La crudeltà di non capire nulla: come Roberto Alajmo ha distrutto il noir (e ci ha resi liberi)

di Francesco Rizzo

C’è una malattia senile, un vizio di forma che affligge inesorabilmente la letteratura di genere contemporanea, e in particolare quel recinto sovraffollato e stantio che ci ostiniamo a chiamare “poliziesco” o “noir”. È la dittatura dell’intelligenza tormentata, la proliferazione pandemica di investigatori infallibili, commissari maledetti, profiler onniscienti e detective segnati da traumi infantili che risolvono enigmi irrisolvibili scrutando la pioggia dietro i vetri di una metropoli livida. A questa deriva arrogante e consolatoria, a questo schema rassicurante che pretende di rimettere in ordine il caos del mondo attraverso l’epifania deduttiva di un genio, Roberto Alajmo oppone un gesto di sovversione letteraria assoluta, un sabotaggio così radicale e spietato da travestirsi, con suprema e ingannevole sprezzatura, da commedia di costume. “Io non ci volevo venire” non è un romanzo poliziesco; è la disintegrazione sistematica, anatomica e definitiva del poliziesco stesso, operata attraverso quell’atto di suprema carità letteraria che è la crudeltà semiseria. Dopo aver attraversato il fuoco del dolore privato e aver sezionato il lutto con il bisturi ne “L’estate del ’78”, Alajmo compie qui un passo laterale e vertiginoso: decide di smettere di sanguinare in pubblico e inizia a giocare. Ma il gioco, come insegna la migliore tradizione teatrale, è la cosa più seria e tragica di cui l’essere umano disponga. Alajmo non scherza per alleggerire, scherza per scorticare. E lo fa consegnando le chiavi dell’indagine non a un eroe, ma a un inetto cosmico, un buco nero di passività e beata ignoranza che risponde al nome, già linguisticamente mutilato, di Giovanni Di Dio, per tutti semplicemente “Giovà”.

Giovà è un sacco di patate, un gigante inerte, un grumo di carne e apatia privo di qualsivoglia ambizione, talento o perspicacia. La genialità di Alajmo risiede nell’aver fondato l’intera impalcatura narrativa su una metafora antropologica di precisione letale: quella del portiere nelle partitelle di strada. Giovà, da bambino, non veniva messo tra i due pali improvvisati con i maglioni perché fosse dotato di riflessi felini, ma semplicemente perché era troppo grosso, goffo e stupido per ricoprire un ruolo di movimento. Egli si gettava sull’asfalto sbrecciato, scorticandosi le ginocchia, convinto di guadagnarsi così il rispetto e la gratitudine dei compagni, ignorando tragicamente che quel ruolo lo confinava per sempre ai margini del gioco, fuori dalla dialettica del talento, condannandolo a subire le iniziative altrui. Questa immobilità ontologica, questa rassegnazione a “stare in porta” senza mai capire gli schemi della partita, diventa la sua cifra esistenziale. Da adulto, raccomandato dalla madre al boss mafioso del quartiere, Giovà finisce a fare la guardia giurata. Continua, letteralmente, a stare fermo davanti a una porta. Sente puzza di bruciato, intuisce per puro istinto animale che l’agenzia per cui lavora non è esattamente un baluardo di legalità, ma decide, con una saggezza che rasenta la genialità del parassita, di non prendere atto della realtà. Capire significherebbe dover agire, assumersi responsabilità, trarre conseguenze morali e materiali; l’ignoranza, al contrario, si rivela la più formidabile delle corazze, uno scudo evolutivo perfetto contro i traumi del mondo. Giovà è il Bartleby dei nostri tempi, ma un Bartleby privo dell’aura romantica del rifiuto: il suo non è un “preferirei di no” filosofico, è un abissale, dolcissimo, ottuso abbandono alla corrente della mediocrità.

Ed è proprio a questo monumento all’inadeguatezza che lo Zù Gino, il capomafia locale, affida l’incarico di ritrovare una ragazza scomparsa. In questa investitura assurda esplode la feroce ironia sociologica di Alajmo. L’autore smantella l’epica mafiosa che ammorba da decenni la narrazione della Sicilia, depurandola da ogni residuo di “grand opéra” criminale. Dimenticate i padrini shakespeariani e le cupe riunioni di cupola: il territorio di Partanna Mondello, terra di mezzo dove la borghesia vacanziera scolora nel sottoproletariato abusivo, è amministrato da un potere criminale squallido, burocratico, confidenziale. È quello che potremmo definire un “diritto penale ordinario”, una criminalità di vicinato in cui i confini tra legalità e compromesso sono così sfilacciati da risultare invisibili. Il boss si rivolge all’idiota del villaggio non per un machiavellico disegno, ma perché intrappolato in logiche di potere inconfessabili persino ai suoi stessi sgherri. E qui la “crudeltà semiseria” di Alajmo raggiunge vette inesplorate, costringendo noi lettori a guardare con indulgenza, quasi con affetto complice, a questo ecosistema marcio. L’autore ci sbatte in faccia la nostra stessa assuefazione al male minore, la nostra tacita convivenza con lo squallore, senza mai salire in cattedra, ma costringendoci a ridere della nostra stessa miseria morale.

A fare da controcanto a Giovà, l’investigatore riluttante che cerca disperatamente di non scoprire nulla, c’è il colpo di genio assoluto del romanzo: il matriarcato investigativo. Invece della polizia scientifica, del luminol e delle autopsie, Alajmo schiera un gineceo asfissiante e onnipotente. C’è la madre Antonietta, manovratrice occulta; c’è la zia Mariola; c’è la sorella gemella Mariella, che nel grembo materno ha cannibalizzato tutti i cromosomi dell’intelligenza lasciando a Giovà solo la stazza; e c’è la vicina parrucchiera, vero e proprio terminale di un’intelligence di quartiere fondata sul pettegolezzo, sul sentito dire, sulla triangolazione paranoica delle notizie dei telegiornali regionali. Questo comitato di sagge non si limita a indagare: il suo scopo supremo non è la ricerca della verità (concetto sopravvalutato e pericolosissimo), ma la manipolazione della realtà per proteggere il gigante inetto dalle conseguenze dell’indagine stessa. È un coro greco da tinello, che tesse e disfa la tela degli eventi con una disinvoltura criminale e materica. In questa commistione di amor materno e cinismo spietato risiede la vera natura della Sicilia contemporanea, un’isola dove la verità, la giustizia e la legge corrono su binari non solo paralleli, ma violentemente divergenti.

Leggere “Io non ci volevo venire” significa perdonare alla letteratura le sue pretese salvifiche e accettare che la forma più alta di comprensione passi attraverso la derisione. La scrittura di Alajmo qui è un prodigio di leggerezza calcolata, una musica di sottofondo costante che obbliga al sorriso anche quando descrive il baratro. Non c’è consolazione, non c’è catarsi finale, non c’è il ripristino dell’ordine del mondo: c’è solo la constatazione, meravigliosamente comica e irrimediabilmente tragica, che sopravvive solo chi ha l’intelligenza di farsi credere, o di essere genuinamente, abbastanza stupido da non meritare la punizione del destino. In questa sublime, chirurgica presa in giro del mondo e dei suoi finti eroi, Alajmo firma un capolavoro di disincanto, dimostrando che il vero romanziere del ventunesimo secolo non è colui che scende negli inferi per portarne fuori la luce, ma colui che si ferma sull’orlo del baratro, ci guarda dentro, scrolla le spalle e, con un sorriso spietato, decide di farsi i fatti suoi. Un libro semplicemente imprescindibile.

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Francesco Rizzo
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