Appunti di un intinerario: sulla presunta Regula Pastorale di Francesco I Magno

di Francesco Rizzo

SCENA: Uno spazio liminale. Da un lato, l’imponenza barocca della Basilica di San Pietro, le cui colonne sembrano sciogliersi come cera; dall’altro, il relitto di un barcone di legno arenato sulla sabbia bianca di Lampedusa. L’aria profuma di incenso misto a salsedine e polvere di strada. Rizzo è seduto a un tavolo di legno grezzo, circondato da pile di fogli, libri di Gregorio Magno e bozzetti di copertina. All’improvviso, il rumore ritmico di un bastone sulla pietra rompe il silenzio della nebbia.


FRANCESCO I: (Emergendo lentamente, avvolto in un logoro cappotto bianco che porta i segni della pioggia) Ti vedo ancora sveglio, Francesco. Le tue candele bruciano veloci, ma la tua mente sembra bruciare ancora di più. Dimmi, che cosa stai cercando di imprigionare tra quelle righe? È forse il soffio dello Spirito che speri di inchiodare alla carta con la tua penna?

RIZZO: (Alzandosi con reverenza mista a stupore) Santità… Francesco. Cercavo di darLe un nome. Cercavo di dare un ordine a questo disordine che Lei ha seminato. Ho intitolato il mio saggio Francesco Magno. Un pontificato sine glossa. Ma sento che ogni parola che scrivo è come una glossa che aggiungo a un testo che invece voleva restare nudo. Sono intrappolato nel paradosso di dover spiegare l’inspiegabile. Così certo dell’indimostrabile da avere la tentazione di dimostrarlo. Nascono così le eresie giusto?

FRANCESCO I: (Si siede pesantemente su una panca di legno, poggiando il bastone accanto a sé) “Spiegare”. Una parola pericolosa. La glossa è spesso il rifugio del codardo che non ha il coraggio di guardare la Verità negli occhi. Ma parliamo del tuo “Magno”. Hai speso migliaia di caratteri per giustificare questo titolo davanti ai critici. Dimmi, secondo la tua logica, qual è la differenza tra un Pastore che è solo “grande” e un Pastore che è “Magno”?

RIZZO: Gregorio direbbe che la grandezza è l’equilibrio tra la contemplazione e l’azione. Io ho sostenuto che Lei è “Magno” perché ha rotto il cerchio del Possibile. Lei ha portato la Chiesa ad abitare l’Impossibile. Il Pastore “Magno” è colui che non teme di apparire piccolo, fragile, quasi sconfitto, perché sa che la vera forza risiede nel gesto che non ha bisogno di note a piè di pagina. Lei è “Magno” perché ha reso la periferia il nuovo centro del mondo.

FRANCESCO I: (Ride sommessamente, una risata che sembra un colpo di tosse) Molto accademico. Molto pulito. Ma la realtà è superiore all’idea, non lo dimenticare mai. Se io fossi “Magno” solo perché ho cambiato la geografia del potere, sarei solo un politico più abile di altri. Ma guarda queste scarpe… (Indica le calzature logore). Credi che abbiano camminato verso la grandezza o verso la polvere?

RIZZO: Hanno camminato verso il popolo. Hanno camminato per essere “prossimità”.

FRANCESCO I: “Prossimità”. Un’altra bella parola. Ma la prossimità non è una strada a senso unico. Dimmi, Francesco: se il Pastore è colui che guida, chi è colui che viene guidato?

RIZZO: (Con cautela) Il gregge. Le anime. Coloro che hanno fame e sete di giustizia e di Dio.

FRANCESCO I: E se il Pastore perde la strada? Se la nebbia del dubbio e la stanchezza della carne gli appannano la vista? Gregorio diceva che il Pastore deve avere i “sonagli” per farsi sentire, ma anche le “melagrane” per custodire l’unità. Ma se i sonagli smettono di suonare? Se la melagrana si spacca? Chi guiderà il Pastore smarrito?

RIZZO: (Riflettendo intensamente) Immagino che sia la Grazia di Dio a guidarlo. O forse la Tradizione.

FRANCESCO I: (Scuotendo il capo) Troppo astratto! La Grazia ha un volto e dei piedi. Ricordi quando sono sceso da quell’aereo in una terra lontana e non avevo più forze, e una bambina mi ha preso la mano e mi ha portato verso l’altare? In quel momento, chi era il Pastore e chi era la pecora?

RIZZO: (Cercando di seguire il filo maieutico) In quel momento… la bambina stava guidando Lei. Lei era la pecora.

FRANCESCO I: E quando, nel silenzio di San Pietro vuota sotto la pioggia, io portavo il peso del dolore del mondo intero, e sentivo che il mio respiro non bastava… chi stava sostenendo quel peso? Non erano forse i milioni di poveri che, dalle loro case, mi offrivano le loro sofferenze? Chi stava curando chi?

RIZZO: (Sentendo le sue categorie sgretolarsi) Erano loro a curare Lei. L’Ospedale da Campo non è un luogo dove Lei è il medico e gli altri sono i pazienti. È un luogo di mutuo soccorso.

FRANCESCO I: (Illuminandosi) Ecco! Hai sciolto il nodo! Il clericalismo è la convinzione che esista una casta di pastori eternamente sani e una massa di pecore eternamente malate. Ma questa è una menzogna gnostica. La Regula Pastorale che il mondo aspetta non è un manuale per governare gli altri, ma un trattato su come lasciarsi governare dalla fragilità altrui. Non c’è gerarchia nella ferita. Se io non mi riconoscessi pecora — bisognosa di perdono, di pane, di una spinta per la mia sedia a rotelle — non potrei mai essere Pastore.

RIZZO: (Annotando freneticamente sul manoscritto) Dunque, la Verità che ho cercato di inseguire è la Circolarità della Cura. Siamo tutti pastori nell’istante in cui accettiamo di essere pecore. E siamo tutti pecore nell’istante in cui la nostra vulnerabilità diventa il pascolo dell’altro.

FRANCESCO I: (Appoggiandosi al tavolo, guardando Rizzo dritto negli occhi) Questa è la grandezza “sine glossa”. La verità nuda è che la Chiesa è un corpo dove il capo ha bisogno dei piedi per camminare, e i piedi hanno bisogno del cuore per non fermarsi. Il Pastore è Magno solo quando scompare nel gregge, quando diventa indistinguibile dal fango e dalla polvere delle sue pecore. Se scrivi questo, non avrai bisogno di altre glosse.

RIZZO: (Con voce tremante) Ma allora, Francesco, il Suo pontificato non è stata una riforma delle strutture, ma una riforma dell’essere?

FRANCESCO I: È stata la proposta di un nuovo umanesimo: l’umanesimo della tenerezza. La tenerezza non è una virtù dei deboli, ma è la forza di chi ha il coraggio di farsi toccare. Un Pastore che non si fa toccare dalle sue pecore è solo un mercenario. E una pecora che non sa di poter guidare il suo Pastore con la sua fede è una pecora orfana. Siamo una famiglia di naufraghi che si salvano a vicenda.

RIZZO: (Chiudendo il libro con un gesto risoluto) Ho capito. La Regula Pastorale Francesci non è mia, né Sua. È di chiunque accetta lo scandalo di questa fratellanza universale.

FRANCESCO I: (Iniziando a dissolversi mentre la luce di un’alba mediterranea invade la stanza) Vai, Francesco. Scrivi ciò che hai visto. Non temere di essere scomodo. Non temere di essere piccolo. Ricordati: il moggio non serve a nascondere la luce, ma a proteggerla finché non diventa un incendio. E non dimenticare… prega per me, perché la mia parte di pecora non smarrisca mai il sentiero.


Rizzo si risveglia di soprassalto. Il silenzio della sua stanza è rotto solo dal battito del suo cuore. Guarda il manoscritto “Francesco Magno”. Prende la penna e, con una grafia sicura che ignora ogni accademismo, scrive sulla prima pagina, sotto il titolo:

“In questa notte ho compreso che la grandezza non è un grado, ma una relazione. La Chiesa è l’unico luogo dove chi guida deve farsi pecora per non morire di solitudine, e chi segue deve farsi pastore per non morire di indifferenza. Siamo tutti custodi l’uno dell’altro. Sine glossa.”

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Francesco Rizzo
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