L’IDOLATRIA DEL VOLO E LA RIMOZIONE VIOLENTA DEL DATO. UN SAGGIO VISIVO SUL LIMITE

di Francesco Rizzo

Ermeneutica Fenomenologica dell’ “Esistentivo” di Alfonso Sciara

Esiste una fisiologia del sacro e, parallelamente, una fenomenologia della violenza che abita, segretamente e inconfessata, le architetture del dominio contemporaneo. Vi è un’economia dei simboli e del potere che, qualora venga disconosciuta o edulcorata, finisce per trasmutare la cruda realtà della prevaricazione nel feticcio inattaccabile di un simulacro sociale. L’opera scultorea di Alfonso Sciara, significativamente intitolata Esistentivo, disvela questa dinamica con la spietatezza formale di un’urgenza epistemologica radicale, ponendosi come una sutura che tenta di rimarginare una ferita inferta all’onestà stessa del nostro sguardo e della nostra civiltà. L’opera immediatamente non riesce a fingere di essere un mero costrutto estetico passivo. Essa si trasmuta, sotto i nostri occhi complici, nel teatro drammatico di una colossale lacerazione ontologica, un vero e proprio “atto d’accusa” inappellabile contro la suprema presunzione di un potere che si illude di essere autosufficiente e slegato dalle proprie colpe storiche.

L’Idolo siderale, la riduzione presuppositiva dell’empatia e la sintassi mortuaria del dominio

Al centro dello spazio compositivo e dialettico, la figura maschile si erge come l’incarnazione assoluta del dogma immanente, il feticcio di un simulacro che si autocelebra nella propria spaventosa, algida leggerezza. La sua “ascensione indifferente” sfida e sospende le leggi della gravità, esattamente come l’arroganza del riduzionismo metodologico sfugge all’ineffabile, vertiginosa complessità dell’animo umano: mutilando preventivamente la realtà pur di farla coincidere con la propria asfittica teoria del dominio e della selezione. L’uomo ritratto da Sciara fluttua in una dimensione di “sospensione narcisistica”; la sua superficie è lucida, intatta, progettata per riflettere la luce con un “distacco siderale” che lo immunizza radicalmente dal contatto, dal contagio del dolore e, soprattutto, dalla vertigine perturbante della compassione.

Il braccio già monco dell’uomo non rappresenta in alcun modo un infortunio formale, un difetto di fusione o un accidente estetico. Al contrario, esso è la precisa, raggelante manifestazione fisica della “riduzione presuppositiva” operata da chi detiene l’egemonia. Per innalzarsi, per fuggire dal fango del bisogno e abitare “l’etere dell’idea” incontaminata, il soggetto compie un atto di inaudita forza teoretica e materiale: deve necessariamente e volontariamente recidere una parte di sé. Deve “amputare l’empatia”, operando una “separazione brutale dalla carne della vita” e trasformando il proprio trionfo in un fallimento morale assoluto. Il soggetto maschile rifiuta l’invito a quel vero e profondo “salto ontologico” che la saggezza solidale e disinteressata richiederebbe. Egli rimane ancorato a un darwinismo sociale inconfessato ma applicato rigorosamente all’esistenza, scambiando le brutali “ragioni biologiche” della prevaricazione per una “trascendenza” che invece mortifica intimamente. Egli diviene così l’apoteosi di una spietata logica eliminatoria, una forma vuota che scarta l’altro in nome di un cinico volo, prigioniero di una sintassi mortuaria che scambia l’isolamento egoistico per superiorità assoluta.

Il ritorno ineluttabile del dato. La materia Femminile come eccedenza mutilata e altare del sacrificio

Ai piedi di questo idolo innalzato dall’illusione ottica del privilegio, si consuma il dramma ineludibile, incandescente e ostinato del “Dato”. La figura femminile, frantumata, schiacciata e inesorabilmente fusa con il suolo, rappresenta la straziante eccedenza che il sistema tenta dogmaticamente e sistematicamente di silenziare per non incrinare la propria confortevole geometria interna. Come la grammatica materialista balbetta dinanzi all’abisso del dolore altrui, dinanzi al senso del sacro o all’eroismo oblativo, e tenta disperatamente di rinominarli (compiendo una fraudolenta “ripetizione metafisica”) per disinnescarne la carica eversiva, così il potere maschile in questa scultura tenta di annientare la donna. La riduce a un mero “territorio di conquista”, martoriandola e sfigurandola, unicamente per non doverne gestire l’ingombrante, sconcertante e insopportabile statuto di vittima sacrificale. Le membra spezzate, consumate da un’erosione eterna, e la drammatica “assenza del capo” non sono semplici epifenomeni contingenti: sono la certificazione empirica, cruda e inaggirabile di una chiara “colpa storica”. La donna non è semplicemente a terra; essa è terra, materia archetipica costretta al suolo. Ella diviene “l’altare del sacrificio” su cui si erge, grondante di ingiustizia, “l’impalcatura del progresso maschile” e dell’ego altrui. È la memoria fisica del trauma, testimoniando, con un’evidenza fisica insostenibile, l’irriducibilità di tutto ciò che è stato plasmato, calpestato e distrutto per alimentare le illusioni del dominio. La sua realtà frammentata smentisce apertamente le seducenti teorie di un provvidenziale “effetto reversivo”, smontando l’illusione che dalla brutale logica dell’eliminazione possa nascere, per mera gradazione inerte, una società della cura. La violenza impressa nel metallo testimonia che non vi è alcuna salvifica “eliminazione dell’eliminazione” senza l’irruzione della pietà, la quale qui risulta tragicamente e programmaticamente assente.

L’ermeneutica dell’ottone, la cronaca visiva del privilegio e la complicità dell’osservatore

L’intera sintassi scultorea forgiata da Sciara attraverso la complessa tecnica della cera persa funge da potentissimo antidoto visivo contro la cecità di chi vorrebbe normalizzare l’ingiustizia, tramutandola tautologicamente in una legge fatale. In questo teatro della “carne metallica”, l’ottone abbandona la sua semplice passività minerale per farsi veicolo di giudizio etico. Il chiaroscuro non è un gioco estetico passivo o una contingenza luminosa d’atelier, ma si erge a specchio ustorio, divenendo letteralmente la “divisa del privilegio” e la testimonianza inoppugnabile di una diseguaglianza radicale e insanabile. Assai più di un semplice riflesso cromatico, i bagliori e i riflessi dorati fungono da armatura impenetrabile per chi “vola lontano dal fango”. Di contro, le implacabili ombre brune costituiscono il “rifugio forzato di chi soccombe”. L’opera ci scaglia addosso la cronaca visiva e materica di una “distanza siderale” in cui l’economia delle risorse si rivela di una spietatezza totale: “la luce è rubata, l’oscurità è imposta”. Non vi è alcuno spazio per la neutra e distaccata contemplazione; la scultura, come un vero “monito brutale”, interroga apertamente la nostra “complicità” di osservatori contemporanei. Ci costringe a domandarci quanto del nostro progresso e del nostro “volo” rassicurante sia in realtà sorretto a forza dal silenzio di chi, schiacciato al suolo, “non ha più né voce né volto per rialzarsi”.

Il collasso del dogma e il vertiginoso debito d’aria

Dinanzi a questa titanica, densa e lancinante ferita tramutata in scultura, il dogma del dominio immanente e auto-giustificatorio implode inesorabilmente, schiacciato sotto il peso specifico del Dato empirico che l’artista ci intima di guardare. Il titolo Esistentivo smette di orbitare nelle rarefatte e asettiche sfere del vocabolario filosofico per scendere prepotentemente sul “crinale dove l’esistere biologico viene spezzato”. Esso decreta che l’ascensione del potere è in realtà un gravoso tributo, un “debito d’aria di chi fluttua nel privilegio”, calcolato al millimetro unicamente sul “respiro spezzato” di chi è stato violentemente inchiodato al suolo per poterne permettere l’ascesa. Abbracciare profondamente la lucida condanna di quest’opera significa, in ultima istanza, compiere un atto di suprema igiene epistemologica, politica e morale. Significa spezzare definitivamente le catene della riduzione presuppositiva, rinunciare al dogma della “Tavola Alta” che giustifica lo scarto dell’imperfetto, e riconoscere che l’esistenza umana, quando sceglie di elevarsi stritolando deliberatamente ciò che dichiara “fragile”, non sperimenta alcun balzo superiore, ma si condanna a divenire il più aberrante, freddo e disperante dei simulacri.

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Francesco Rizzo
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