IL DIALOGO DEL CORTILE CIECO.
SUL MALE, LA FORTUNA, IL CASTIGO E L’ABISSO DELLA CONSAPEVOLEZZA
La scena si apre in un non-luogo, uno spazio metafisico che ricorda l’ora d’aria di un carcere panottico, ma privato di qualsiasi coordinata geografica o temporale. Le pareti sono altissime, edificate in un cemento armato liscio, ostile, privo di ombre o incrinature. Non c’è sole, né cielo; solo una luce zenitale, fredda, clinica e implacabile, che non ammette nascondigli. Tre ombre passeggiano in cerchio, costrette dalla gravità della loro stessa memoria a condividere l’eternità di questo esilio interiore. I loro passi risuonano con cadenze diverse: leggeri e teatrali quelli di Renato (l’Esteta), misurati e rigidi quelli di Cesare (l’Ideologo), lenti e gravati da un peso invisibile quelli di Giuseppe (il Tragico).
RENATO: (Si ferma di scatto, rompendo il ritmo circolare. Finge di accendersi una sigaretta con un gesto ampio, studiato, quasi cinematografico. Soffia fumo inesistente verso la luce zenitale) Guardateci. Prendetevi un fottuto momento per guardarci. Tre icone di un paese di perbenisti che ama i suoi mostri, li foraggia, li sbatte in prima pagina, li fa diventare leggenda, purché poi li tenga rigorosamente chiusi in gabbia o rilegati nelle biografie da autogrill. Dicono che ci accomuna la colpa, il sangue, il titolo di “nemici pubblici”. Ma io mi chiedo, mentre consumiamo le suole in questo cortile senza tempo, in questa anticamera del nulla: cos’è davvero questo “Male” di cui i benpensanti si riempiono la bocca nei salotti televisivi? Per me, vi dirò con onestà, non è mai stato un concetto teologico. Non ho mai visto il diavolo. Il Male è sempre stata solo una vertigine. Un salto nel buio a fari spenti. L’adrenalina purissima di rompere la vetrina delle regole che i mediocri si sono dati per non morire di noia e di sottomissione. Il Male è la sregolatezza della libertà spinta fino al punto di rottura. A Milano, negli anni d’oro della Comasina, quando impugnavi un’arma non stavi facendo filosofia: stavi dichiarando che il tuo tempo valeva più di quello degli altri. Che tu non avresti timbrato il cartellino in fabbrica per arricchire il padrone. Il Male, se proprio vogliamo usare questa parolina da preti, era il prezzo del biglietto per un’esistenza che doveva bruciare, non marcire.
CESARE: (Sorride con un’ombra di malcelato compatimento. Si sistema gli occhiali sul naso con un gesto accademico, guardando Renato come si guarda un insetto fastidioso ma prevedibile) Sei rimasto un ribelle da osteria, Renato. Un romantico di periferia. Confondi l’estetica del furto e l’egotismo infantile con la struttura del mondo. Scambi una rapina in banca per un gesto di liberazione. Il Male, come entità autonoma, morale o religiosa, non esiste. È un fantasma agitato dai preti per governare le coscienze, e dai giudici per mantenere intatto lo status quo del capitale. Quello che la borghesia chiama “Male” era, nel mio tempo, e nella mia dottrina, una necessità storica ineludibile. Era l’attrito sanguinoso, ma inevitabile, della lotta di classe. Quando uno Stato democratico si regge sulla violenza strutturale – lo sfruttamento del proletariato, le stragi di Stato, l’imperialismo – la risposta armata di chi ne ha coscienza non è cattiveria: è dialettica materiale. È l’ostetricia della Storia, per citare chi ne sapeva più di noi. Noi non eravamo criminali, Renato. Noi eravamo l’avanguardia che si sporcava le mani per accelerare la caduta del sistema. Uccidere il carceriere, il giudice o il poliziotto non era un atto di sadismo personale, ma la soppressione di un ingranaggio della macchina repressiva. Il vostro problema, il problema della criminalità comune, è l’assenza totale di coscienza politica. Voi rubavate per avere i vestiti firmati; noi espropriavamo per finanziare la rivoluzione. Il Male è solo la violenza di chi perde la guerra, scritta e giudicata da chi quella guerra l’ha vinta.
GIUSEPPE: (Continua a camminare, più lentamente. Il suo sguardo è rivolto al suolo in cemento, come se cercasse tracce di sangue tra i granelli di polvere. La sua voce è un sussurro raschiante che zittisce gli altri due) Voi usate le parole per costruire labirinti eleganti in cui nascondervi. Le vostre sono architetture di fumo. Tu, Renato, lo chiami “vertigine” e “libertà”, per non ammettere che era semplice, brutale, ferino egoismo. Un narcisismo armato che ha lasciato madri a piangere figli che non c’entravano nulla con la tua voglia di vivere al massimo. E tu, Cesare… tu sei persino peggio. Tu la chiami “dialettica”, la chiami “necessità storica”, per non sentire l’odore stucchevole e dolciastro della polvere da sparo e del sangue rappreso su uomini che non avevano armi in mano, che andavano semplicemente a lavorare. L’ideologia è il tappeto più comodo sotto cui spazzare i cadaveri. Io non ho queste scuse. Io non avevo sovrastrutture. Io ho studiato i libri di filosofia che voi avete usato come paravento, ma li ho letti dal fondo di un buco nero, all’ergastolo ostativo. E in quei libri ho capito che il Male non è un’idea platonica, né un’avventura romantica, e tantomeno una teoria politica. Il Male è un vuoto. È la decisione cosciente, presa in una frazione di secondo che sembra durare un’eternità, di recidere il filo dell’empatia che ti lega all’umanità dell’altro. È guardare un uomo e decidere che lui è un oggetto, un ostacolo, carne da macello. La mia era la Stidda. Era la guerra di mafia a Porto Empedocle. Niente manifesti politici, niente proletariato. Solo sangue, vendetta e sopravvivenza. Io ho scelto quel vuoto. L’ho riempito di piombo perché era l’unico alfabeto che conoscevo per non essere cancellato. Ma non lo chiamo dialettica. Lo chiamo scempio. Non c’è ideologia che lo giustifichi, non c’è adrenalina che lo riscatti. C’è solo la colpa, nuda, insostenibile, incancellabile.
RENATO: (Agita le mani, infastidito dalla pesantezza del discorso) Ma andiamo, Giuseppe! Parli come un frate trappista in preda al cilicio! Dimentichi la regola principale del tavolo da gioco, il motore immobile dell’universo: la Fortuna. La sorte! Il caso cieco! Se io fossi nato figlio di un banchiere a Lugano o in Svizzera, con il trust fund già pronto, la mia “vertigine” l’avrei sfogata in borsa. Avrei speculato sulle spalle della povera gente rubando legalmente milioni, andando a fare vela a Portofino, e oggi sarei un rispettato filantropo con la coscienza candida e le mani profumate. Se Cesare fosse nato in una ricca famiglia parigina, le sue teorie sulla lotta armata le avrebbe scritte in cattedra alla Sorbona, senza mai toccare una P38, applaudito dai radical chic. La nostra colpa, la nostra presunta malvagità, è solo e soltanto una questione di dadi truccati alla nascita. La Fortuna ci ha gettati nel fango, nei quartieri sbagliati, con le compagnie sbagliate, senza un soldo e con troppa rabbia. Noi abbiamo solo imparato a nuotare in quel fango meglio degli altri. Abbiamo usato le zanne perché era l’unica anatomia che il destino ci ha fornito. Giudicare noi senza giudicare il mazzo truccato che ci hanno servito è pura ipocrisia da salotto.
CESARE: (Annuisce lentamente, concedendo un mezzo sorriso) Per una rarissima volta, il bandito ha un’intuizione quasi corretta, seppur declinata con il suo solito vocabolario da biscazziere. Ma io non la chiamo “sorte” in senso metafisico o superstizioso. La chiamo “determinismo storico”, condizionamento materiale. La Fortuna è l’illusione ottica di chi non sa, o non vuole, leggere le forze macroscopiche che governano la società. Io sono stato gettato negli Anni di Piombo. C’era un clima infuocato, c’erano le bombe di piazza Fontana, c’era una generazione tradita. L’individuo, in quelle condizioni di attrito sociale estremo, viene sussunto dal movimento. E tu, Giuseppe, tu sei l’esempio perfetto del determinismo ambientale. Sei stato gettato nell’epicentro di una mattanza. Ricordi il 1986? La strage di Porto Empedocle. Ti hanno sterminato la famiglia. Hai visto il sangue dei tuoi parenti lavare i marciapiedi. Era inevitabile, storicamente e antropologicamente ineludibile in quella Sicilia, che tu rispondessi con lo stesso livello di violenza barbarica. La Fortuna, o meglio, l’ineluttabile concatenazione degli eventi materiali, ci ha forgiati, ci ha resi ciò che siamo. Nessuno di noi poteva agire altrimenti senza tradire il proprio ruolo nella storia o la propria biologia. Noi siamo le conseguenze logiche di premesse scritte da altri.
GIUSEPPE: (Alza lo sguardo per la prima volta. Fissa Cesare con un’intensità raggelante. Si ferma, bloccando anche il cammino degli altri due) Falso. Questa è la menzogna più vigliacca, la scusa dei pavidi che si vestono da intellettuali. È vero, la mia origine è stata tragicamente segnata. La mia famiglia è stata macellata come bestiame al macello. La Fortuna, il determinismo, chiamatelo come volete, mi ha spinto a viva forza sul ciglio dell’abisso. Mi ha fatto sporgere la testa nel baratro. Ma il passo per cadere… quello l’ho fatto io. Le mie gambe, la mia mente. Io ho deciso di armarmi. Io ho deciso di diventare il “Malerba”, il capo, il vendicatore, il boia. Potevo fuggire? Sì. Potevo emigrare, rinnegare la mia terra, piangere i miei morti e lasciar fare a una giustizia inesistente? Sì. Potevo persino lasciarmi uccidere pur di non uccidere. Invece ho scelto. Nel decimo di secondo prima di premere il grilletto, non c’è la lotta di classe e non c’è il lancio dei dadi: c’è la libertà assoluta, spaventosa, dell’individuo che decide di farsi Dio e togliere il respiro a un altro uomo. La Fortuna distribuisce le carte, certo, e a me ha dato una mano intrisa di sangue e disperazione fin da bambino. Ma come giocare quelle carte è stato l’ultimo e definitivo atto del mio libero arbitrio. Negare questo significa negarmi persino la dignità di essere un uomo, riducendomi a un ingranaggio rotto. Io reclamo la mia colpa per intero. Ed è esattamente su questo crinale di responsabilità assoluta che subentra la Giustizia.
RENATO: (Ride sonoramente, una risata che rimbomba metallica sulle pareti lisce) La Giustizia! Eccola lì! La dea bendata che sbircia da sotto la benda per vedere di che colore hai il colletto e quanti avvocati di grido puoi permetterti! Smettila, Giuseppe. La giustizia umana è solo il prezzo del biglietto, la tassa sul rischio. Quando fai il mio mestiere, sai che il rischio d’impresa è la galera o il cimitero. Sapevo che se mi avessero preso, mi avrebbero seppellito sotto una montagna di ergastoli. L’ho messo in conto. Ho giocato forte, ho vissuto come cento di quei borghesi messi insieme, ho perso la partita contro le guardie e loro hanno vinto. Fine. Non c’è nessuna metafisica trascendente, nessuna catarsi, è solo guardia e ladri su scala nazionale. Loro hanno le manette e le celle, noi avevamo i mitra e le macchine veloci. L’unica “giustizia” che riconosco è che non mi sono mai piegato a fare il ruffiano con loro.
CESARE: (Incrocia le braccia, sprezzante) La giustizia dei vostri tribunali borghesi è pura vendetta istituzionale, ammantata di legalità procedurale. È lo Stato che riafferma il proprio monopolio della violenza, chiudendoci in gabbie di cemento non per rieducare – che è una barzelletta costituzionale – ma per dimostrare la sua forza repressiva al popolo bue. Per annientare il nemico politico. Io ho vissuto decenni in Francia e in Brasile perché interi sistemi giuridici stranieri riconoscevano la natura politica, e non comune, delle mie azioni. La dottrina Mitterrand non era un favore, era il riconoscimento che la vostra giustizia italiana era imperiale e vendicativa. Io non riconosco la loro legittimità a giudicare la mia guerra, quindi la loro prigione per me è solo un sequestro di persona autorizzato dalla legge.
GIUSEPPE: (Scuote la testa, con una pacatezza che nasconde una disperazione abissale) Voi parlate dei giudici con la toga d’ermellino. Parlate del Codice Penale, delle guardie, delle estradizioni. Sciocchezze. Quella è burocrazia. Io parlo di un altro tribunale. Quello da cui non puoi evadere scappando in Brasile, e che non puoi irridere facendo il gradasso nelle interviste. Il tribunale della coscienza che si risveglia. La vera Giustizia, amici miei, non è l’ergastolo ostativo che mi hanno affibbiato. Il 41-bis, l’isolamento, i blindi chiusi, le ispezioni, il “fine pena mai”… tutto questo è solo la limitazione fisica del corpo. Ci si abitua a tutto, anche a respirare a comando. La vera Giustizia, il vero ergastolo, è il supplizio cognitivo di sapere esattamente, millimetricamente, ontologicamente, cosa si è fatto. La Giustizia non è la vendetta della società su di noi; è la nostra stessa intelligenza che si rivolta contro la nostra memoria. Quando ero analfabeta e sparavo, non capivo l’orrore. Quando, in cella, ho studiato la filosofia, quando ho compreso Dostoevskij, Raskolnikov, la tragedia greca, il concetto di ‘Altro’, allora l’inferno ha spalancato le porte. La conoscenza mi ha fornito il vocabolario esatto per torturarmi ogni singolo secondo della mia esistenza. Ecco cos’è la pena! E allora vi chiedo, se la Fortuna non ci assolve e il Male è stata una nostra libera e consapevole scelta… la pena quando si estingue? Cosa ci vuole per pagare il debito?
RENATO: (La spavalderia si incrina per un frammento di secondo. Guarda le proprie mani, improvvisamente stanco, quasi nauseato dalla sua stessa interminabile leggenda) Si estingue… si estingue quando smetti di pensarci. Quando accetti che il te stesso di ieri è morto, sepolto sotto le sbarre e il tempo, e che non puoi più riportare in vita nessuno. Devi lasciarlo andare, Giuseppe, o diventi pazzo.
CESARE: (Aggiusta il colletto, irrigidendosi) Si estingue quando la Storia, alla fine del suo percorso materiale, ti riabilita. Quando i posteri svelano l’ipocrisia intrinseca del sistema che ti ha condannato e riconoscono che la tua non era crudeltà, ma avanguardia incompresa.
GIUSEPPE: (Sospira. Il suono è simile al vento secco che raschia la pietra) E se non si estinguesse mai? Se il puro atto di studiare, di capire, di sviscerare la Verità non fosse la chiave per la redenzione e la libertà interiore, ma diventasse la prigione definitiva, l’ultimo girone? Mettiamo che noi tre, in questo preciso istante, abbiamo finalmente compreso fino alla radice delle nostre azioni. Siamo forse diventati uomini giusti, moralmente mondati, solo per aver compreso clinicamente il Male che abbiamo generato? Sapere di essere stati dei mostri, fa smettere di esserlo? O la consapevolezza assoluta non assolve nulla, ma al contrario, ti condanna a bruciare per l’eternità ad occhi sbarrati?
I tre uomini si fermano. Renato fissa il vuoto, improvvisamente privo di battute a effetto. Cesare si toglie gli occhiali, massaggiandosi gli occhi stanchi di fronte all’impossibilità di trovare una scusa politica per l’eternità dell’anima. Giuseppe rimane immobile, con le braccia lungo i fianchi, in attesa di una risposta che nessun libro di filosofia o codice penale possiede.
Nel cortile scende un silenzio assoluto, assordante. Il dialogo si spezza, denso e irrisolto, sospeso sull’orlo di un’aporia irrimediabile: se l’ignoranza e l’istinto hanno generato il mostro, la conoscenza e la cultura lo hanno incatenato alla sua colpa, ma non lo hanno salvato. E se la Verità, tanto ricercata, non libera l’uomo, ma ne certifica solo la definitiva e irreparabile dannazione, allora a cosa serve la mente umana? Continuano a camminare in tondo. Sotto la luce fredda, per sempre.












