché la mafia di Alcamo le ha ucciso il figlio giovanissimo, violando la regola aurea, il codice d’onore fondamentale (seppur ipocrita) secondo cui “i picciriddi non si toccano”. Nel momento in cui i boss infrangono la loro stessa legge, Serafina si sente legittimata a usare l’unica arma che le resta. Usa la giustizia dello Stato italiano, i verbali, le aule di tribunale e la figura del giudice istruttore (il grandissimo Cesare Terranova) come un braccio armato, come un manganello istituzionale per perpetrare una personalissima, calcolata e feroce vendetta privata. Invoca la legge formale per ripristinare una regola mafiosa.
Solo la potenza assoluta di un romanzo poteva cogliere, sviscerare e raccontare una contraddizione così feroce, un paradosso così affascinante. Sabella ci trascina nei meandri del cosiddetto matriarcato mafioso. Sfata il mito della donna siciliana di mafia sottomessa e passiva. Ci mostra come le donne, all’interno di Cosa Nostra, siano state storicamente le silenti ma potentissime detentrici del potere educativo: sono loro che tramandano l’odio, che crescono i figli educandoli al mito della vendetta, che gestiscono l’economia domestica del crimine e che, quando gli uomini vengono arrestati o uccisi, ne assumono il ruolo con spietata lucidità.
Il romanzo Lo sputo spiega le dinamiche familiari, psicologiche e di genere all’interno dell’organizzazione criminale in modo infinitamente più efficace, profondo e indimenticabile di quanto non potrebbero mai fare decine di aridi saggi sociologici o le seppur fondamentali sentenze della Suprema Corte di Cassazione. Il gesto dello sputo diventa la sineddoche perfetta: privare il boss della sua onorabilità pubblica, distruggerlo moralmente prima ancora che penalmente.
V – La parola come atto di giustizia suprema
In definitiva, analizzare a trecentosessanta gradi Marzia Sabella significa riconoscere in lei una figura di raccordo fondamentale tra l’azione repressiva dello Stato e l’elaborazione culturale della nazione. La sua vis letteraria ci lascia un testamento intellettuale chiarissimo: i codici, le manette, i sequestri e le sentenze sono strumenti democratici imprescindibili per sanzionare il reale e tutelare i cittadini, ma sono cronicamente insufficienti per comprenderlo nella sua intima oscurità.
Per sconfiggere un fenomeno radicato nei secoli come la mafia, o per affrontare le cicatrici sanguinanti di una società moderna sempre più complessa, è necessario fare lo sforzo immane di capirne l’anima nera. È necessario decifrarne la lingua, ascoltarne i silenzi, studiarne la mimica e interpretarne le logiche distorte.
Per Marzia Sabella, l’atto della scrittura non è mai una finzione consolatoria, un rifugio dal brutto del mondo; è, al contrario, la prosecuzione ostinata dell’indagine nei territori in cui la polizia giudiziaria non ha giurisdizione. La sua letteratura è la forma più alta, profonda, empatica e coraggiosa di ricerca della verità, esattamente lì dove la Legge, per la sua stessa inviolabile natura, deve fermarsi in rispettoso, gelido silenzio.












