Dopo aver assaporato la lettura dell’opera dedicata a Nhá Chica, immergersi in questo nuovo lavoro di Gaetano Passarelli dedicato a Padre Francisco de Paula Victor (1827-1905) non è solo un esercizio intellettuale, ma un vero e proprio incontro con il sacro. Lasciatemi dire, con quella stima profonda e quell’affetto fraterno che nutro da sempre per Gaetano, che qui ci troviamo di fronte a un vertice della storiografia agiografica contemporanea. Gaetano non si limita a narrare una vita; egli “scolpisce” nel tempo la figura di un uomo che è stato un miracolo vivente di dignità e fede.
Ciò che mi colpisce ogni volta che leggo Gaetano — e lo dico ai lettori perché sappiano quanta cura vi sia dietro ogni rigo — è l’onestà assoluta del suo metodo. In un’epoca di biografie superficiali, Gaetano scava. Egli ci riporta al 12 aprile 1827, a Campanha, facendoci sentire il peso sociale di essere figlio di una schiava, Lourença Justiniana de Jesus. Attraverso i documenti, l’autore ricostruisce la vita di un uomo che non avrebbe dovuto avere voce, e che invece è diventato il primo sacerdote nero del Brasile.

Il “metodo Passarelli” brilla particolarmente nel racconto degli anni del seminario. Gaetano non nasconde le umiliazioni, il razzismo e il pregiudizio che Victor dovette subire dai suoi stessi compagni. Ma è qui che l’autore, con la sua consueta sensibilità, mette in luce la figura del vescovo Viçoso, l’unico che seppe guardare oltre il colore della pelle per scorgere la santità. Gaetano descrive questo rapporto non come un freddo dato storico, ma come un’alleanza spirituale che ha cambiato il destino di una nazione.
Três Pontas. Il miracolo dell’educazione e della carità
Il cuore dell’opera pulsa nel racconto dei cinquantatré anni di ministero di Padre Victor a Três Pontas. Passarelli ci restituisce l’immagine di un parroco che è stato padre, maestro e protettore. Magnifica è la descrizione della scuola “Sagrada Família”, da lui fondata affinché i figli dei poveri e degli ex schiavi potessero avere quel sapere che rende liberi. Gaetano sottolinea magistralmente che la carità di Victor non era assistenzialismo, ma promozione umana. L’autore si sofferma con delicatezza sui “fioretti” della tradizione popolare, come l’episodio della pioggia invocata e ottenuta o la sua capacità di moltiplicare il poco per nutrire i molti. Ma ciò che ammiro di più nella scrittura di Gaetano è come egli riesca a rendere questi eventi non come leggende lontane, ma come manifestazioni naturali di una vita totalmente immersa in Dio. Victor, per Gaetano, è l’uomo che “profuma di Cristo” proprio come la sua amata Nhá Chica.
Una stima che si fa gratitudine
Devo confessarlo: leggere le pagine che Gaetano dedica alla morte di Padre Victor, avvenuta il 30 settembre 1905, mi ha commosso nel profondo. Il racconto del popolo che accorre, che piange il suo “Angelo Tutelare”, è descritto con una forza narrativa che solo chi ama profondamente i propri soggetti può avere. Gaetano ci ricorda che Victor visse in estrema povertà, lasciando come unica eredità il suo esempio e una parrocchia trasformata.
Caro Gaetano, lasciamelo dire con la schiettezza che ci contraddistingue: con questo libro hai fatto un dono immenso alla Chiesa e alla Storia. Hai saputo riscattare dall’oblio la figura di un gigante, mostrandoci che la vera libertà non viene dai decreti umani, ma dalla conformazione a Cristo. La tua capacità di unire il rigore del ricercatore al cuore del credente rende questo volume una lettura necessaria, un balsamo per l’anima in tempi così aridi.
Hai firmato un altro capolavoro, amico mio. Hai ridato dignità a chi la storia voleva cancellare, e l’hai fatto con quella nobiltà di spirito che ti è propria. Grazie per averci fatto sentire, ancora una volta, il calore e la luce di chi ha speso la vita per gli ultimi. Chapeau, ancora una volta.












