“Resistendo, voce del verbo essere” come testamento transatlantico e fenomenologia del Ritorno.
Quando ci si pone di fronte a Resistendo, voce del verbo essere di Nazareno Militello, il primo e più grave errore che lo sguardo possa compiere è quello di adagiarsi sulla consolazione del paesaggio. La sterminata distesa di papaveri che satura il primo piano dell’opera non è un tributo bucolico alla primavera, né un esercizio di naturalismo decorativo. Se analizzata attraverso quella lente fenomenologica ed esistenziale che ho definito “sabittisa”, e fecondata dalla profonda e complessa biografia dell’artista, questa tela si rivela per ciò che è realmente: un trattato filosofico dipinto, una sineddoche visiva della condizione umana e un testamento storico di incalcolabile peso specifico. È un unico, grande discorso sulla sopravvivenza, declinato attraverso il linguaggio spietato e vitale del colore.

Villa Castellino 25 – 05 – 1934 / Santa Elisabetta, 02 – 04 – 2016
L’opera di Militello ci impone di decostruire la sintassi stessa della pittura paesaggistica per addentrarci in quella che potremmo definire una “mitopoiesi dello sradicamento e del ritorno”. Nato a Villa Castellino, nei sobborghi di Buenos Aires, un piovoso 25 maggio del 1934 da genitori italiani sfuggiti alla miseria degli anni Venti, e spentosi nella rocciosa Santa Elisabetta, nell’agrigentino, nell’aprile del 2016, Militello incarna nel suo stesso corpo il dramma ciclico della diaspora. La sua vita è un arco teso tra due continenti, un pendolo che oscilla tra la pampa sterminata e la terra arsa del Sud Italia. E questo quadro, nella sua violenta esplosione cromatica, è la mappa topografica ed emotiva di quell’attraversamento.
Il titolo stesso, Resistendo, voce del verbo essere, cessa di essere una mera suggestione poetica per farsi manifesto ontologico imperativo. L’uso del gerundio – resistendo – è la chiave di volta dell’intera impalcatura concettuale. Non siamo di fronte a un participio passato, che indicherebbe una lotta conclusa, un lutto elaborato o una vittoria storicizzata. Non c’è la rassicurazione di un “si è resistito”. Il gerundio ci scaraventa nell’immanenza dell’azione: l’essere umano, l’emigrante, l’individuo storico è colto nell’atto stesso di opporsi alla gravità dell’annientamento. Per Militello, coniugare il verbo “essere” significa, imprescindibilmente, coniugare il verbo “resistere”. L’esistenza non è uno stato di grazia o un dato di fatto acquisito al momento della nascita; è una fatica muscolare, un atto di volontà continua contro il fluire del tempo, l’erosione della memoria e l’ostilità del mondo.
Ed ecco che il papavero, da fragile fiore infestante, assurge a simbolo titanico. Nel contesto della “poiesi di partito” e dell’inconscio politico dell’opera, il rosso che infiamma la tela non è solo pigmento, è ideologia e sangue. Dobbiamo calare questa massa cromatica nella biografia dell’artista: gli anni Settanta, il periodo in cui Militello porta la sua arte in una mostra itinerante attraverso l’America Latina. È il decennio delle vene aperte, per citare Eduardo Galeano; il continente brucia sotto il peso delle dittature militari, dei colpi di stato, delle sparizioni forzate, dei desaparecidos. In quel preciso contesto storico e geografico, dipingere un’armata di papaveri rossi che si ergono ostinatamente contro il cielo non è un atto innocente. Ogni corolla è un volto anonimo, ogni stelo piegato ma non spezzato dal vento è la rappresentazione di una coscienza collettiva (il blocco storico gramsciano) che rivendica il proprio diritto allo spazio e alla voce. La moltitudine dei fiori diventa la piazza, il popolo, la classe rurale e urbana che, unendosi, crea una forza d’urto visiva invincibile. Il rosso ematico di Militello è il sangue versato per l’emancipazione, sublimato in una fioritura che nessuna falce padronale potrà mai estirpare definitivamente.
Tuttavia, l’opera non si esaurisce nella cronaca politica sudamericana. C’è un movimento centrifugo che spinge la narrazione verso le origini, verso il Vecchio Continente. Il papavero di Militello è, nella sua essenza più intima, un seme errante. È il fiore della diaspora. Cresce ai margini delle strade, nei campi non suoi, sradicato dalla storia ma ostinatamente aggrappato alla terra ovunque essa si trovi. Questa natura “infestante” del papavero è la metafora perfetta dell’emigrante: non invitato, spesso respinto, ma capace di germogliare e colorare di sé il paesaggio che lo ospita. Il ritorno di Militello in Italia – prima a Genova nel ’92, ricongiungendosi alla moglie, e poi l’approdo definitivo nell’entroterra siciliano – chiude il cerchio di una narrazione tellurica.
Lo sfondo del quadro parla la lingua aspra del Sud. La linea dell’orizzonte, tracciata da colline brulle e montagne che si sfumano in lontananza, contrapposta alle abitazioni silenziose e isolate, ci restituisce un “Dasein”, un esser-ci heideggeriano, che è squisitamente mediterraneo. La casa colonica sulla destra, incastonata tra alberi solitari, rappresenta la civitas, l’insediamento, il punto fermo, ma anche la memoria ancestrale, la Itaca verso cui l’artista ha navigato per una vita intera. C’è una dialettica spaziale potentissima in atto: lo sfondo giallo e ocra, forse grano maturo o terra bruciata dal sole, è il passato mitico, la stasi; il primo piano rosso fuoco, che sembra quasi strabordare dalla cornice per invadere lo spazio fisico di chi guarda, è l’urgenza del presente, l’inquietudine dell’esule che, pur essendo tornato, porta dentro di sé l’incendio del viaggio.
A questo punto, la critica deve necessariamente farsi analisi della prassi pittorica, poiché in Militello la tecnica è l’esatta estensione dell’etica. La testimonianza di Antonio Fragapane ci fornisce la chiave di lettura definitiva: “le rapide e precise pennellate”. Non c’è indugio accademico nella pittura di Militello, non c’è leziosità. Il colore è depositato sulla tela con un’urgenza febbrile, quasi che l’atto del dipingere dovesse anticipare la morte o l’oblio. La matericità dell’impronta cromatica, l’uso di spessi strati di pigmento, trasforma il quadro in un bassorilievo dell’anima. Ogni colpo di pennello è uno scatto nervoso, un’affermazione vitale, la testimonianza tattile di un corpo che agisce.

Particolarmente rivelatore è l’uso del contorno. Molti dei papaveri in primo piano sono definiti da un tratto nero, spesso e inequivocabile. Non è una semplice scelta compositiva; è quello che abbiamo definito un cloisonnisme esistenziale. Quelle linee scure non servono a decorare, servono a contenere. Sono cicatrici. Sono le gabbie entro cui la materia pulsante della vita (il rosso) tenta di espandersi, minacciando di disgregarsi. Il nero rappresenta il limite, il dolore, la sofferenza dell’esilio e la brutalità della storia, ma è proprio grazie a quel limite che la forma del fiore – e quindi dell’individuo – riesce a definirsi e a stagliarsi contro il verde circostante. Senza quel confine netto e dolente, il rosso si perderebbe in una macchia informe; con esso, diventa un urlo individualizzato all’interno di un coro.
Militello costruisce una scena in cui la luce non piove dall’alto in modo consolatorio. Il cielo, solcato da nubi bianche su azzurro e attraversato dal volo distante di uccelli (forse ennesimo richiamo alla migrazione), è un cielo indifferente, quasi spinoziano nella sua freddezza. La vera fonte di luce dell’opera è immanente: scaturisce dal basso, emana dalla terra, irradia dai fiori stessi. Sono i papaveri a illuminare il quadro con la loro forza morale. È la luce della resistenza umana che rifiuta di essere inghiottita dall’oscurità della storia.
In ultima analisi l’interpolazione tra la filosofia dell’essere, l’impegno latente di una vita spesa tra le turbolenze del Novecento e la maestria di un espressionismo tellurico e viscerale, fa di Resistendo, voce del verbo essere un capolavoro di resistenza antropologica. Nazareno Militello non ha dipinto un campo; ha dipinto un esercito di anime nomadi. Ha ritratto i suoi genitori che salpavano verso l’ignoto, gli studenti sudamericani nelle piazze degli anni Settanta, e se stesso, uomo di due mondi, che chiude gli occhi sotto il sole di Agrigento. Questo quadro è la prova tangibile che, finché ci sarà anche solo un grumo di colore rosso steso con rabbia e speranza sulla tela del mondo, l’atto di esistere non sarà mai una resa, ma una continua, faticosa, e splendida insurrezione.
Buon 25 Aprile anche a chi è libero di pensare di doversi ancora liberare dalla libertà.











