L’elegia dell’Akragas. Archeologia di un ecocidio e memoria del Sacro nella poesia di Salvatore Gaglio

di Francesco Rizzo

La transizione dal lamento rurale al manifesto ecologico universale

La grande poesia possiede una caratteristica intrinseca e inalienabile: la capacità di trascendere le intenzioni originarie dell’autore e il contesto contingente in cui è stata concepita, per farsi portatrice di verità universali e polisemantiche. Il testo dialettale siciliano di Salvatore Gaglio, Davanti a na casa caduta, si inscrive a pieno titolo in questa tradizione letteraria. A una prima lettura superficiale, i quattordici endecasillabi si offrono al lettore come un bozzetto crepuscolare, una struggente elegia dedicata alla fine inesorabile della civiltà contadina e alla rovina fisica di un’umile abitazione rurale. Tuttavia, l’adozione di una chiave di lettura allegorico-ambientale trasfigura radicalmente l’orizzonte di senso dell’opera.

C’è un filo sottile, invisibile ma tenace, che lega il destino di un paesaggio ferito a quello di un essere umano che svanisce. Ripenso a una mattina d’estate di molti anni fa. Ero solo un bambino, in attesa nello studio del Dottor Salvatore Gaglio per ritirare le ricette mediche per mia Nonna Carmela, prigioniera delle nebbie dell’Alzheimer. In quell’occasione, il dottore — che curava i corpi ma sapeva leggere le anime — mi guardò negli occhi e mi recitò i versi di questa poesia. Mi disse che l’Akragas soffriva della stessa patologia di mia nonna: “Si scurda cu è”, si scorda chi è.
È un’intuizione di una potenza devastante, che sgretola i confini tra ecologia umana e naturale. Come una malattia neurodegenerativa cancella inesorabilmente i ricordi, gli affetti e l’identità di chi amiamo, trasformando il loro sguardo in un altrove inaccessibile, così la nostra civiltà ha inflitto al suo fiume un Alzheimer ecologico. Abbandonato, prosciugato e avvelenato, l’Akragas non si riconosce più. Ha perso la memoria del suo fluire sacro, delle voci di chi lo ha navigato, dei templi che ha dissetato. E noi, figli di questa terra, assistendo immobili al declino del nostro paesaggio, proviamo lo stesso senso di sgomento e impotenza che si prova stringendo le mani di una madre o di una nonna che non ricorda più il nostro nome. Eppure, in quelle pietre franate come negli occhi di Nonna Carmela, l’amore di chi “campava vera” non svanisce del tutto: resta un’eco profonda, un seme sepolto sotto le rovine, che attende solo qualcuno capace di ascoltarlo e di ricordarlo al posto loro.

Inciso poco scientifico e molto autobiografico affettivo

Sovrapporre l’immagine della “casa caduta” a quella del fiume Akragas — il corso d’acqua che un tempo era l’arteria vitale, l’entità divina e la matrice generatrice dell’antica Agrigento, e che oggi giace declassato a canale agonizzante a causa dell’incuria umana — permette di elevare la poesia a un vero e proprio manifesto di ecocritica ante litteram. In questa prospettiva, il crollo della casa non rappresenta più unicamente l’erosione meccanica di mattoni, gesso e intonaco, bensì il collasso sistemico di un intero ecosistema; e con esso, il declino irreversibile di una civiltà che, avendo smarrito il rispetto sacrale per il Creato e il senso del limite, ha finito per recidere in modo spietato le proprie stesse radici esistenziali. Pindaro definì Akragas «la più bella città dei mortali»; ma quella bellezza era indissolubilmente legata all’acqua che la nutriva. Senza il suo fiume, la città perde non solo il suo riflesso, ma la sua stessa anima.


1. La filologia del paesaggio e l’architettura naturale

La “Casa di Ghissu” e la geologia dell’identità

I primi versi del sonetto ci introducono immediatamente alla cruda materialità dell’edificio sventrato dal tempo:

Stàju pinsannu, (e lu pinsari coli), a na casa di ghissu di carcara.

Se applichiamo in modo rigoroso la lente allegorica fluviale, questa descrizione perde i connotati dell’edilizia vernacolare e povera per assumere quelli, ben più vasti, della morfologia naturale del fiume stesso e delle sue sponde. Il “ghissu” (gesso), materiale friabile ed elemento primario della geologia agrigentina — caratterizzata in gran parte dalla cosiddetta serie gessoso-solfifera formatasi durante la crisi di salinità del Messiniano — rappresenta la terra stessa, scavata e modellata per millenni dalle acque dolci. Il letto del fiume non è semplicemente un solco sul terreno, ma è l’architettura primaria, la “casa” geologica in cui l’acqua abita e scorre.

La flora ripariale come pelle dell’ecosistema

La descrizione prosegue con l’enumerazione degli elementi organici che componevano la struttura:

La porta fu na troffa di ticchiara; lu tettu fu di fraschi e canizzoli.

La “troffa” (cespuglio intricato) e i “canizzoli” (le canne, tipiche dell’Arundo donax che prolifera negli ambienti umidi mediterranei) non sono più semplici e precari elementi di un tetto posticcio costruito dall’uomo. Al contrario, essi costituiscono la ricchissima vegetazione ripariale, l’habitat naturale che faceva da riparo, da porta e da filtro vitale all’infinita biodiversità fluviale. Questa vegetazione era il “tetto” che proteggeva le acque dall’evaporazione eccessiva del sole siciliano e la “porta” che regolava il passaggio tra l’ecosistema acquatico e quello terrestre. L’ambiente naturale originario era, a tutti gli effetti, una dimora perfetta, un’architettura organica in totale equilibrio. Quando i coloni greci giunsero nel 580 a.C., trovarono in questa “casa naturale” il grembo ideale per fondare una polis potente, protetta topograficamente e nutrita idrologicamente proprio dalle acque dell’Akragas.


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2. L’anatomia di un ecocidio (La “Morti senza chiantu”)

Il crollo e la tragedia del dissesto idrogeologico

Il dramma si consuma fisicamente e metaforicamente nella seconda quartina, dove il ritmo si fa più sincopato e i suoni più aspri:

S’allavancà, comu la sorti voli; e viju sdirrupata a la khiumara,

Il verbo “allavancà” (franare, precipitare in un burrone) è di una precisione chirurgica. Il crollo della casa-fiume non è semplicemente l’effetto di un decadimento naturale legato al trascorrere dei secoli, ma è il risultato diretto e catastrofico di decenni di scempi ambientali, di abusivismo edilizio, di deforestazione indiscriminata e di alterazione degli alvei fluviali. La mente corre inevitabilmente alla tragica frana di Agrigento del luglio 1966, culmine del cosiddetto “Sacco di Agrigento”, quando la speculazione edilizia sfidò le leggi della gravità e della geologia, seppellendo la natura sotto colate di cemento.

L’Akragas, che storicamente ha visto scorrere acque limpide capaci di alimentare un fiorente porto fluviale oggi sepolto sotto metri di detriti, è stato ridotto a una “khiumara” — un termine che in Sicilia indica un torrente dal carattere effimero e violento, asciutto e pietroso in estate, e pericolosamente fangoso durante le piogge invernali.

L’indifferenza collettiva e l’amnesia ambientale

I versi successivi scolpiscono un’epigrafe funebre per il paesaggio:

fatta cu li so rocchi, la so vara: na morti senza chiantu chi mi doli.

L’immagine delle pietre che, crollando, diventano la tomba stessa (“la so vara”) del fiume, è un ossimoro visivo di una potenza disarmante. Il letto del corso d’acqua è diventato il suo stesso cimitero, soffocato da scarichi illeciti, plastiche e incuria. Le rocce che dovevano arginarlo ora lo seppelliscono.

Tuttavia, è il verso «na morti senza chiantu» a costituire il vero e proprio atto d’accusa politico e sociale dell’intera composizione. La morte del fiume è avvenuta nel silenzio, nell’assuefazione totale della cittadinanza. Si tratta di un fenomeno che i sociologi moderni definiscono amnesia ambientale generazionale: le nuove generazioni, nate quando il fiume era già una discarica a cielo aperto, non piangono la sua scomparsa perché non ne hanno mai conosciuto la bellezza originaria. A differenza della distruzione di un monumento architettonico, che suscita immediato sdegno pubblico, la devastazione del paesaggio naturale viene metabolizzata dalla società moderna come un fastidio collaterale, una tragedia silenziosa che indigna solo gli animi più sensibili, come quello del poeta.


3. La sacralità dell’acqua e il fiume-tempio (“Fu Batìa!”)

La prima terzina del sonetto opera un salto semantico e concettuale profondissimo, spostando l’asse del discorso dalla fisicità della rovina alla sfera della spiritualità:

Era na casa nica, e fu Batìa!

L’accostamento apparentemente paradossale tra una piccola baracca di frasche e una “Batìa” (un’Abbazia, un grande monastero) introduce il tema fondamentale della sacralità del paesaggio. Per gli antichi Greci che abitarono la Valle, l’Akragas non era percepito come un semplice bacino idrografico o una mera risorsa da sfruttare a fini utilitaristici. Il fiume era una divinità, un’entità sovrannaturale. Sulle antiche monete agrigentine, il dio fluviale Akragas era spesso raffigurato come un toro con il volto umano (toro androprosopo) o come un giovane dai capelli fluenti, simbolo di forza indomabile e di fertilità.

Il fiume era il principio attorno al quale si strutturava l’intera cosmologia della città. Non dimentichiamo che Agrigento diede i natali a Empedocle, il filosofo delle quattro radici (Aria, Terra, Fuoco, Acqua). Definire l’Akragas una “Batìa” restituisce al corso d’acqua la sua passata dimensione liturgica e sacrale. Esso era un tempio vivo, un santuario a cielo aperto che ispirava una profonda comunione tra uomo, natura e dèi. La desacralizzazione moderna — che ha permesso la riduzione di questo tempio d’acqua a collettore fognario — non rappresenta solo un disastro ecologico, ma il tracollo etico, morale e spirituale di una civiltà che ha smarrito ogni forma di riverenza verso il mondo che la ospita.


4. L’ecosistema come struttura matriarcale e simbiotica

L’analisi prosegue penetrando nel cuore relazionale del sonetto, dove la metafora si fa squisitamente biologica e antropologica:

Nidu di genti chi campava vera: matri chi civa figli e ci cilia, d’iddri ciliata. (Nun c’è cchiù; ma c’era!)

L’immagine della madre che nutre (“civa”) e culla (“cilia”) i propri figli, venendone a sua volta accudita (“d’iddri ciliata”), è la perfetta e insuperabile trasposizione poetica di un ecosistema in perfetto equilibrio simbiotico con la propria comunità biotica. Il fiume Akragas ha svolto per millenni il ruolo di “Grande Madre” del territorio agrigentino. Le sue acque hanno reso possibile l’irrigazione di giardini mitologici come la Kolymbethra, hanno dissetato greggi e uomini, hanno garantito un microclima ideale per le colture, permettendo lo sviluppo di una società prospera.

Quella antica era una civiltà che “campava vera”, ovvero che conduceva un’esistenza autentica, organicamente inserita nei cicli stagionali della terra, pienamente consapevole che la propria sopravvivenza e il proprio benessere coincidevano in maniera speculare con la salute del proprio ambiente. Il rapporto non era di estrazione predatoria, ma di cura reciproca: il fiume nutriva gli uomini, e gli uomini ne curavano gli argini, ne rispettavano il flusso, lo veneravano.

Il doloroso, improvviso e violentissimo inciso parentetico inserito dall’autore — «(Nun c’è cchiù; ma c’era!)» — rompe brutalmente la magia del ricordo. È il trauma della modernità che irrompe. Uccidendo la madre-fiume attraverso l’inquinamento industriale, lo sversamento di reflui e la cementificazione selvaggia, la comunità contemporanea ha interrotto questo circolo virtuoso, impoverendo irrimediabilmente se stessa e condannandosi a un’orfanezza ambientale e culturale.


5. Il ruolo ontologico del dialetto Siciliano

Un saggio approfondito su quest’opera non può prescindere da una riflessione sul medium linguistico scelto dall’autore. L’uso del dialetto siciliano in Davanti a na casa caduta non risponde a un’esigenza di mero colore locale o di facile sentimentalismo folkloristico, ma svolge una funzione ontologica fondamentale. Il dialetto è la lingua della terra, intrinsecamente legata alla materia sensibile del territorio.

  • Fonosimbolismo: La presenza di consonanti dure e gruppi consonantici ostici (come in ghissu, troffa, ticchiara, sdirrupata, khiumara) mima acusticamente il rumore delle pietre che franano, la ruvidezza del gesso, l’attrito dei detriti nell’alveo secco del fiume. La lingua stessa diventa paesaggio accidentato.
  • Aderenza referenziale: Termini come carcara (fornace per la calce) o canizzoli non hanno corrispettivi altrettanto efficaci ed evocativi nell’italiano standard. Essi radicano la poesia esattamente nella temperie materiale della Sicilia sud-occidentale. Il dialetto certifica l’autenticità del lutto: è la lingua della madre che piange la distruzione del proprio grembo.

6. La primavera dell’azione (Ecologia della speranza e solastalgia)

L’ultimo distico della poesia chiude il sonetto con un’implorazione di straordinaria intensità emotiva:

Mmòrcali tutti arrè, malincunìa. Falli cantari ni sta primavera.

L’invocazione alla “malincunìa” potrebbe facilmente essere interpretata come un ripiegamento intimistico, un arrendersi passivo al dolore per ciò che è irrimediabilmente perduto. Tuttavia, nell’ottica della nostra rilettura allegorico-ecologica, questa emozione assume i contorni di quella che il filosofo dell’ambiente Glenn Albrecht ha definito solastalgia: il dolore profondo causato dal conforto perduto del proprio ambiente domestico o naturale a causa di drastici cambiamenti ambientali.

Riletta in quest’ottica, la “primavera” invocata da Gaglio perde ogni connotato passivo o puramente stagionale. Essa si erge a manifesto di un urgente risveglio culturale, politico e ambientale. La malinconia invocata non è rassegnazione letargica, ma è lo strumento emotivo necessario per riattivare la memoria, per ricordare vividamente ciò che si è perso e per trovare, in quel dolore, l’energia propulsiva per reagire all’abominio del presente.

“Falli cantari” è un verbo declinato all’imperativo. È un comando rivolto al presente e al futuro: significa bonificare, tutelare, esigere che la vita, la biodiversità e la bellezza tornino a scorrere in quei luoghi devastati. Significa abbattere gli ecomostri che deturpano la valle, depurare le acque nere che avvelenano il mare di San Leone, ricostituire la vegetazione ripariale. La vera e profonda rinascita di Agrigento non può, e non deve, esaurirsi nella sola musealizzazione del suo passato attraverso la tutela, pur lodevole, delle architetture di pietra della Valle dei Templi. Essa deve obbligatoriamente passare per il risanamento delle sue vene d’acqua viventi, quelle stesse vene che ne hanno permesso la genesi millenaria.


7. Il dovere civile della memoria

L’esegesi del testo di Salvatore Gaglio, trasportata sulle acque fantasma dell’antico fiume Akragas, ci consegna un monito di formidabile attualità. La metafora della “casa caduta” ci costringe a guardare in faccia una verità scomoda: l’idea che l’uomo possa prosperare recidendo i propri legami con l’ecosistema che lo circonda è un’illusione mortale. Degradare l’ambiente significa sgretolare l’anima di una comunità, cancellare il suo “campare vero” per sostituirlo con una sopravvivenza alienata e precaria.

Il testamento spirituale e politico di questi quattordici versi risiede nella volontà ostinata del poeta di non distogliere lo sguardo dalle rovine e, soprattutto, di non abituarsi alla “morte senza pianto”. Egli ci impone il dovere civico della memoria: ricordare la “Batìa” quando si ha di fronte la “khiumara” sdirrupata. Solo attraverso la dolorosa consapevolezza di questa perdita inestimabile sarà possibile pretendere e costruire una nuova, reale “primavera”, un’epoca in cui civiltà umana e natura tornino finalmente a riconoscersi, a rispettarsi e, come un tempo, a cullarsi a vicenda.

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Francesco Rizzo
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