L’ALBA DELLE MADRI COSTITUENTI NEI PASSI DELLE DONNE DI OGGI. Ottant’anni di Repubblica e la lunga marcia femminile verso lo Stato

Convegno ideato e promosso dalla Presidente dell’Inner Wheel Dott.ssa Patrizia Di Giovanni Vitellaro. Ha visto l’adesione corale di diverse associazioni femminili.

di Francesco Rizzo

C’è un filo rosso, tenace e profumato di zagara e libertà, che lega le aule polverose della Costituente del ’46 ai marmi del Foyer del Teatro Pirandello. È il filo della presenza femminile in Sicilia, una terra dove il diritto è stato spesso un’ascesa ripida, un sentiero scavato nella roccia dei pregiudizi. Domani, 17 aprile, Agrigento si fa teatro di una riflessione necessaria con il convegno “Donne e Uffici Pubblici: le pari opportunità dalle radici costituzionali alle quote rosa”.

Domani, 17 aprile 2026, il Foyer del Teatro Pirandello di Agrigento non sarà la semplice cornice di un incontro accademico o di una passerella istituzionale. Sarà, piuttosto, il palcoscenico su cui andrà in scena la plastica, inoppugnabile rappresentazione di un capovolgimento storico che ha le proporzioni di un sisma socio-culturale. Il convegno ideato e promosso dalla Presidente dell’Inner Wheel Dott.ssa Patrizia Di Giovanni Vitellaro, dal titolo eloquente “Donne e uffici pubblici: Le pari opportunità dalle radici costituzionali alle quote rosa”, organizzato con il sostegno di una fittissima rete di associazioni civiche, club service e movimenti femminili (dai Rotary e Lions, Soroptimist, FIDAPA e ANDE), ci costringe a fermarci. Ci obbliga a guardare in faccia la storia della nostra Repubblica, giunta alle soglie dei suoi primi ottant’anni, e a fare i conti con la storia specifica della Sicilia, terra di contrasti feroci, di retaggi antichi e di modernità faticosamente conquistate.

A quasi otto decenni dalla promulgazione della nostra Carta Costituzionale, la fotografia restituita dal parterre delle relatrici è dirompente, quasi vertiginosa se sovrapposta alle immagini in bianco e nero delle nostre nonne. Prefetture, aule di giustizia suprema, ordini forensi, archivi di Stato, e persino il delicatissimo e ruvido comando degli istituti penitenziari sono oggi guidati, in terra di Sicilia, da donne. Ma come siamo arrivati fin qui? Attraverso quali deserti, quali umiliazioni, quali battaglie legali e silenziose resistenze si è compiuta questa marcia, in una terra che per secoli è stata l’emblema e la roccaforte del patriarcato più inscalfibile e codificato?


L’illusione dell’Articolo 3, il Codice Rocco e la durezza della realtà Siciliana

Il nostro viaggio deve necessariamente partire da una problematizzazione radicale del dettato costituzionale. L’Articolo 3 della Costituzione repubblicana del 1948, un capolavoro di ingegneria giuridica e di slancio etico, prometteva l’uguaglianza formale e sostanziale di tutti i cittadini, «senza distinzione di sesso». L’Articolo 51 garantiva a tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza. Parole luminose, scritte anche grazie al contributo vitale delle ventuno “Madri Costituenti”.

Eppure, per decenni, queste parole sono rimaste un inchiostro pallido, quasi sbiadito, di fronte alle scogliere di una prassi sociale e di un ordinamento giuridico collaterale ferocemente discriminatorio. La Sicilia repubblicana degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta era la stessa terra in cui vigeva ancora il Codice Penale fascista (il Codice Rocco). Era l’isola in cui il “delitto d’onore” (art. 587 c.p.) garantiva sconti di pena aberranti agli uomini che uccidevano le mogli adultere, ed era la terra del “matrimonio riparatore” (art. 544 c.p.), che estingueva il reato di stupro se il violentatore sposava la vittima. Ricordiamo che ci volle il coraggio di una giovane siciliana, Franca Viola da Alcamo, nel 1965, per dire il primo, dirompente “No” a questa barbarie, anche se quegli articoli infami furono abrogati dal Parlamento italiano solo nel 1981. In questo clima asfissiante, una donna che ambiva a una carriera pubblica sfidava non solo la difficoltà oggettiva di un concorso statale, ma un’intera sovrastruttura culturale che la voleva rigorosamente confinata nella sfera privata. La donna era la custode del focolare, l’amministratrice invisibile dell’economia domestica, la “regina” della casa (e spesso la vera detentrice di un matriarcato occulto), ma doveva rimanere rigorosamente esclusa dallo spazio pubblico del comando, dell’amministrazione e del giudizio.

La relazione introduttiva della Prof.ssa Ornella Spataro, docente di Diritto Costituzionale all’Università di Palermo, toccherà immancabilmente questo nervo scoperto della nostra giurisprudenza. Il diritto costituzionale ha dovuto fare a pugni per decenni con il “diritto vivente”, con le consuetudini, con l’inerzia della burocrazia. Le radici costituzionali c’erano, salde e profonde, ma la terra siciliana (e italiana) in cui dovevano crescere era arida, intrisa di pregiudizi secondo cui l’esercizio dell’autorità era ontologicamente incompatibile con la natura femminile.


Anatomia di un capovolgimento. La mappa del potere ridisegnata

Leggere i nomi, i titoli e le qualifiche delle relatrici previste al convegno agrigentino non significa semplicemente scorrere un programma accademico. Significa leggere un bollettino di guerra, l’elenco delle trincee conquistate. Ogni singolo ruolo su quel manifesto rappresenta un tabù infranto, un muro abbattuto a colpi di studio, codici e sentenze.

1. Il tabù del giudizio. La magistratura

Fino al 1963, in Italia, le donne non potevano accedere alla Magistratura. Le motivazioni addotte dai legislatori e da illustri giuristi dell’epoca, lette oggi, suscitano un misto di ilarità e indignazione: si sosteneva apertamente che la “fisiologia femminile”, il ciclo mestruale, la presunta “emotività” e la “scarsa capacità di sintesi razionale” rendessero le donne strutturalmente inadatte a giudicare i propri simili, specialmente in ambito penale. Oggi, ascoltare ad Agrigento la Dott.ssa Andreina Occhipinti, Magistrato Consigliere della Corte di Cassazione, Seconda Sezione Penale, significa misurare l’abisso che abbiamo superato. Una donna siciliana che siede nel massimo organo giudicante del Paese, a decidere della libertà e del destino delle persone al più alto grado di giudizio, è la rivincita definitiva contro decenni di paternalismo giuridico.

2. Il monopolio dell’ordine pubblico. La prefettura

La Dott.ssa Elisa Vaccaro, Viceprefetto Vicario dell’Ufficio Territoriale del Governo di Agrigento, rappresenta lo Stato sul territorio. Storicamente, la figura del Prefetto (nata in epoca napoleonica e consolidatasi in Italia come espressione del potere esecutivo centrale) è stata declinata al maschile in modo quasi caricaturale: uomini in divisa o in completi scuri, dalla postura marziale, chiamati a gestire l’ordine pubblico, le crisi sociali, le emergenze mafiose in terra di Sicilia. Vedere oggi l’amministrazione dell’Interno affidata a dirigenti donne significa assistere a un cambio di paradigma: la sicurezza e il controllo del territorio non passano più solo per la muscolarità del comando, ma per la mediazione, l’analisi complessa e la gestione intelligente delle crisi.

3. Il bastione delle libere professioni: Avvocatura, Notariato e Commercialisti

L’Avv. Vincenza Gaziano (Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Agrigento), la Dott.ssa Claudia Gucciardo (Presidente del Consiglio Notarile dei Distretti riuniti di Agrigento e Sciacca) e la Dott.ssa Stella Vella (Consigliere Segretario dell’Ordine dei Dottori Commercialisti) rappresentano la caduta dell’ultimo vero “Old Boys’ Club”, quello delle professioni liberali. In Sicilia, forse più che altrove, gli studi legali, notarili e commerciali erano feudi dinastici. Il “padre di studio”, il dominus, tramandava il potere, i clienti e i segreti ai figli maschi o ai delfini rigorosamente uomini. Le donne erano al massimo relegate a ruoli di segreteria o di eterna manovalanza giuridica. Oggi, le donne non solo hanno invaso questi ordini professionali in termini numerici (spesso superando i colleghi uomini per voti di laurea e superamento degli esami di Stato), ma ne hanno conquistato i vertici politici e rappresentativi. Governano i flussi dell’economia locale, garantiscono la fede pubblica (come i notai) e presidiano la legalità formale, smentendo l’antico, velenoso pregiudizio sulla presunta “incompatibilità” femminile con l’alta amministrazione finanziaria e strategica.

4. La gestione della pena. Ilcarcere

Forse l’intervento che più di tutti simboleggia la rottura degli schemi è quello della Dott.ssa Anna Puci, Direttore della Casa Circondariale di Agrigento “Pasquale Di Lorenzo”. Il carcere è il luogo della contenzione, della forza, dell’estrema ratio dello Stato. L’amministrazione della pena, specialmente in istituti complessi e ad alta densità mafiosa come quelli siciliani, è stata per lunghissimo tempo un dominio esclusivo di direttori dal pugno di ferro. L’idea che una donna potesse governare un ambiente interamente maschile, attraversato da tensioni violente e dinamiche di potere brutali, era impensabile. Oggi, le direttrici donna nelle carceri italiane e siciliane sono moltissime, e portano un approccio che unisce il rigore assoluto alla capacità di guardare al dettato costituzionale della “funzione rieducativa” della pena (Art. 27).

5. Le custodi della memoria. Gli archivi di stato

La Dott.ssa Rossana Florio, Direttrice dell’Archivio di Stato di Agrigento e Sciacca, chiude idealmente questo cerchio. Per millenni, la Storia è stata scritta, archiviata e interpretata dagli uomini. Le donne sono state, nel migliore dei casi, le comparse silenziose dei grandi eventi. Essere la direttrice del luogo in cui si sedimenta, si protegge e si offre alla consultazione la memoria storica, giuridica e amministrativa di un intero territorio significa ribaltare la prospettiva: le donne non sono più l’oggetto passivo della storia, ma ne sono le gelose e competenti custodi.


Le “Quote Rosa” tra umiliazione e necessità

Il sottotitolo del convegno tocca il punto nevralgico, il nervo più infiammato ed essenziale del dibattito contemporaneo: il passaggio dalle radici costituzionali alle quote rosa. Coordinato con maestria dalla giornalista Margherita Trupiano, questo tema merita una problematizzazione profonda, priva di ipocrisie. Diciamolo chiaramente: le “quote rosa” (o, nel gergo legislativo più asettico, le “azioni positive di riequilibrio di genere” o le norme sulla parità di accesso agli organi di amministrazione, come la Legge Golfo-Mosca del 2011) rappresentano una drammatica anomalia democratica. In un mondo ideale, in una società pienamente matura, non dovrebbero esistere. La loro stessa introduzione nell’ordinamento è la certificazione nero su bianco di un fallimento sistemico: l’ammissione amara che la competenza, lo studio, l’intelligenza e il puro “merito” non erano armi sufficienti per sfondare i famigerati tetti di cristallo. La cooptazione maschile, specialmente nei consigli di amministrazione delle società partecipate, negli enti pubblici, nella politica e nelle segreterie dei partiti, era un muro di gomma impermeabile al merito femminile. In Sicilia, l’introduzione delle quote ha dovuto forzare la mano a un establishment politico-economico refrattario al cambiamento, obbligando i decisori, pena la nullità degli atti o pesanti sanzioni, a guardare oltre i soliti volti noti, le solite clientele, i soliti notabili.

Eppure, le quote portano con sé uno stigma doloroso. Spesso le donne che vengono nominate si sentono etichettate come “pandas”, come specie protette inserite a forza per compiacere un algoritmo legislativo, sminuendo il loro reale valore. La vera sfida, che emerge prepotentemente dall’osservazione di un panel di altissimo profilo istituzionale come quello di Agrigento, è capovolgere questa narrazione tossica. Le donne che oggi occupano le posizioni apicali illustrate nella locandina non sono lì per grazia ricevuta da una legge elettorale o da un decreto sulle partecipate. Sono lì perché provengono dal mondo dei concorsi pubblici per titoli ed esami, dalla spietata selezione universitaria, dalla gavetta dei fori. Le leggi di riequilibrio (quote) hanno avuto il merito storico di rompere il lucchetto di una porta che era stata serrata dall’interno, ma chi ha varcato quella soglia lo ha fatto sulle proprie gambe, spesso dovendo dimostrare, per arrivare allo stesso livello di un collega uomo, il doppio della competenza, della tenacia, del sangue freddo e dell’abnegazione. Le quote non regalano il potere, semplicemente disinnescano il boicottaggio sistemico che lo precludeva.


Il ruolo fondamentale dell’associazionismo femminile

In questa narrazione, non si può trascurare il ruolo vitale svolto dalla galassia associazionistica presente nella parte bassa della locandina. In decenni in cui lo Stato centrale faticava ad applicare i propri stessi principi costituzionali, e la politica locale siciliana si dimostrava ostile all’inclusione femminile (basti guardare le percentuali storicamente drammatiche di donne elette all’Assemblea Regionale Siciliana), sono state le reti di donne a fare da vivaio, mutuo soccorso e pungolo. Associazioni come l’ANDE (Associazione Nazionale Donne Elettrici), nata proprio per educare le donne all’uso consapevole del voto dopo il 1946, la FIDAPA, il Soroptimist, intrecciate con l’azione dei grandi club di servizio come Rotary e Lions, hanno mantenuto acceso il dibattito culturale. Hanno fatto “lobbying” nel senso più nobile del termine, formando leader, erogando borse di studio, denunciando le storture e creando reti di solidarietà laddove le istituzioni alzavano muri.


Il futuro ha la Voce (e il rigore) di donna

Il convegno nel Foyer del Teatro Pirandello non deve essere interpretato come un punto d’arrivo o un rito autocelebrativo, ma come un potente faro acceso su una strada ancora lunga, ripida e accidentata. Se è innegabile e storicamente certificato che le donne hanno ormai espugnato le “stanze dei bottoni” dello Stato e dell’Amministrazione (Prefetture, Tribunali, Carceri, Archivi, Ordini professionali), resta drammaticamente aperto il fronte della conciliazione tra vita privata e carriera, del “double burden” (il doppio carico di lavoro). In Sicilia, a causa di un welfare state spesso inesistente, di asili nido carenti e di infrastrutture deficitarie, il peso della famiglia e della cura grava ancora come una condanna sulle spalle delle madri lavoratrici, costringendole a funambolismi eroici per mantenere la leadership conquistata. Resta aperto il fronte della politica militante ed elettiva, dove le resistenze maschili sono ancora accanite e sottili. Tuttavia, il messaggio che parte da Agrigento in questo aprile del 2026 è inequivocabile. A quasi 80 anni dalla nascita della Repubblica, la Sicilia sta dimostrando all’intero Paese che le istituzioni possono e devono cambiare volto. E lo stanno facendo con il volto di dirigenti, magistrate e professioniste che non hanno bisogno di scimmiottare la grottesca aggressività dell’autorità maschile del passato, ma che stanno imponendo un nuovo paradigma di gestione del potere: profondamente rigoroso, ineccepibilmente preparato, strategicamente empatico e istituzionalmente incrollabile.

È la rivoluzione silenziosa di Trinacria. Una rivoluzione che non ha sparato un colpo, ma che, armata di Codici, sentenze e determinazione, ha cambiato la fisionomia dell’Isola per sempre.

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Francesco Rizzo
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