Il treno che non parte mai e il dolore senza sconti. La rivoluzione narrativa de “L’estate del ’78” di Roberto Alajmo

di Francesco Rizzo

Esiste un malinteso critico, ostinato e persistente, che aleggia sulla letteratura siciliana contemporanea, una sorta di lente deformante che scambia la lucidità per cinismo, la precisione chirurgica per freddezza, e l’ironia disincantata per una mancanza di pietà. Eppure, proprio in questa presunta freddezza, in questa crudeltà semiseria che non fa sconti a nessuno, si annida l’atto di carità letteraria più grande, profondo e vertiginoso del nostro secolo. E non vi è opera, nell’orizzonte narrativo degli ultimi anni, che incarni questo paradosso luminoso con la stessa straziante esattezza de “L’estate del ’78” di Roberto Alajmo. Si tratta di un libro che disintegra le convenzioni del memoir luttuoso per innalzarsi a indagine esistenziale, un testo dove l’autore compie l’imperdonabile eppure necessario sacrilegio di sezionare la propria tragedia familiare, mettendo in scena il suicidio della madre non con i toni umidi del melodramma, ma con la rigorosa, quasi geometrica, spietatezza di un referto autoptico dell’anima. In questo scarto, in questo rifiuto categorico della consolazione a buon mercato, risiede la grandezza assoluta di un’opera che sceglie la verità, per quanto acuminata, al posto della bugia rassicurante. Alajmo sa bene che l’eccesso di pudore, quando si maneggia il dolore puro, finisce per trasformarsi in retorica, in un velo pietoso che invece di curare la ferita la lascia infettare nel buio. Per questo, l’autore abbraccia una spudoratezza metodica, che è al tempo stesso un atto di coraggio estremo e di disperato amore. Egli si pone di fronte alla propria storia come ci si pone davanti a un quadro di Van Gogh: se tieni il naso appiccicato alla tela, vedi solo grumi caotici di colore, macchie di sofferenza incomprensibile; devi compiere il gesto innaturale di allontanarti, di frapporre quei cinque, sei, sette metri di vuoto e di ossigeno, per permettere al disegno complessivo di emergere in tutta la sua lancinante chiarezza. Questa distanza focale è la cifra stilistica del romanzo. Il libro è ambientato in uno snodo cronologico che non è un mero sfondo, ma un co-protagonista silenzioso e implacabile. Il 1978 non è solo l’anno dei tre papi, del rapimento di Aldo Moro, del mondiale in Argentina, dell’assassinio di Peppino Impastato; è l’anno spartiacque in cui l’Italia sembra risvegliarsi, promulgando la legge Basaglia per la chiusura dei manicomi e confermando conquiste civili epocali come il divorzio e l’aborto. È l’anno delle grandi speranze collettive, ma le speranze, osserva Alajmo con una perspicacia che gela il sangue, possono essere trappole mortali. La madre dell’autore, Elena, pittrice talentuosa, donna brillante e tormentata, attratta da quella luce di emancipazione in fondo al tunnel, finisce per bruciarsi le ali come una falena notturna. Tra l’utopia di una riforma sociale e la sua metabolizzazione nel corpo vivo della società borghese e provinciale passa un tempo infame, un limbo dentro il quale i soggetti più fragili vengono stritolati. Elena cade nella buca di un “male oscuro”, una depressione nutrita e amplificata da una psichiatria ancora primordiale, fatta di psicofarmaci dispensati con facilità disarmante, che intontiscono, assuefanno e alienano. Alajmo ricostruisce questa discesa agli inferi senza mai concedere un millimetro al vittimismo. Al contrario, si arma degli strumenti dell’investigazione pura. Il libro è disseminato di documenti burocratici, referti medici, lettere e fotografie che non hanno una funzione ancillare o vagamente illustrativa, ma costituiscono la spina dorsale di un’interrogazione serrata. L’autore interroga le immagini, scruta i volti catturati dalla carta fotografica, cerca di decifrare i codici di una disperazione che a lui, bambino e poi adolescente, era stata amorevolmente taciuta. È un’auto-chirurgia letteraria che richiede una fermezza di polso assoluta. Quando il fratello dell’autore, leggendo una prima stesura del manoscritto, gli confessò con un’eco bartlebiana “Preferivo non esserci”, Alajmo comprese che il rischio opposto al patetismo – ovvero un cinismo ellroyano troppo esibito – era in agguato. Ha così limato, smussato, accordato il testo fino a trovare una tonalità perfetta, una polifonia in cui la tragedia greca convive, con una naturalezza squisitamente siciliana, con la commedia dell’assurdo. In Sicilia, ci ricorda l’autore, la commedia è sempre accovacciata dietro l’angolo della tragedia più nera. È impossibile narrare la morte in quell’isola senza incappare in un inciampo farsesco, in una stortura ironica che rende il dolore più vero proprio perché improvvisamente spogliato della sua aura sacrale. Si pensi alla concezione isolana della morte, a quel culto del 2 novembre che ha paralleli solo nel Messico ancestrale o nella Macondo di García Márquez, dove i morti non sono mai del tutto defunti, ma tornano a camminare tra i vivi, a portare regali ai bambini, in una commistione tra terrore notturno e gioia mattutina, culminante in inimmaginabili scampagnate e picnic attorno alle lapidi del cimitero. Questa ambiguità, questo sberleffo grottesco lanciato in faccia alla mietitrice, pervade il testo di Alajmo, come nel folgorante ricordo del funerale del padre, affrontato sotto l’effetto anestetizzante del Lexotan offerto da un amico, trasformando il rito funebre in una coreografia stralunata e pop. Questa è la genialità del libro: l’accettazione che il dramma, per essere sopportabile e narrabile, deve essere giocoso. Alajmo stesso invoca il nume tutelare di Mozart, il Mozart del “Don Giovanni”, in cui il sublime baratro del protagonista è costantemente contrappuntato dalla miseria comica di Leporello, o il Mozart dell’Aria della Contessa e del Concerto per clarinetto, dove all’improvviso, tra un vezzo settecentesco e l’altro, si apre uno squarcio di eternità, una serenità dolente che non è rassegnazione, ma suprema accettazione. Ecco il miracolo di “L’estate del ’78”: è un testo che accetta il mondo, che accetta il dolore incolmabile della perdita, non sublimandolo in facili consolazioni spirituali, ma guardandolo dritto negli occhi fino a fargli abbassare lo sguardo. Si è parlato di “Infelicità senza desideri” di Peter Handke, ma se l’opera dello scrittore austriaco è avvolta in una morsa raggelante e squisitamente mitteleuropea, la scrittura di Alajmo è intrisa di una luce mediterranea, spietata ma calda, che non rinuncia mai alla vitalità pulsante del racconto. Anche nella disamina del concetto di felicità, l’autore rifugge le definizioni assolute. Contro la sprezzante triade di Flaubert (essere imbecilli, egoisti e di sana costituzione), Alajmo propone una visione di struggente umiltà: la felicità è semplicemente essere felici e, per una frazione infinitesimale di secondo, esserne miracolosamente consapevoli. È il ricordo straziante e luminoso del figlio Arturo, adolescente in piena ribellione ormonale che rifugge gli abbracci pubblici, ma che per puro istinto infantile, attraversando le strisce pedonali, continua per anni a cercare la mano del padre. In quei pochi metri d’asfalto rubati al distacco, si consuma una felicità purissima, la certezza che la vita, nonostante la sua brutalità latente, sappia ancora offrire isole di grazia. Ed è proprio il rapporto con le generazioni, la catena ininterrotta delle esistenze, a donare a questo romanzo una profondità vertiginosa. L’indagine sulla morte della madre si trasforma, pagina dopo pagina, in una dichiarazione d’amore per i vivi, per quel figlio che cammina verso il futuro stringendo in mano un bigliettino, metafora di un’indipendenza faticosamente conquistata. L’addio, ci spiega Alajmo fin dall’incipit citando Campanile, è una lacerazione insostenibile. Stare fermi davanti al treno in partenza della persona amata, un treno che ritarda all’infinito, ci spinge a una commozione forzata che si tramuta presto in una stanchezza feroce, fino a farci desiderare, con una crudeltà inconfessabile e umanissima, che quel maledetto treno parta una volta per tutte, per liberarci dal limbo dell’attesa. Questo libro è quel treno che finalmente lascia la stazione. È un atto di separazione definitiva e, proprio per questo, un trionfo di attaccamento alla vita. L’infelicità, ci insegna Alajmo nel corso di questa narrazione, è come una gigantesca sequoia piantata al centro del petto. Nessun libro, nessun lutto elaborato, nessuna terapia potrà mai estirparla di netto.

Ma la scrittura – questa scrittura scarna, ironica, scevra di autocompiacimento – agisce come un coltellino svizzero con cui, truciolo dopo truciolo, anno dopo anno, la sequoia viene ridotta fino a diventare un piccolo stuzzicadenti. Ti punge ancora, ti fa sanguinare le gengive della memoria, ma ti permette di convivere con il paesaggio della tua anima, di essere, in fin dei conti, un infelice migliore. E così, l’opera si svela non solo come una catarsi personale, l’espulsione vitale di un groviglio di dolore tenuto chiuso nello stomaco per quattro decenni, ma come un capolavoro di altissima letteratura etica. Alajmo non scrive per essere compatito, non scende a patti con l’emotività a buon mercato dei salotti televisivi. Scrive con la sprezzatura dei grandi moralisti, tracciando il ritratto di un’Italia che cambiava pelle lasciando indietro i suoi figli più fragili, esplorando l’eziologia di un male familiare per arrivare a toccare i nervi scoperti di una nazione intera. Quando il libro si chiude, sull’immagine di un bambino che, nonostante il giuramento fatto a se stesso di vegliare sul proprio dolore, cede inesorabilmente alla stanchezza perché “ci si addormenta sempre”, il lettore percepisce fisicamente il peso di una grande liberazione. Il sonno, la morte, l’oblio, non sono più demoni da esorcizzare, ma approdi naturali di una giostra impazzita. “L’estate del ’78” è una lezione di stile e di dignità, un promemoria essenziale che ci ricorda come l’unico modo per onorare le nostre voragini sia quello di illuminarle con il faro di un’intelligenza priva di sconti. E se, come ironizza Alajmo citando Woody Allen, le illusioni dolorose sono quelle che “ci fanno le uova” e ci tengono in vita, questo romanzo è la dimostrazione che perfino dalla distruzione delle proprie gabbie dorate può nascere un’opera d’arte assoluta. Un libro destinato a resistere nel tempo, lontano dai tavoli delle novità editoriali, per depositarsi nel canone di quella letteratura che, attraverso la lente di una spietata, magnifica, chirurgica crudeltà, ci insegna l’arte perduta dell’indulgenza verso noi stessi.

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Francesco Rizzo
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