Un’indagine critica a quattro mani tra Sardo e Grassonelli. Indagine altresì sociologica e letteraria a dodici anni dalla pubblicazione e dall’esegesi Sardiana probabilmente più celebre e per certi versi rappresentativa.
I. Prolegomeni a una rilettura. L’elogio della decantazione e la condanna dell’istante
Vi è un vizio congenito, un’aporia quasi strutturale e inemendabile nel giornalismo culturale e nella critica letteraria a noi contemporanea: la dittatura incontrastata dell’istante. L’ansia fagocitante, quasi bulimica, di dover emettere sentenze definitive a ridosso immediato dell’uscita di un’opera, mentre ancora le rotative sono calde, l’inchiostro odora di stampa e il fumo delle inevitabili polemiche acceca lo sguardo, ci priva sistematicamente della dimensione più preziosa per l’analisi del pensiero umano: il tempo. Oggi, nell’anno di grazia 2026, a dodici anni esatti di distanza da quel piovoso novembre del 2014 in cui il libro “Malerba” (frutto della complessa genesi a quattro mani tra il giornalista Carmelo Sardo e l’ergastolano Giuseppe Grassonelli) veniva presentato al pubblico – come testimonia il coevo documento audiovisivo ospitato sui server di YouTube (mezzo attraverso il quale ho conosciuto l’autore e il testo, frequentavo la V Liceo), ormai pienamente storicizzato –, possiamo e dobbiamo finalmente sottrarci a quella morsa emotiva e sensazionalistica.
Dodici anni non costituiscono un lasso temporale casuale, né una mera convenzione anagrafica. Essi rappresentano un ciclo intero, un giro di boa sociologico, un giusto e fertilissimo tempo di decantazione. Come per i vini di struttura complessa, quelli nati da viti contorte e da suoli vulcanici, dal tannino spigoloso e dall’acidità tagliente, le opere che affondano le mani a piene dita nel fango del sangue, della criminalità atavica e della colpa inestinguibile necessitano di riposare nel buio silente delle cantine della coscienza collettiva prima di poter essere assaporate adeguatamente. O meglio, prima di poter essere giudicate con la lucidità clinica e spietata che meritano. Nel 2014, l’uscita di “Malerba” fu inevitabilmente avvolta, e per certi versi inquinata, da un pulviscolo di fascinazione morbosa e di giustificata, ma miope, indignazione morale. Poteva, la società civile benpensante, accettare che un pluriomicida, un boss della “Stidda” condannato all’ergastolo ostativo per aver insanguinato le strade della provincia di Agrigento in una guerra di mafia senza quartiere, prendesse la parola? Poteva egli assurgere al ruolo di autore, di intellettuale, persino di vincitore di prestigiosi riconoscimenti letterari come il Premio Sciascia, che proprio in quell’anno sancì la dirompenza dell’opera?
All’epoca, il dibattito pubblico fu inquinato e viziato dall’urgenza sguaiata della cronaca e dal tribunale dei talk show. Oggi, a distanza di dodici anni, la polvere dell’indignazione a gettone si è finalmente posata. L’emozione di pancia ha ceduto il passo alla riflessione storicizzata e alla giurisprudenza. Questo decennio abbondante ci ha concesso il privilegio analitico di scindere l’uomo (con il suo ineludibile e mostruoso carico penale e morale) dall’opera letteraria, permettendoci di analizzare “Malerba” non più come una bizzarria editoriale o, peggio, come una cinica operazione di marketing della redenzione, bensì per quello che strutturalmente e ontologicamente è: un trattato spietato di fenomenologia criminale, un saggio di antropologia culturale siciliana e, in ultima istanza, una vertiginosa indagine filosofica sul concetto di pena, di espiazione, di memoria e di identità. Il tempo ha lavorato per noi, decantando le impurità polemiche e restituendoci il nucleo tragico, universale e profondamente disturbante del testo.
II. La genesi bifronte. Sardo, Grassonelli e la maieutica della colpa
Per comprendere appieno il peso specifico e la caratura letteraria di quest’opera, è imperativo dissezionarne la natura autoriale, che è costitutivamente ibrida, bifronte, dialettica. “Malerba” non è la semplice autobiografia di un assassino che cerca autoassoluzione, né è la biografia romanzata scritta da un giornalista in cerca di scoop facili. È il risultato di uno scontro tettonico, di un cortocircuito epistemologico, di una maieutica dolorosa e senza sconti. Carmelo Sardo, cronista di razza, depositario di una memoria storica agrigentina che ha respirato, metabolizzato e raccontato gli anni di piombo siciliani con lucida abnegazione, si pone in questo testo non come mero amanuense o come passivo registratore di memorie altrui, ma come uno specchio ustionante. Sardo è il Virgilio contemporaneo che decide di scendere nell’Inferno burocratico e spirituale del “fine pena mai”, costringendo Grassonelli (il Malerba, la cattiva erba infestante) a guardarsi dentro, a scarnificare i propri ricordi, a vomitare il non detto. La critica stilistica, ponendosi a questa vitale distanza di sicurezza, ci impone di riconoscere l’equilibrio precario ma straordinariamente efficace della prosa. Sardo non cede mai, nemmeno per mezza riga, alle lusinghe del pietismo, non scivola mai nel compiacimento viscido per la retorica del “bandito redento” o del “ribelle romantico” (una trappola in cui immensa parte della letteratura e della cinematografia contemporanea, dal filone di Gomorra a quello di Suburra, è rovinosamente e colpevolmente caduta). Sardo presta la sua eleganza sintattica, il suo vocabolario sorvegliato e il suo rigore logico al caos primordiale, magmatico e brutale dei ricordi di Grassonelli.
Ne scaturisce una scrittura asciutta, a tratti chirurgica, che paradossalmente, proprio per la sua freddezza espositiva, amplifica a dismisura l’orrore del narrato. In questo scarto temporale di dodici anni, comprendiamo con lampante chiarezza come la vera operazione di Sardo sia stata prettamente e squisitamente letteraria, nel senso più alto e nobile del termine: tradurre l’indicibile (il tanfo del sangue rappreso sull’asfalto, l’adrenalina cieca della mattanza, il vuoto pneumatico e sensoriale della cella d’isolamento) in dicibile, senza edulcorarlo. Grassonelli, dal canto suo, ci mette la carne viva, il sostrato oscuro dell’inconscio criminale. L’incontro tra i due è la collisione tra la Ragione illuminista, che cerca di ordinare e comprendere il disordine, e l’Istinto primordiale della sopravvivenza ferina (nella prima parte della vita) e della disperazione metafisica (nella seconda). È, in nuce, lo scontro tra Apollo e Dioniso declinato nelle patrie galere.
III. Topografia di un massacro. Porto Empedocle, la Stidda e il sangue della provincia
Il teatro in cui si consuma, si dipana e si conclude la tragedia narrata in “Malerba” è Porto Empedocle. E qui, il critico non può esimersi dal fermarsi ed esplorare l’immane paradosso letterario e immaginifico di questa specifica geografia. Porto Empedocle è, nell’immaginario collettivo globale, la Vigata di Andrea Camilleri. È il luogo letterario del rassicurante e colto Commissario Montalbano, delle indagini pacate risolte davanti a un piatto di pasta ‘ncasciata, dei cannoli, del mare placido e di una bonarietà siciliana rassicurante, esportata e venduta nel mondo come rassicurante brand turistico-culturale.
“Malerba” sventra questa cartolina oleografica, la lacera senza pietà e ci sbatte in faccia la “Marina” vera, quella documentale, quella degli anni ’80 e ’90. Una Beirut di provincia, un mattatoio a cielo aperto dove la vita umana valeva meno del piombo usato per reciderla. Il racconto della genesi criminale di Grassonelli sfugge alle logiche canoniche, quasi rassicuranti nella loro prevedibilità, della mafia raccontata dai grandi pentiti storici (i Buscetta, i Contorno, i Mutolo). Grassonelli non appartiene a Cosa Nostra. È la “Stidda”. È la mafia rurale, disordinata, famelica, orizzontale, giovanile e spietata, che si ribella ai vecchi padrini corleonesi in un delirio di onnipotenza e di scontro generazionale. La sua discesa agli inferi non nasce da una “punciuta”, da un rito di affiliazione formale ed esoterico, ma da un trauma originario, carnale e devastante: lo sterminio sistematico della sua famiglia, la strage del bar di Porto Empedocle del 21 settembre 1986. A dodici anni dalla pubblicazione del libro, e a esattamente quarant’anni da quei fatti di sangue, la lettura di quelle pagine assume i connotati inequivocabili di una tragedia greca primigenia. Grassonelli è un Oreste sprofondato nella barbarie contemporanea. Nel vuoto pneumatico lasciato dall’assenza della giustizia statale, subentra con prepotenza atavica la legge del sangue. La vendetta non è una scelta, ma diventa un imperativo categorico, un dovere morale distorto, una condanna ontologica prima ancora che una fattispecie di reato giuridico.
La critica sociologica odierna non può non rilevare come “Malerba” sia il documento forse più lucido, crudo e scevro da filtri per comprendere l’anomia assoluta di quelle terre in quel preciso decennio: un vuoto cosmico di Stato e di istituzioni riempito esclusivamente dalla balistica, dal calibro 38 e dalle faide familiari inestinguibili. L’assenza totale di compiacimento estetizzante o di voyeurismo nella descrizione degli omicidi – un merito enorme da ascrivere alla salda direzione editoriale di Sardo – rende il testo un documento insostituibile, paragonabile, per crudezza e impatto, a “A sangue freddo” di Truman Capote, ma con l’aggravante della prospettiva endogena.
IV. L’ergastolo ostativo, la parola e l’abisso: La palingenesi carceraria e il supplizio cognitivo
La chiave di volta dell’intero impianto narrativo ed etico del libro, tuttavia, non risiede nel sangue versato copiosamente nella prima metà, ma nel tempo immobile, pietrificato e asfissiante che ne segue. Ed è precisamente qui che la distanza di dodici anni dal 2014 gioca un ruolo cruciale, determinante, per la nostra valutazione critica. La seconda macro-sezione di “Malerba” racconta il carcere duro, le sezioni di massima sicurezza, il 41-bis, le sezioni AS1, l’ergastolo ostativo, l’orizzonte invalicabile del “fine pena mai”. Racconta il percorso inimmaginabile di un ragazzo all’epoca quasi semianalfabeta che, seppellito vivo in cubicoli di cemento armato, scopre la parola, incontra i libri, abbraccia lo studio matto e disperatissimo, fino a giungere a laurearsi in Filosofia con il massimo dei voti e la lode. Nel 2014, di fronte a questa parabola che sfidava ogni logica lombrosiana, il pubblico, i critici e i giuristi si divisero aspramente tra cinici oltranzisti e fiduciosi garantisti. I cinici vedevano in questa presunta “redenzione” culturale un sofisticato, machiavellico e utilitaristico stratagemma di un boss smaliziato per aggraziarsi le istituzioni, ottenere sconti di pena o, quantomeno, clemenza e visibilità mediatica. I fiduciosi vi vedevano incarnato il miracolo laico e vibrante della cultura che salva e che rieduca, la sublimazione perfetta del dettato dell’Articolo 27 della Costituzione Italiana.
Oggi, dal nostro osservatorio privilegiato del 2026, la decantazione temporale ci permette di polverizzare questa sterile e bidimensionale dicotomia. La riflessione intellettuale matura ci suggerisce, con prove testuali inoppugnabili, che la cultura, per Grassonelli, non è mai stata uno strumento di fuga “fisica” o materiale dal carcere (l’ergastolo ostativo, all’epoca della stesura, non ammetteva sconti per buona condotta, ed egli stesso ha sempre rifiutato categoricamente, e a caro prezzo, la via giudiziaria della collaborazione di giustizia per mere ragioni di convenienza o baratto penale). Al contrario, la cultura è stata uno strumento di fuga “metafisica” e, contemporaneamente, di dannazione interiore. La lettura, i classici, la filosofia, lo studio sono diventati la sua nuova e unica grammatica della sopravvivenza. La vera, spaventosa espiazione di Grassonelli, per un tragico paradosso intellettuale, inizia proprio nel momento esatto in cui acquisisce gli strumenti cognitivi per comprendere, con una lucidità devastante e senza schermi, l’enormità mostruosa del male che ha compiuto. Il killer analfabeta uccide quasi per istinto, senza avvertire un reale, profondo peso etico; ma l’intellettuale, il laureato in filosofia, sconta la propria colpa ogni singolo millisecondo della sua esistenza, perché ha finalmente acquisito il vocabolario per nominarla, per vivisezionarla, per comprenderne la portata distruttiva sull’Altro da sé.
Questa è quella che potremmo definire la “pena intellettuale”, un supplizio di Tantalo di natura squisitamente cognitiva, che Sardo e Grassonelli ci consegnano intatto in pagine di insostenibile peso specifico e densità morale. La parola non lo assolve, non lava via il sangue; al contrario, lo condanna a una consapevolezza atroce, perenne, insonne. Questo ribaltamento prospettico sulla funzione afflittiva e rieducativa della pena è il lascito più potente e disturbante del libro. È un concetto filosofico raffinatissimo che la critica immediata e umorale del 2014 faticava cronicamente a cogliere, troppo impegnata a imbastire processi mediatici per decidere se Grassonelli meritasse o meno il perdono del pubblico televisivo.
V. Dodici anni dopo. Il sismico mutamento del paradigma giudiziario e sociale (2014-2026)
Vi è un ulteriore macro-elemento di natura oggettiva, giuridica e sistemica che rende essenziale, giustificata e ineludibile la nostra analisi a distanza di dodici anni. Dal 2014 al 2026, il paesaggio giuridico, costituzionale e penitenziario italiano in materia di ergastolo ostativo (il famigerato art. 4-bis dell’Ordinamento Penitenziario) è mutato in modo sismico e irreversibile. Le storiche pronunce della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Sentenza Viola c. Italia), seguite a ruota dalle travagliate, storiche e coraggiose sentenze della Corte Costituzionale italiana (a partire dalla dirompente sentenza del 2019, passando per le ordinanze del 2021, fino alle riforme legislative successive e ai complessi dibattiti sociologici degli anni Venti del duemila), hanno progressivamente picconato e infine scardinato il dogma inscalfibile dell’intoccabilità del “fine pena mai” per i condannati per reati di mafia che scelgono, per le ragioni più disparate, la via della non collaborazione. Quando “Malerba” fu dato alle stampe nell’autunno del 2014, l’ergastolo ostativo era considerato dalla politica e dall’opinione pubblica un monolite inattaccabile, un totem della lotta alla mafia intriso di sacralità intoccabile. Il libro fu, di fatto, un grido acutissimo nel deserto, un sasso scagliato con violenza contro un altissimo muro di gomma istituzionale. La figura stessa di Giuseppe Grassonelli – il mafioso irriducibile che non si pente davanti ai magistrati, ma che si “ravvede” profondamente e intimamente attraverso il sudore della cultura e lo studio – si poneva come un vulnus inaccettabile, quasi uno scandalo logico, per il rigido sistema dicotomico della giustizia italiana dell’epoca, basato su un ricatto morale legalizzato: o collabori (e ti premio con la libertà), o non collabori (e marcisci in cella finché non sarai un cadavere).
Grassonelli, attraverso le pagine vergate con Sardo, offriva una terza via, scandalosa, scomoda, ma profondamente umana: l’evoluzione interiore, il ravvedimento reale, doloroso e certificato, raggiunto senza l’abietto baratto giudiziario della delazione. Oggi, nel nostro 2026, mentre la legislazione e la giurisprudenza di merito cercano ancora affannosamente (e tra mille polemiche politiche) di adattarsi ai ferrei richiami costituzionali sulla inderogabile funzione rieducativa della pena anche per i reati cosiddetti ostativi, “Malerba” assume una luce completamente nuova. Non si legge più come l’appello disperato e solipsistico di un prigioniero, ma come un testo profetico, un manifesto giurisprudenziale ante litteram, un saggio di diritto costituzionale narrativo. Il libro ha anticipato, con un decennio di lucido anticipo, un dibattito etico e giuridico che avrebbe poi travolto l’opinione pubblica e costretto le massime corti europee e nazionali a riscrivere la storia del diritto penale contemporaneo. La “decantazione” temporale ha trasmutato un’opera di memorie dal sapore cronachistico in un testo cardine, imprescindibile per la sociologia del diritto e la filosofia penale del nostro secolo.
VI. La fenomenologia della presentazione. Il video di YouTube come reperto archeologico del 2014
Spostando ora il focus della nostra indagine sul documento multimediale che funge da pretesto per questa rilettura – ovvero il video ospitato su YouTube della presentazione originaria di “Malerba” del 23 novembre 2014 sul canale di “salvo mozar” –, non possiamo che approcciare tali immagini come un preziosissimo reperto archeologico di fondamentale importanza non solo letteraria, ma strettamente sociologica.
La ritualità della “presentazione del libro” è, in Italia, un topos stanco, spesso ridotto a mera vetrina narcisistica, a esercizio di stile per accademici annoiati o a salotto borghese di mutuo e sterile encomio. Ma quella specifica domenica di novembre di dodici anni fa, scrutando i fotogrammi e ascoltando l’audio (seppur privo di moderne trascrizioni testuali) di quel documento, si percepisce in modo tattile come l’aria fosse densa, satura di tensione, quasi elettrica. L’assenza fisica, incolmabile e pesantissima del co-autore, Giuseppe Grassonelli, sepolto vivo in una cella di reclusione a centinaia di chilometri di distanza senza alcuna possibilità di presenziare alla nascita pubblica della sua stessa creatura intellettuale, trasforma la canonica presentazione in un rito di evocazione, in una seduta quasi medianica. Carmelo Sardo, su cui gravava l’immane fardello emotivo e intellettuale di farsi portavoce, corpo e voce di un’entità reclusa e invisibile, affrontava una platea in cui la legittima curiosità letteraria si mescolava in modo evidente al disagio morale, allo scetticismo e, in alcuni casi, al pregiudizio granitico.
Dobbiamo fare uno sforzo mnemonico e calarci in quel 2014: applaudire pubblicamente un libro scritto da un boss ergastolano, in una terra che ancora sanguinava per le ferite di mafia, era un atto che richiedeva una certa audacia intellettuale, o che quantomeno generava frizioni e sussurri di sdegno. Rivedere oggi quel reperto digitale di un’ora e trentuno minuti ci costringe a misurare quanta strada abbiamo fatto collettivamente (o forse, per certi versi giustizialisti, quanto siamo rovinosamente indietreggiati) nella comprensione della complessità del fenomeno mafioso e della barbarie insita nel concetto del fine-pena-mai.
Il medium video, nella sua grezza autenticità del 2014, cattura l’imbarazzo palpabile, il coraggio delle domande, le esitazioni dialettiche di un preciso momento storico in cui il vecchio paradigma della “giustizia come vendetta di Stato” stava appena, impercettibilmente, iniziando a incrinarsi sotto i colpi della logica. Quelle immagini sgranate ci ricordano un assunto fondamentale dell’estetica: che la letteratura, quando abbandona i salotti e decide di mordere la carne viva della realtà, spaventa, disorienta, disturba il sonno dei giusti. E quel senso di palese spaesamento, conservato intatto nei pixel e nelle frequenze audio di una registrazione su YouTube, rappresenta oggi il metro di misura più esatto e incontrovertibile della dirompente potenza dell’opera.
VII. La questione linguistica. L’architettura stilistica come metafora dell’ordine
Non si può chiudere un’analisi senza dedicare un doveroso corollario alla questione strettamente stilistica e linguistica, che in “Malerba” assurge a vera e propria impalcatura concettuale. Il linguaggio, in questa narrazione, non è mai un mero veicolo di informazioni, ma è esso stesso il campo di battaglia su cui si scontrano le due anime del libro. Da un lato, vi è la necessità di mappare un territorio (quello del crimine e del carcere) che ha una sua neolingua, un gergo tribale, oscuro, fatto di sguardi, silenzi carichi di minaccia, formule dialettali chiuse e incomunicabili all’esterno. Dall’altro, vi è lo sforzo titanico di Carmelo Sardo di piegare questa materia opaca alle regole auree della sintassi italiana, alla chiarezza espositiva, alla concatenazione logica degli eventi. La lingua di “Malerba” è una lingua “bonificata”, ma non sterilizzata. Sardo ha compiuto un’operazione di traduzione culturale di inestimabile valore. Ha preso i deliri di onnipotenza della Stidda, la disperazione afasica dell’isolamento carcerario, e li ha costretti nel perimetro della grammatica normativa. Questa scelta stilistica è, metaforicamente, l’equivalente linguistico del percorso di Grassonelli: è il trionfo della regola (la grammatica, la legge, la cultura) sul caos primitivo (il dialetto stretto del crimine, l’istinto, l’anomia). Leggere il testo a dodici anni di distanza permette di apprezzare proprio questa tensione sotterranea: ogni frase perfetta, ogni congiuntivo azzeccato, ogni periodo ipotetico ben costruito che descrive una strage o un agguato, suona come uno schiaffo raggelante. Il contrasto tra l’eleganza formale del contenitore e l’orrore inenarrabile del contenuto genera una dissonanza cognitiva nel lettore che lo tiene incollato alla pagina, impossibilitato a distogliere lo sguardo dall’abisso.
VIII. Il lascito definitivo di Malerba nell’orizzonte del 2026
Giungendo infine al compimento di questa estesa, ramificata e necessaria fenomenologia critica, il giudizio si cristallizza assumendo la durezza, la trasparenza e i contorni taglienti del diamante.
“Malerba” non è, e non sarà mai, un libro pacificatorio. Non è un testo consolatorio per le coscienze borghesi alla ricerca di lieti fine edificanti. Chiunque si accosti oggi a queste pagine cercando un’assoluzione a buon mercato, la fiaba disneyana del “cattivo” che viene illuminato sulla via di Damasco e diventa improvvisamente “buono” in nome dell’istruzione superiore, commette un tragico errore di valutazione e farebbe bene a rivolgere altrove le proprie attenzioni, magari tuffandosi nella più comoda e rassicurante fiction televisiva generalista.
“Malerba” è, strutturalmente, un libro atroce, oscuro, vertiginoso, che toglie il respiro. Ma è, al contempo, un capolavoro assoluto, imperfetto nella sua genesi ma profondamente necessario, della letteratura civile italiana contemporanea. L’operazione intellettuale compiuta da Carmelo Sardo ha dimensioni titaniche: egli ha domato la belva, letterariamente e umanamente parlando, fornendo una gabbia strutturale di altissima, inarrivabile qualità giornalistica e narrativa a un magma ribollente di dolore puro, sangue coagulato e pentimento laico (nell’accezione più filosofica, intima e straziante del termine) che altrimenti sarebbe rimasto per sempre inarticolato, perso nel buio di una cella.
A dodici inesorabili anni di distanza, la lunga decantazione ci ha permesso di scartare definitivamente e gettare alle ortiche l’involucro effimero della polemica contingente, del moralismo a basso costo e dei processi televisivi. Quello che resta, incastonato nella storia della nostra letteratura, è un referto autoptico dell’anima umana e, simultaneamente, una radiografia impietosa delle ipocrisie e delle contraddizioni dello Stato di Diritto.
Abbiamo avuto bisogno, non tutti, almeno io, di ben dodici anni per capire, assimilare e accettare che “Malerba” non parlava esclusivamente di Giuseppe Grassonelli, della Stidda e di Porto Empedocle. Questo libro, con spietata lucidità, parlava intimamente di noi. Parlava alla nostra pancia e alla nostra mente, smascherando la nostra incapacità sistemica di coniugare il primordiale bisogno di vendetta sociale (troppo spesso abilmente camuffato e istituzionalizzato sotto la nobile egida della “giustizia”) con l’alta, complessa e faticosa promessa rieducativa iscritta nella nostra Carta Costituzionale. Parlava della natura immensamente redentiva, ma allo stesso tempo infinitamente crudele e spietata, della conoscenza e della consapevolezza di sé.
Dodici anni fa, al suo primo apparire, questo libro ci ferì, ci oltraggiò, ci fece male. Oggi, in questo lucido e distante 2026, privi dell’isteria collettiva, finalmente lo comprendiamo nella sua ineluttabile grandezza. E la cicatrice che ha lasciato sulla pelle della nostra coscienza civile brucia ancora, certo, ma brucia in modo nuovo, consapevole, maturo e, definitivamente, indelebile.












