Appunti di viaggio su un “luogo interiore”
C’è un momento preciso nella vita di ogni siciliano dell’entroterra in cui si fanno le valigie, intimamente convinti di star tranciando un cordone ombelicale. Si guarda lo specchietto retrovisore, si mormora un “addio” teatrale – magari fermandosi già alle prime curve di Lercara Friddi, come ricorda con ironia chirurgica Marzia Sabella – e si va incontro al “continente”, o al capoluogo, sicuri di lasciarsi alle spalle un microcosmo immobile e asfissiante.
Eppure, sfogliando i ricordi vividi di “Verso Bivona”, ci si rende conto di un inganno prospettico fondamentale: noi non lasciamo mai davvero il paese. Lo impacchettiamo e ce lo portiamo dentro, come un alfabeto segreto.
La Bivona raccontata dalla Sabella non è solo una coordinata geografica incastrata tra le rughe dei Monti Sicani; è un palcoscenico universale, un teatro dell’assurdo e della meraviglia dove la scenografia è fissa e gli attori recitano la vita a braccio. È lu stratuni, la via Roma che funge da implacabile livella sociale. Lì, su quell’asfalto, il passo misurato dello struscio domenicale vale più di un curriculum. È la passerella dove si consuma l’intera commedia umana comunitaria: amori nati per finta, invidie reali, sfoggi di ricchezza improvvisa e silenziose ammissioni di povertà.
E poi c’è la suprema istituzione dell’entroterra: la ‘nciuria. Quell’etichetta appiccicata a vita che l’anagrafe ignora, ma che il popolo venera e teme. Come nel caso dei “Peppi Petra”, la ‘nciuria è un destino ineludibile, un dazio di cittadinanza che ti inchioda alla tua stirpe, nel bene e (soprattutto) nel male. Nessun forestiero potrà mai capirne la valenza; per chi è nato lì, è il vero e unico codice a barre dell’identità.
Il mondo, visto dalla piazza del paese, non è tondo, ma diviso in categorie spietatamente concentriche. Ci sono i tischitoschi del Nord, guardati con il sospetto linguistico e antropologico che si riserva agli alieni; ci sono i vicini di campanile, i picurara di Santo Stefano, eterni rivali di una guerra di confini che si perde nella notte dei tempi. E poi ci sono le città: Agrigento, vissuta come il purgatorio della burocrazia, foriera di scartoffie e bestemmie sussurrate; e Palermo, l’Olimpo universitario da raggiungere a bordo dei taxi collettivi, veri e propri confessionari su quattro ruote lanciati a rotta di collo sulle statali, dove la promiscuità si mescola all’odore di chiuso e alle speranze di laurea.
La vera lezione che si evince dalle pagine del libro non è un banale esercizio di nostalgia. È la lucida consapevolezza di una forma mentis. I riti ciclici, le messe sempre uguali, le pellicole al cine-bar commentate ad alta voce, le recite scolastiche dove un banale “scusi” scivola in uno “scuci” dialettale, paralizzando la solennità della Cavalleria rusticana: tutto questo non era una catena, ma un addestramento.
Quell’isolamento non era una prigione, ma una “scuola peripatetica”. Le strade del paese ci hanno insegnato la prossemica, la gerarchia sociale, la sopportazione, l’arte del compromesso e, soprattutto, l’ironia salvifica. Ci hanno insegnato a leggere l’animo umano senza bisogno di manuali.
E quando, anni dopo, ci si ritrova adulti in una grande metropoli, e basta un incrocio di sguardi per chiedersi: “Allura, picciò, l’avete presente per andare a Bivona?”, si capisce tutto. Si capisce che la bussola non indicava un punto sulla mappa, ma un luogo interiore. Eravamo partiti per esplorare il mondo, convinti di essere diventati cittadini del domani. Abbiamo scoperto di essere rimasti, orgogliosamente e per sempre, gli allievi di quel paesello.












