LAUDATO SÌ TRA CREATO ED AMBIENTE. La rivoluzione dell’ecologia integrale, la decostruzione del paradigma tecnocratico e l’eredità storica di “Francesco Magno” nel XXI secolo.

di Francesco Rizzo

Abstract

Nel presente saggio, redatto a un anno esatto dalla scomparsa del Sommo Pontefice Jorge Mario Bergoglio (avvenuta il 21 aprile 2025), si intende operare una storicizzazione critica e un’analisi sociologico-politica dell’impatto globale dell’enciclica Laudato Si’ (2015). Lontana dall’essere riducibile a un mero manifesto dell’ambientalismo contemporaneo, l’enciclica si configura come uno dei documenti di antropologia filosofica, teologia morale e sociologia critica più dirompenti e sistematici della nostra epoca. Avvalendosi dell’impalcatura teorica sviluppata nel saggio “Francesco Magno. Un pontificato sine glossa”, la presente trattazione si pone l’obiettivo di decostruire le aporie dell’antropocentrismo dispotico e del cosiddetto “paradigma tecnocratico”, dimostrando come il modello di sviluppo neoliberista e iper-industrializzato generi, in modo simultaneo e strutturale, tanto il collasso degli ecosistemi planetari quanto l’esclusione sociale sistemica, cristallizzata nella nozione di “cultura dello scarto”. Attraverso un serrato confronto con le categorie concettuali di pensatori fondamentali del Novecento e della contemporaneità – quali Romano Guardini, Zygmunt Bauman, Martin Heidegger, Günther Anders e Marco Revelli – il saggio esplora la grammatica dell’Ecologia Integrale. Quest’ultima viene postulata non come opzione morale accessoria, ma come un approccio epistemologico e politico necessario per ricucire la frattura cartesiana tra res cogitans e res extensa, tra cultura e natura. Nella sua pars construens, lo studio declina questi macro-concetti globali in una prassi di governance territoriale focalizzata sulle cosiddette “aree interne” e marginalizzate del Mezzogiorno d’Italia. Attraverso il caso studio del bacino dei Monti Sicani e della comunità di Bivona, si evidenzia come la tutela del paesaggio, l’impegno civico associazionistico (con riferimento al Club Alpino Italiano e all’iniziativa Ermes) e la responsabilità intergenerazionale costituiscano gli unici baluardi contro la desertificazione demografica, economica ed ecologica, delineando un nuovo paradigma di cittadinanza ecologica per le generazioni future.

Parole chiave: Laudato Si’, Ecologia Integrale, Paradigma Tecnocratico, Cultura dello scarto, Antropocentrismo Dispotico, Aree Interne, Sociologia dell’Ambiente, Francesco Magno, Governance del Territorio, Sostenibilità.

1. PROLEGOMENI STORICI.

LA STATURA EPOCALE DI “FRANCESCO MAGNO” E LA FINE DELLA MODERNITÀ

L’odierna ricorrenza del 21 aprile 2026 ci pone di fronte a un obbligo intellettuale prima ancora che spirituale: storicizzare l’enorme portata della figura di Jorge Mario Bergoglio, a un anno dalla sua dipartita. L’urgenza dei tempi presenti, caratterizzati da un’accelerazione parossistica delle crisi climatiche, dalla scarsità delle risorse idriche e dalla radicalizzazione delle disuguaglianze socio-economiche a livello globale, richiede una rilettura del magistero bergogliano priva di sconti e di semplificazioni agiografiche. Nel mio recente lavoro monografico ho proposto l’utilizzo di una provocazione storiografica, attribuendo al Pontefice argentino l’epiteto di “Francesco Magno”.

Nella storiografia classica occidentale e orientale, l’attributo di “Magno” (Il Grande) è stato tradizionalmente accordato a figure di sovrani, imperatori e condottieri la cui grandezza era quantificabile in termini di espansionismo territoriale, di accentramento del potere statuale e di imposizione di un nomos imperiale attraverso la forza militare o la diplomazia coercitiva: da Alessandro Magno a Carlo Magno, fino a Pietro il Grande di Russia. La grandezza storica di Bergoglio si situa esattamente agli antipodi di questa grammatica del dominio e del controllo spaziale. Egli è “Magno” per aver operato una sistematica kenosis (svuotamento) del potere temporale e per aver proposto un’egemonia culturale alternativa, fondata sulla grammatica della vulnerabilità, sull’etica della cura e sulla necessità ineludibile della connessione relazionale. Il suo non è stato un impero geografico, bensì un impero paradigmatico, capace di sfidare i dogmi intangibili del tardo capitalismo.

Il vertice assoluto di questa rivoluzione epistemologica e valoriale è rappresentato, senza dubbio, dalla pubblicazione, nel 2015, dell’enciclica Laudato Si’ sulla cura della casa comune. Fin dalle sue primissime battute, il documento ha scosso le fondamenta del dibattito pubblico internazionale. Non ci trovavamo, infatti, di fronte a una generica, rassicurante e innocua esortazione ecologista – una sorta di “enciclica verde” pensata per assecondare le sensibilità di un certo ambientalismo borghese di facciata – bensì a una spietata, lucida e inappellabile radiografia del collasso della modernità occidentale. Papa Francesco ha compreso, integrando la saggezza teologica con le più avanzate analisi delle scienze della Terra, che la crisi ecologica e climatica non costituisce un incidente di percorso o un’esternalità negativa e risolvibile del sistema economico globale, ma ne rappresenta la diretta, logica e inesorabile conseguenza ontologica.

Il presente saggio intende dimostrare, con un approccio multidisciplinare, come la Laudato Si’ offra contemporaneamente una destrutturazione impietosa del sistema neoliberista e una vitale pars construens fondata sul concetto di “Ecologia Integrale”, indicando una via di salvezza non solo per la biosfera, ma per la stessa tenuta della civiltà umana.

2. EPISTEMOLOGIA DELL’INTERCONNESSIONE

SUPERAMENTO DEL DUALISMO CARTESIANO

Per comprendere la portata rivoluzionaria dell’impianto bergogliano è necessario analizzare il metodo epistemologico su cui l’enciclica si poggia. La struttura del documento risponde a un’impalcatura che deriva dalla Dottrina Sociale della Chiesa di matrice conciliare, resa celebre dal metodo del teologo belga Joseph Cardijn: “Vedere, Giudicare, Agire”. Tuttavia, la Laudato Si’ eleva questo schema operativo a un livello di complessità sistemica inedito.

Il primo capitolo, significativamente intitolato “Quello che sta accadendo alla nostra casa comune”, si configura come un atto di umiltà e di sottomissione volontaria (e profondamente laica) del magistero petrino ai dati oggettivi forniti dalle scienze naturali, dalla climatologia, dalla biologia e dalla chimica. Il Papa non oppone la rivelazione dogmatica alla ricerca scientifica, ma assume il vasto consenso internazionale sul surriscaldamento globale di origine antropica come un punto di partenza incontrovertibile e vincolante per qualsiasi successiva riflessione etica.

Ma il vero baricentro teorico del testo non risiede nella pura elencazione dei disastri ambientali (l’inquinamento atmosferico, l’acidificazione degli oceani, la perdita di biodiversità), bensì in una particella, nel prefisso/suffisso latino cum. Come ha acutamente evidenziato il politologo Marco Revelli, il principio ordinatore dell’universo filosofico bergogliano è la relazionalità radicale: l’assioma, ripetuto come un leitmotiv in tutto il testo, secondo cui “tutto è intimamente connesso”.

Non si tratta di una consolatoria formula poetica di ascendenza new age, bensì di un asserto di natura squisitamente sociologica e scientifica. L’etica analitica, il razionalismo scientifico e la filosofia occidentale, a partire dalla rigida separazione cartesiana tra res cogitans (la mente, lo spirito, esclusiva prerogativa umana) e res extensa (la materia estesa, intesa come una macchina inerte misurabile e quantificabile), hanno proceduto per secoli dividendo, categorizzando e parcellizzando il sapere. Abbiamo separato la natura dalla cultura, il soggetto conoscente dall’oggetto conosciuto, la scienza dall’emozione, l’individuo dalla comunità di appartenenza. Questa frammentazione epistemologica ha indubbiamente favorito lo straordinario sviluppo specialistico e tecnologico degli ultimi secoli, ma ha contemporaneamente prodotto una letale cecità sistemica.

Abbiamo curato il sintomo ignorando la malattia, abbiamo ottimizzato le parti distruggendo il tutto. Contro questa deriva, la Laudato Si’ propone un rovesciamento olistico: l’ecologia cessa di essere una branca secondaria della biologia e diventa la lente universale attraverso la quale leggere l’economia, la giustizia sociale, i flussi migratori, l’urbanistica e persino la psicologia clinica e la pedagogia. L’intuizione somma di Francesco Magno è questa: non esistono due crisi separate e parallele – una ambientale da affidare agli ingegneri e una sociale da affidare ai politici – bensì una sola, intricata e mortale crisi socio-ambientale. Il grido della terra e il grido dei poveri sono lo stesso, identico grido.

3. LA CRITICA RADICALE.

IL PARADIGMA TECNOCRATICO, L’HYBRIS PROMETEICA E L’IRRUZIONE DELL'”INUMANO”

L’analisi più tagliente, filosoficamente densa e provocatoria dell’intera enciclica si concentra nel suo terzo capitolo, dedicato all’indagine della “radice umana della crisi ecologica”. In queste pagine, il magistero papale abbandona i toni pastorali e consolatori per lanciare un attacco frontale, sistematico e decostruttivo al dogma centrale e intoccabile del pensiero unico contemporaneo: il “paradigma tecnocratico”.

Papa Francesco attinge a piene mani alla riflessione filosofica europea del Novecento, richiamando, in modo sia esplicito che implicito, l’opera del grande teologo e filosofo italo-tedesco Romano Guardini, e in particolare il suo saggio profetico del 1956, Das Ende der Neuzeit (“La fine dell’epoca moderna”). Bergoglio smantella pezzo per pezzo il mito laico del progresso tecnologico lineare, infinito e intrinsecamente salvifico. Svela come la tecnologia, una volta alleatasi strutturalmente con l’architettura della finanza deregolamentata globale, abbia cessato di essere un semplice strumento a disposizione dell’agire umano per trasformarsi in un paradigma ontologico autonomo. La tecnica è divenuta un fine in sé, un dispositivo totale (molto simile al Gestell, l'”impianto”, di cui parlava Martin Heidegger) che impone i propri ritmi, le proprie regole e la propria logica massimizzante a ogni aspetto dell’esistenza biologica e sociale.

L’essere umano occidentale e industrializzato, accecato da una forma di hybris prometeica e da un delirio di onnipotenza, ha sviluppato nel corso degli ultimi tre secoli un “antropocentrismo dispotico e deviato”. Ha cominciato a concepire se stesso come un dominus assoluto, separato dall’ecosistema, e ha ridotto la realtà naturale a un mero magazzino di materie prime, a un substrato inerte, infinitamente malleabile e perennemente disponibile alla manipolazione estrattiva. La ragione strumentale ha creduto di potersi fare padrona dell’ente.

Eppure, l’amara constatazione che l’enciclica ci consegna è che al vertice di questa presunta e trionfante onnipotenza tecnologica, l’uomo moderno non ha trovato l’emancipazione promessa dall’Illuminismo, bensì una nuova e più subdola forma di schiavitù. L’alienazione contemporanea si manifesta nel divario tragico – teorizzato anche da Günther Anders ne L’uomo è antiquato (il “dislivello prometeico”) – tra la potenza incalcolabile dei mezzi tecnologici a nostra disposizione e la congenita inadeguatezza della nostra struttura etica e morale. Siamo diventati, letteralmente, dei giganti tecnologici dotati della responsabilità morale di infanti capricciosi.

In questa drammatica faglia – tra il potere nucleare, genetico e climatico di distruggere il mondo e l’incapacità di governare i nostri impulsi predatori – penetra e si insedia ciò che Revelli definisce “l’inumano”. Attenzione: l’inumano non è la barbarie che assedia la civiltà dall’esterno, non è l’assenza di progresso. Al contrario, l’inumano odierno è il prodotto iper-razionale, algoritmico, freddo e calcolatore della civiltà medesima; è quella razionalità strumentale che sacrifica la vita, le relazioni e la dignità sull’altare dell’efficienza, della performance e del profitto a brevissimo termine. Il paradigma tecnocratico è strutturalmente cieco; non scorge il mistero e la sacralità delle relazioni tra i viventi. Ed è per questo motivo che, come denuncia implacabilmente il Papa, nel tentativo miope di risolvere un problema tecnico attraverso una soluzione meramente ingegneristica o mercantile, il sistema finisce inevitabilmente per generare catastrofi collaterali di scala ben maggiore a livello sociale e ambientale.

4. SOCIOLOGIA DELLO SCARTO.

DALLA DEVASTAZIONE ECOLOGICA ALL’ALIENAZIONE BIOPOLITICA UMANA

Se il paradigma tecnocratico rappresenta l’infrastruttura ideologica e il motore immobile della crisi, la sua manifestazione fenomenologica, visibile e tangibile in ogni ambito del nostro quotidiano, è la “cultura dello scarto”. Questa categoria interpretativa, di una pregnanza e di una genialità rare, costituisce il ponte ermeneutico definitivo gettato tra le istanze delle scienze ambientali, l’attivismo sociale e le scienze politiche.

La logica estrattiva che domina il libero mercato globale applica all’intera realtà un filtro utilitaristico ferocemente dualistico: ciò che è utile, redditizio e performante viene valorizzato e fagocitato; tutto ciò che non serve, che è improduttivo, lento o obsoleto, viene semplicemente buttato via. Questa meccanica opera, in prima battuta, sul sostrato materiale e biologico del pianeta. I nostri oceani soffocati da isole grandi come nazioni di microplastiche e polimeri, le foreste primarie dell’Amazzonia o del bacino del Congo rase al suolo per fare spazio agli allevamenti intensivi o alle monocolture di soia, i suoli inariditi e avvelenati dall’abuso di fitofarmaci, non sono malfunzionamenti del sistema. Sono, al contrario, il fisiologico, perfetto sottoprodotto di un’economia intrinsecamente lineare e predatoria basata sull’imperativo categorico “estrai, produci a basso costo, consuma compulsivamente, getta via”.

Ma la denuncia di Francesco compie un passo ulteriore, tracciando un parallelo raggelante che interroga la nostra coscienza civile: questa medesima e identica freddezza meccanica, questa logica dell’usa e getta, viene oggi applicata alla carne viva delle popolazioni umane. La natura viene scartata esattamente quanto l’uomo. È in questo preciso snodo teorico che il pensiero pastorale del Papa si fonde indissolubilmente con la più acuta analisi della sociologia contemporanea, in primis con le teorie sulla modernità liquida di Zygmunt Bauman e la sua nozione di Vite di scarto (Wasted Lives).

Chi sono gli scarti della nostra epoca? Sono i migranti disperati che annegano nel cimitero liquido del Mar Mediterraneo, vittime di quella “globalizzazione dell’indifferenza” e di quell'”anestesia del cuore” che lo stesso Bergoglio stigmatizzò nel suo primissimo viaggio apostolico a Lampedusa nel luglio 2013 (un evento che ha segnato l’inizio della sua rivoluzione). Sono gli anziani, considerati un fardello per la spesa previdenziale e sanitaria, parcheggiati in strutture residenziali disumanizzanti perché incapaci di produrre PIL. Sono i giovani disoccupati, i neet, o i lavoratori del “precariato” (per usare il termine di Guy Standing), espulsi da un mercato del lavoro sempre più automatizzato, esternalizzato e flessibile. Tutti costoro, nel prisma del paradigma tecnocratico, sono declassati da persone a “esuberi”, equivalenti organici dei rifiuti industriali o dei RAEE.

Il professor Marco Revelli ha magistralmente evocato, a tal proposito, il dramma finale del Faust di Goethe, archetipo dell’uomo moderno e sviluppista. Nel poema, i due anziani coniugi Filemone e Bauci vengono freddamente assassinati dai sicari di Faust non per malvagità sadica, ma semplicemente perché la loro misera capanna resiste e ostacola la magnifica visuale e il grandioso progetto di ingegneria idraulica dell’imprenditore Faust. Chi non è allineato all’imperativo del progresso accelerato e del successo quantificabile deve essere rimosso.

Questa fortissima pressione competitiva investe oggi, in forme nuove ma altrettanto devastanti, le nuove generazioni, i ragazzi che oggi popolano le aule del Liceo Pirandello e di tutte le scuole del mondo. I giovani vivono costantemente schiacciati dalla morsa di un’ansia da prestazione imposta dai dispositivi digitali e dai social network, che sono le perfette macchine di controllo biopolitico dell’era tecnocratica. Se un adolescente non “performa”, se non ottiene la necessaria validazione quantitativa sotto forma di “like” e “follower”, se non si conforma agli irraggiungibili standard estetici e sociali di una società dell’esibizione, finisce per introiettare lo stigma dello “scarto”. Il paradosso di questa generazione, iper-connessa tecnologicamente tramite la fibra ottica, è di patire un abisso di isolamento relazionale e un deficit drammatico di vere connessioni empatiche.

5. IL “DI PIÙ DI UMANESIMO”

LA RIVOLUZIONE DELL’ECOLOGIA INTEGRALE

Di fronte a queste rovine materiali, sociali ed esistenziali, la risposta elaborata nella Laudato Si’ rifiuta ogni scappatoia semplicistica. Non cede alle lusinghe di un regresso anti-moderno, non predica un ritorno bucolico alle caverne o un luddismo nostalgico; parimenti, prende le distanze da quel filone dell’ecologismo profondo e misantropico che arriva a considerare la specie umana esclusivamente come un “cancro” o un virus patogeno da estirpare per il bene del pianeta. La via maestra tracciata da Francesco Magno richiede un vero e proprio salto quantico di paradigma: la prassi dell’Ecologia Integrale.

Questo approccio postula un fatto ineludibile: l’ambiente circostante non è uno scenario, non è una scenografia dipinta su cui si muovono gli attori del dramma umano. Noi siamo letteralmente natura. Il nostro stesso corpo è composto dai medesimi elementi chimici della Terra; noi respiriamo i gas della sua atmosfera, siamo irrigati dalla medesima acqua che scorre nei fiumi e compone gli oceani. Ne consegue un corollario fondamentale: per curare le patologie del pianeta, occorre necessariamente sanare e riallineare le relazioni umane; per garantire i diritti fondamentali dell’uomo, occorre rispettare i limiti biofisici dell’ecosistema.

L’umanesimo rinascimentale e moderno, sebbene abbia raggiunto vette ineguagliabili nell’affermazione dei diritti civili e nello sviluppo delle arti e delle scienze, portava con sé – come nota la critica filosofica post-strutturalista – un “grumo d’ombra”, un peccato originale: poneva un uomo razionale, adulto, occidentale e produttore come sovrano distaccato ed estraneo al resto della catena dell’essere. Per superare questa aporia, Papa Francesco fa appello a quello che potremmo definire un “post-umanesimo etico” o, nelle parole di Revelli, un “di più di umanesimo”. Si tratta di immaginare e praticare un’umanità che riscopra la sua vera nobiltà non nell’isolamento borioso della sua presunta superiorità intellettuale, ma nella sua capacità intrinseca di farsi specie “connettiva”, custode responsabile, ibrida e dialogante con tutte le altre forme di vita. Riprende vita qui, in forma altissima e teologicamente fondata, lo spirito del Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi, dove il sole, l’acqua e la morte stessa sono “sorelle” e “fratelli”, parti di un medesimo orizzonte ontologico.

L’Ecologia Integrale non si limita alla protezione della flora e della fauna, ma articola la sua proposta in sfere intersecanti: ecologia ambientale, economica e sociale; ecologia culturale (la difesa delle identità e dei saperi indigeni e locali dall’omologazione del consumismo globale); e un’ecologia della vita quotidiana. Quest’ultima richiede di ripensare radicalmente la progettazione dei nostri spazi: l’urbanistica per impedire la formazione di slum e periferie degradate; la mobilità per ridurre l’alienazione del pendolarismo; i tempi del lavoro salariato per restituire spazio alla cura della famiglia e della comunità. A livello macroeconomico, l’Ecologia Integrale esige a gran voce che il colossale “debito ecologico” contratto storicamente dalle nazioni floride del Nord Globale ai danni dei Paesi del Sud del mondo (depredati di materie prime e lasciati esposti alle conseguenze più estreme dei cambiamenti climatici) venga riconosciuto e sanato. L’assioma definitivo della Laudato Si’ risuona inequivocabile: non vi può essere alcun reale progresso ecologico senza giustizia sociale. Chi finge di proteggere l’ambiente ignorando la miseria strutturale degli esseri umani pratica un ambientalismo estetizzante e classista; viceversa, chi pretende di difendere le classi subalterne disinteressandosi della devastazione degli ecosistemi da cui queste traggono sostentamento, promuove una politica miopia e insostenibile.

6. PRASSI E GOVERNANCE.

IL CASO STUDIO DELLE AREE INTERNE E LA RISPOSTA DI BIVONA

Tuttavia, l’altissima riflessione teorica, sociologica e teologica fin qui esposta correrebbe il rischio di rimanere un affascinante esercizio accademico se non trovasse un suo compimento pratico, una sua “messa a terra” nei territori. Il principio secondo cui “il tutto è superiore alla parte”, coniugato con la necessità di agire partendo dalle specificità locali, ci fornisce una chiave di lettura e di intervento straordinaria per decodificare e risolvere le dinamiche socio-economiche delle cosiddette “aree interne” e marginalizzate dell’Italia, e in modo particolare del Mezzogiorno. Il bacino dei Monti Sicani, l’area di Bivona e la ricca valle del fiume Sosio rappresentano, in tal senso, un caso studio di paradigmatica rilevanza.

Le aree interne dell’Appennino e della Sicilia sono state, per decenni, le vittime sacrificali perfette sull’altare del paradigma tecnocratico e dell’efficienza dei mercati. Poiché considerate aree non “redditizie” in base ai parametri del PIL rispetto ai grandi agglomerati urbani, industriali o ai distretti costieri, esse hanno subito un progressivo, spietato drenaggio. Sono state svuotate di servizi pubblici essenziali, di infrastrutture logistiche, di presidi sanitari e, conseguentemente, di capitale umano. Lo spopolamento giovanile non è il frutto di un disamore capriccioso per la propria terra, ma l’esito di un’espulsione forzata dettata dalla contrazione cronica delle opportunità lavorative ed esistenziali.

Ma, come l’ecologia integrale ci insegna, il vuoto demografico e sociale innesca immediatamente il degrado ecologico. L’abbandono delle terre coltivate e dei pascoli montani porta con sé l’incuria idrogeologica, la mancata regimazione delle acque, la proliferazione indiscriminata di materiale combustibile che alimenta la piaga degli incendi boschivi estivi e l’erosione irreversibile della straordinaria biodiversità locale.

Applicare concretamente la Laudato Si’ a queste latitudini significa avviare e supportare un faticoso ma entusiasmante processo di riappropriazione comunitaria del destino locale. Significa trasmettere alle nuove generazioni la consapevolezza che tutelare il bacino imbrifero del Sosio, preservare le antiche vie di transumanza o i boschi di querce dei Sicani non è una mera competenza burocratica delegata al Corpo Forestale o a distanti ministeri; è, al contrario, il più alto atto di autodeterminazione e di difesa della propria identità e dignità. La tutela e la cura del paesaggio coincidono millimetricamente con la difesa della propria vocazione economica territoriale, che oggi può e deve declinarsi in un’agricoltura multifunzionale e di altissima qualità, nella promozione di un turismo esperienziale, lento e sostenibile, e nella riscoperta innovativa dei saperi artigiani.

In questa cornice, l’impegno civico delle associazioni territoriali assume un rilievo politico ed ecologico primario. L’operato prezioso di enti storici come il Club Alpino Italiano (C.A.I.) della sezione di Santo Stefano Quisquina, che sotto la dedizione dei propri reggenti (come la Dott.ssa Lorella Ciccarello) promuove la conoscenza capillare della montagna, o l’attivazione di iniziative dal basso come il progetto “Ermes” per la preservazione attiva dell’ambiente naturale, non devono essere relegate al rango di innocui passatempi escursionistici per i fine settimana. Tali realtà costituiscono veri e propri presìdi di democrazia e incarnano l’avanguardia operativa dell’ecologia integrale. Esse rappresentano, di fatto, la ribellione organizzata e pacifica della “periferia” al ruolo di discarica o di mero luogo di “scarto” assegnatole dal centro del sistema capitalistico globale. Insegnare ai giovani a camminare sui propri monti, educarli a riconoscere la bellezza ruvida del loro territorio significa inocularli con gli anticorpi culturali necessari per non farsi fagocitare dall’omologazione alienante del consumo di massa.

7. CONCLUSIONI.

APPELLO ALLA GENERAZIONE Z. ARCHITETTI DI UN NUOVO PARADIGMA

Giungendo al termine di questa estesa disamina, redatta nel primo anniversario della scomparsa di Jorge Mario Bergoglio, si può affermare con certezza che l’eredità intellettuale e spirituale di “Francesco Magno” si configuri come l’antidoto più potente attualmente a disposizione contro il cinismo sistemico della nostra epoca. La sua è stata una profezia straordinariamente lucida e scomoda, che ha saputo irritare e scompaginare le agende di molti: ha infastidito il conservatorismo politico e l’ortodossia neoliberista, allergici a qualsiasi critica strutturale al primato del libero mercato e del profitto privato; e ha spiazzato un certo progressismo cieco e tecnocratico, ancora illuso dalla fede indiscussa nel potere salvifico della scienza de-eticizzata e dell’ingegneria genetica.

Tuttavia, il destinatario ultimo dell’accorato appello della Laudato Si’ non si rintraccia nei consessi chiusi delle élite di potere, dei consigli di amministrazione delle multinazionali del fossile o nei summit formali della diplomazia internazionale. L’enciclica è esplicitamente indirizzata “a tutti gli uomini e le donne di buona volontà”, con un’opzione preferenziale ed educativa per i giovani. La vera transizione ecologica, la riconversione sociale e l’abbandono delle fonti fossili non si verificheranno esclusivamente per effetto di decreti calati dall’alto o di tasse sul carbonio; esse avverranno soltanto attraverso una rivoluzionaria e molecolare conversione dei cuori, attraverso il ribaltamento degli stili di vita, della mobilità, della dieta e dei modelli di consumo di milioni di cittadini.

Alla Generazione Z e alle generazioni che seguiranno, troppo spesso paralizzate dal sentimento strisciante dell'”eco-ansia” di fronte a proiezioni scientifiche che delineano scenari di collasso climatico imminente, l’insegnamento di Papa Francesco ha offerto una precisa direttrice pragmatica ed esistenziale: l’unico modo per non farsi divorare dalla paura del futuro è tramutare quell’angoscia in militanza civica e azione collettiva. Rompere le sbarre della gabbia dorata del narcisismo digitale, dell’isolamento protetto dagli schermi degli smartphone, per ritornare, fisicamente e spiritualmente, a toccare con mano la carne sofferente del mondo reale. Che si tratti della corteccia bruciata di un albero della propria collina o delle lacrime di un compagno di scuola marginato o bullizzato, la radice del dolore e l’urgenza dell’intervento sono le stesse. Rifiutare, in ogni ambito della propria vita, la seduzione malefica della “cultura dello scarto”.

Concludo questa relazione con una ferma convinzione accademica e civile: lo studio sistematico, critico e approfondito dell’enciclica Laudato Si’ deve assolutamente varcare le limitate soglie delle pontificie aule di teologia o dei seminari, per imporsi come materia di studio trasversale e obbligatoria nei licei scientifici e classici, nelle facoltà di economia, di giurisprudenza, di scienze politiche, di architettura e di ingegneria gestionale.

Soltanto investendo nella formazione di una nuova classe dirigente, di una nuova generazione di cittadini politicamente avveduti e capaci di scorgere le fittissime e silenziose interconnessioni che legano a doppio filo la realtà macroscopica della biosfera ai minimi dettagli delle esistenze individuali, potremo sperare di evitare che la tecnica, da nostro prodigioso strumento, si elevi a nostro implacabile carnefice. “Non c’è ecologia senza giustizia”, ha ammonito instancabilmente Papa Francesco. E non ci sarà alcun futuro concepibile, alcuna pace duratura per la nostra complessa e ferita casa comune, senza una coraggiosa, rinnovata e vibrante alleanza tra il consorzio umano e il meraviglioso e fragile creato che lo ospita, lo nutre e lo sostiene nel suo cammino cosmico.

BIBLIOGRAFIA CRITICA ED ESSENZIALE DI RIFERIMENTO

  1. Anders, G., L’uomo è antiquato. Vol. I: Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino, 2003 (Ed. orig. 1956). Un testo fondamentale per comprendere l’alienazione tecnologica citata nel saggio.
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  8. Petrini, C., Terrafutura. Dialoghi con Papa Francesco sull’ecologia integrale, Giunti-Slow Food Editore, Firenze, 2020. Un ponte vitale tra l’attivismo laico per il diritto al cibo e la visione pastorale del Pontefice.
  9. Revelli, M., Umano inumano postumano. Le derive della fine della storia, Einaudi, Torino, 2020. Testo di profonda lucidità politica che offre la sponda accademica per l’interpretazione “connettiva” dell’Ecologia Integrale.
  10. Rizzo, F., Francesco Magno. Un pontificato sine glossa, LiberArtis/StupoArt, Rimini 2025. Il volume da cui origina la presente impostazione teorica e la concettualizzazione del ruolo epocale del Pontefice nel XXI secolo.

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