Il Feudo degli Engagés. Michele Federico Sciacca e la Micro-Politica della “fedeltà”

di Francesco Rizzo

Se nella grande teoria politica l’«impegno» ha ancora la pretesa di chiamarsi ideologia, scendendo nei vicoli dei centri più piccoli — le province dell’anima e del potere — la maschera cade. Qui, Michele Federico Sciacca trova la sua conferma più brutale: la società non è una comunità di destini, ma un reticolo di «relazioni» funzionali dove l’individuo è sacrificato sull’altare della cosca istituzionalizzata.

1 – Il Partito come condominio

Nei piccoli centri, il partito non è un veicolo di idee, ma un ufficio di collocamento esistenziale. La “sezione” diventa il laboratorio in cui si distrugge il carattere per produrre il settorialismo. Sciacca denunciava l’uomo che deve «diventare un numero» per non essere un anonimo; nella logica partitica locale, quel numero è il computo dei voti portati in dote al capobastone di turno. Il “carattere” — quella coerenza che Sciacca definisce «sconveniente» — è il nemico numero uno del politico di provincia. Chi ha carattere ha dei “no” che non può rimangiarsi; chi è engagé nel senso peggiore del termine, invece, ha solo “sì” pronti per ogni stagione. È la morte della dialettica a favore della geometria delle appartenenze.

2 – Il rimpianto della Monarchia

In questo scenario di piccoli opportunismi, emerge un paradosso nostalgico. La logica della fedeltà cieca al “capo” locale, svuotata di ogni contenuto ideale, fa rimpiangere — quasi per assurdo — la dignità dell’ordinamento monarchico.

  • Nella monarchia – La fedeltà era un legame verticale, ontologico, spesso tragico, ma fondato sul riconoscimento di un’autorità superiore che non chiedeva di essere “uno di noi”. C’era una forma, una nobiltà nel vincolo.
  • Nel partitismo settoriale – La fedeltà è pura transazione. Ci si dichiara fedeli per «essere difesi», come scrive Sciacca, cercando protezione contro l’anonimato sociale.

È una “monarchia stracciona” dove il sovrano è il segretario di sezione o il ras locale, e i sudditi sono cittadini che hanno rinunciato al proprio «carattere» per un posto in prima fila nella mediocrità collettiva. Qui, l’appartenenza non nobilita, ma livella.

3 – L’appiccicarsi il cartellino

Sciacca scrive: «Appiccicatevi un cartellino… se volete essere difeso». Nei piccoli centri, questo cartellino è il marchio di fabbrica del clan. Non conta ciò che pensi, conta di chi sei. La politica smette di essere polis (cura della città) per diventare oikos (gestione della casa, anzi, del cortile). L’uomo di carattere, che vorrebbe giudicare i fatti e non le tessere, viene isolato come un «mobile vecchio». È l’«ingombrante» che rovina l’armonia della spartizione. La “legge e i doveri sociali” di cui parla Sciacca a pagina 45 diventano, nel microcosmo partitico, il codice non scritto della complicità. Per Sciacca, la salvezza non è nella riforma di questi apparati — che sono strutturalmente progettati per annientare l’individuo — ma nella ritirata nel «Sottosuolo». In un centro dove «tutti sanno tutto di tutti», mantenere un carattere significa accettare la morte sociale. L’invito sarcastico «Avanti, coraggio, engagez-vous!» risuona oggi come l’urlo del bar della piazza: “Tesserati, schierati, non fare il difficile!”. Perché solo diventando un “pezzo da laboratorio” del partito potrai sperare che il “popolo e Dio” (e il potente locale) si accorgano della tua esistenza. Sciacca ci avverte: vincerai forse la tua piccola Waterloo elettorale o professionale, ma avrai perso la guerra per la tua anima.

4 – La solitudine del carattere e l’inganno della stima

Esiste una forma di martirio silenzioso, consumato non nell’arena dei grandi conflitti, ma nel logorio quotidiano delle piazze minori, dove il valore di un uomo è quotato come merce soggetta alle maree. È la stima a giorni alterni: quel tributo che il mondo paga alla tua coerenza solo quando essa coincide con il suo utile, per poi ritirarlo non appena quella stessa fermezza si frappone ai giochi della convenienza. La stima del mondo è un mare lunatico. Ti avvolge con calore solenne quando la tua rettitudine funge da scudo ai suoi interessi; ti loda come “uomo d’altri tempi” se la tua parola data gli garantisce sicurezza. Ma questa è una stima ancillare, una carezza concessa allo schiavo che si dimostra efficiente. Il lusso di avere un carattere, come intuiva Sciacca, risiede nel rifiuto di questa oscillazione. Chi possiede un’anima scolpita nella pietra non cerca la stima: la impone come un dato di fatto, o la ignora come un rumore di fondo. Il carattere è l’ancora che non si cura della tempesta superficiale; è la consapevolezza che la propria dignità non è un titolo azionario che sale e scende nei bar della politica settoriale o nei corridoi del potere locale. Nei piccoli centri, dove l’appartenenza è l’unico sacramento rimasto, avere un carattere è un atto di sacrilegio. La comunità dei “fedeli per calcolo” non può perdonarti la stabilità. Essi stimano la tua intelligenza il lunedì, perché serve a scrivere i loro manifesti; ti detestano il martedì, perché quella stessa intelligenza ti impedisce di tacere davanti a un sopruso. Questa stima intermittente è il tentativo della mediocrità di addomesticare l’eccellenza. Vorrebbero un carattere “a comando”, una coerenza a scomparti stagni. Ma il carattere non abita i comparti: esso è monolitico. O è tutto, o non è nulla. Chi accetta la stima a giorni alterni ha già iniziato a negoziare la propria anima; ha accettato di essere un vestito che si indossa per le occasioni e si getta nel fango quando è d’intralcio. V’è una solenne bellezza nel rimanere “mobili vecchi” in un mondo di arredamenti in plastica, pronti per essere sostituiti al prossimo cambio di stagione. La stima che oggi ti manca è, in verità, la prova più alta della tua esistenza. Se tutti ti lodassero sempre, dovresti dubitare della tua tempra: significherebbe che sei diventato l’acqua che prende la forma di ogni bicchiere.

Il carattere è il lusso di chi può permettersi di restare solo.

È la nobiltà di chi non mendica il saluto nei giorni di magra, sapendo che la fedeltà a se stessi è l’unica monarchia interiore che non conosce esilio. La stima a giorni alterni è il fumo degli incensi bruciati per idoli di argilla; la stima di sé, conquistata nel silenzio del “Sottosuolo”, è il fuoco che non si spegne mai, incurante se fuori è giorno o se la notte ha deciso di durare un’epoca intera. Non dolerti, dunque, se il mondo ti dimentica quando la tua schiena dritta impedisce il passaggio ai carri dei vincitori. Quell’oblio è il tuo diploma di libertà. Avere un carattere significa accettare che la stima degli altri sia un accessorio, mentre la propria sia il fondamento. Resta pietra. Resta lusso inutile. Resta il monito vivente che, in un secolo di ombre vaganti che cambiano colore secondo la luce del padrone, esiste ancora qualcuno che ha il coraggio di essere, semplicemente e tragicamente, se stesso.

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Francesco Rizzo
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