24 Aprile 2026
Agrigento non è e non può rassegnarsi a essere unicamente terra di templi dorati e di gloriose rovine; la sua geografia è un destino, la sua morfologia una vocazione. È una terrazza naturale affacciata su un mare, il Mediterraneo, che da millenni possiede l’arduo ma ineludibile compito di unire ciò che la storia, i confini e le paure umane tentano ossessivamente di separare. È proprio in questa intrinseca e viscerale apertura mediterranea – intesa come porto sicuro, crocevia di sguardi, grembo accogliente e non muro d’acqua – che si innesta la nuova, ambiziosa e suggestiva esposizione ospitata al Museo Diocesano di Agrigento.
S’intitola, con una precisione lessicale che è già manifesto programmatico, “Aperture”: settanta piccole tele, affidate alle mani, ai tormenti e alle sensibilità di altrettanti artisti, che scelgono di smettere di essere isole solitarie per fondersi in un’Opera Unica.
In questa scelta compositiva ed estetica vibra un’eco profonda che rimanda inequivocabilmente alla riflessione teologica e sociale del magistero bergogliano. Papa Francesco, fin dall’inizio del suo pontificato, ci ha esortati a rifuggire l’immagine della sfera – dove ogni punto è equidistante dal centro e dove le differenze vengono piallate e annullate in una globalizzazione omologante – per abbracciare invece l’immagine del poliedro. Il poliedro è l’esatta traduzione geometrica di questa mostra: un corpo solido e coeso, la cui bellezza risiede proprio nella convivenza di facce diverse, di spigoli, di irregolarità. Le settanta tele di “Aperture” sono le sfaccettature di questo poliedro agrigentino. Ogni artista mantiene intatta la propria spiccata identità, la propria pennellata, la propria irripetibile voce solista, ma accostata all’altra perde l’arroganza della solitudine per farsi coro, per generare la “cultura dell’incontro” tanto cara al Pontefice.
È il miracolo laico e spirituale del mosaico: la tensione costante, drammatica e vibrante tra il frammento e l’unità. In un’epoca storica segnata da individualismi esasperati, da polarizzazioni feroci e dalla tentazione costante di innalzare muri (fisici e mentali), l’arte rivendica qui, tra le navate silenziose del MuDiA, il suo ruolo primigenio. L’arte torna a essere pontifex, costruttrice di ponti. Il fine non è la mera esibizione estetica, ma il ricucire gli strappi, il tessere relazioni autentiche, il narrare il territorio attraverso le lenti della vera inclusione, ricordandoci, per citare ancora Bergoglio, che “siamo tutti sulla stessa barca”. Le differenze culturali ed espressive, in quest’opera collettiva, smettono di essere linee di confine e si trasfigurano in tessere preziose di un dialogo sociale ineludibile. Dimostrano, con la potenza del colore e della materia, che la diversità non è una minaccia da arginare, ma la vera, inesauribile ricchezza del nostro Sud.

Curata con instancabile dedizione da Pietro Conte e promossa dal Museo Diocesano, la mostra sarà inaugurata martedì 28 aprile 2026 alle ore 18:30, nei suggestivi spazi di via Duomo 96. Un’iniziativa che rafforza e conferma la rinnovata vocazione del MuDiA, sotto la direzione di Domenica Brancato: non un mero archivio polveroso, non un cimitero di reliquie o un silenzioso custode di memorie cristallizzate, ma un’agorà pulsante. Uno spazio vivo e permeabile, capace di accogliere l’urgenza febbrile dei linguaggi dell’arte contemporanea, mettendoli in un dialogo intimo, talvolta irriverente ma sempre fecondo, con la solennità del passato e con la spiritualità del luogo.
La presenza massiccia di artisti del territorio assume, nel contesto di questa “Fratelli tutti” dell’arte, un significato politico e poetico vitale: restituire ossigeno, dignità e visibilità alla vulcanica vitalità culturale agrigentina e alla molteplicità dei linguaggi che la attraversano, spesso inascoltati. L’incontro diretto, quasi carnale, con gli autori ha rappresentato per Pietro Conte un vero e proprio “viaggio nel viaggio” all’interno dei tormenti e delle luci della creatività locale un “andare per arte” che si fa arte stessa; un percorso di scavo rabdomantico da cui sono emerse radici comuni, passioni viscerali e un senso di appartenenza che travalica la singola cornice per abbracciare un’intera comunità in cammino. L’evento inaugurale, a ingresso libero, spalancherà le porte a questa esperienza visiva e spirituale, a cui seguirà un momento di convivialità presso il Giardino del Vescovo, suggellando nel calore dell’incontro umano ciò che le tele hanno anticipato. La mostra resterà poi offerta allo sguardo, alla meditazione e alla critica dei visitatori fino al 5 maggio 2026.
Il sostegno di Hosàytos e StuporArt rappresenta un atto di fede nel potenziale rigenerativo della creatività, e per la stima e l’affetto riconosciuta al prof. Conte. Dare più visibilità possibile ad un’idea, sostenendo un ecosistema culturale che ha disperatamente bisogno di energie, fiducia e visione per poter fiorire oltre le secche della quotidianità.

Prof. Pietro Conte – Curatore ed Artista
Coordinate dell’evento:
- Sede: Museo Diocesano di Agrigento | MUDIA (Sala “San Giovanni Paolo II” / “degli Artisti”), Via Duomo 96.
- Inaugurazione: Martedì 28 Aprile 2026, ore 18:30.
- Conclusioni: Sua Ecc. Rev.ma Mons. Alessandro Damiano.
- Apertura al pubblico: Fino al 5 Maggio 2026.
- Info e dettagli: www.museodiocesanoag.it (sezione info e accessi).












