Esiste una malattia degenerativa che affligge il panorama editoriale contemporaneo, una sorta di sclerosi narrativa che spinge autori, critici e lettori a idolatrare il mito posticcio dell’evoluzione del personaggio. Ci hanno abituati, con una pedagogia letteraria d’accatto, a pretendere che il protagonista di una saga attraversi il fuoco purificatore dell’esperienza, che impari dai propri errori, che esca dalla caverna platonica della propria ignoranza per abbracciare una nuova, luminosa consapevolezza. Si esige la catarsi, si pretende la maturazione, si invoca quella truffa semantica e morale che oggi viene sbandierata sotto il nome di “resilienza”. Ebbene, di fronte a questo conformismo asfissiante, a questa dittatura del miglioramento personale applicata alla letteratura di genere, Roberto Alajmo compie il suo capolavoro definitivo, il suo atto di terrorismo narrativo più puro e sfolgorante: non fa succedere assolutamente nulla all’anima del suo protagonista. Con “La boffa dello scecco”, terzo capitolo della saga dedicata alla guardia giurata Giovanni Di Dio, detto Giovà, lo scrittore palermitano porta a compimento la sua demolizione sistematica del noir, innalzando un monumento definitivo all’immobilità ontologica, alla passività come forma d’arte, e confermando che la “crudeltà semiseria” è l’unica, vera lente attraverso la quale è ancora possibile decifrare il collasso della società meridionale e, per sineddoche, dell’intera commedia umana.
Per comprendere la portata devastante di questo romanzo, bisogna innanzitutto immergersi nell’etimologia e nella semantica del titolo, che è di per sé un trattato di filosofia teoretica mascherato da proverbio dialettale. Cos’è, nella cosmovisione siciliana, “la boffa dello scecco”? Letteralmente, è lo schiaffo dell’asino. Non è il colpo di spada dell’eroe acheo, non è la pugnalata alle spalle del congiurato shakespeariano, e non è nemmeno la fatalità grandguignolesca di un thriller hollywoodiano. Lo schiaffo dell’asino è un colpo cieco, pesante, sordo, inaspettato e, soprattutto, profondamente umiliante. Ti abbatte senza conferirti alcuna dignità tragica. Quando ricevi “la boffa dello scecco”, non sei un eroe caduto in battaglia, sei solo un poveraccio che ha preso una tranvata in faccia da una bestia da soma. E l’asino, in questo caso, è la metafora perfetta, feroce e inappellabile del Destino. Un destino che a Partanna Mondello non ha le sembianze solenni delle Moire greche, ma i contorni sfocati, banali e grotteschi di una quotidianità impaludata. Il destino, nell’universo di Alajmo, non è tragico: è semplicemente sciatto. E non c’è scrittore nel ventunesimo secolo italiano che sappia raccontare la sciatteria del fato con la stessa eleganza chirurgica, con la stessa spietata, amorevole precisione di Roberto Alajmo.
Ritroviamo dunque Giovà esattamente dove lo avevamo lasciato, e dove, per grazia divina, rimarrà in eterno. Come un insetto preistorico intrappolato nell’ambra della propria stupidità, Giovà è l’antitesi di ogni detective letterario. Se nei due romanzi precedenti avevamo assistito alla sua codardia mascherata da igiene vitale (“Io non ci volevo venire”) e alla sua maestria nell’arte di fingersi morto per far allontanare i predatori (“La strategia dell’opossum”), qui ci troviamo di fronte alla prova finale: l’impatto frontale con la realtà. La boffa dello scecco, per Giovà, è l’ineluttabile momento in cui l’universo decide di ignorare la sua passività e di trascinarlo per i capelli al centro del proscenio. Eppure, anche di fronte a questo schiaffo cosmico, la reazione di Giovà sfiora il sublime. Egli non si trasforma. Non diventa un uomo d’azione. Non affina il proprio intelletto letargico. Continua a processare le informazioni con la lentezza disarmante di un modem analogico in un mondo fibrillante di connessioni ad alta velocità. La sua forza inaudita, la sua statura titanica, risiedono esattamente nella sua impermeabilità all’esperienza. Alajmo ci sta dicendo, con un cinismo che sfocia nella pietà più profonda, che a volte la stupidità non è un deficit cognitivo, ma uno scudo evolutivo. In una terra dove capire le cose significa esserne complici o diventarne vittime, non capire nulla è l’unica forma di salvaguardia della propria innocenza, o perlomeno della propria incolumità. Giovà è puro come solo gli idioti dostoevskiani sanno essere, ma senza alcuna sfumatura mistica; la sua è una purezza opaca, fatta di carboidrati, stanchezza e televisione.
Ma Giovà, da solo, sarebbe una creatura monca senza l’ecosistema che lo circonda, lo nutre e lo opprime. E qui Alajmo affonda il bisturi nella carne viva della mitologia meridionale, operando un rovesciamento dei ruoli che ha del clamoroso. Dimenticate il machismo mafioso, i padrini onnipotenti, l’omertà virile. L’universo di Partanna Mondello è un matriarcato dispotico, asfissiante, ineludibile. La vera cupola non siede in un casolare abbandonato, ma nel tinello di casa Di Dio. La madre Antonietta, la zia Mariola, l’acida e rapace sorella gemella Mariella e l’onnipresente vicina parrucchiera Mariangela costituiscono un organo decisionale e investigativo di un’efficienza spaventosa, basato sul controllo capillare delle informazioni di quartiere, sul pettegolezzo elevato a strumento di intelligence, e sulla suprema legge della conservazione dell’apparenza. L’ossessione per “Le Persone”, per il giudizio del tribunale sociale, guida ogni azione di questo gineceo. Gli uomini, in questo scenario, sono ridotti a pure funzioni biologiche o a utili idioti da mandare in avanscoperta. Giovà è il braccio armato – si fa per dire – di questa mente alveare femminile. Viene vestito, istruito, telecomandato e gettato in pasto agli eventi non perché si creda nelle sue capacità, ma perché le convenzioni esigono che un maschio ci metta la faccia. Alajmo demolisce così l’epica del maschio siciliano, riducendolo a una marionetta goffa e appesantita, eterodiretta da donne che hanno sostituito l’affetto materno con una gestione aziendale e spietata delle dinamiche familiari. In questa visione, la crudeltà semiseria raggiunge vette di assoluto magistero: l’autore fa a pezzi il familismo amorale meridionale, mostrandoci come il nido domestico non sia un rifugio dalle intemperie del mondo, ma il primo, e forse più feroce, luogo di macellazione dell’identità individuale.
E cosa resta della mafia in questo panorama di rovine morali e domestiche? Anche qui, il sabotaggio di Alajmo è sistematico. Il boss locale, lo Zù Gino, figura che in qualsiasi altro romanzo poliziesco verrebbe ammantata di un’aura di male assoluto e carismatico, qui ci appare come un burocrate del crimine stanco, appesantito dagli acciacchi, annoiato dalla gestione ordinaria di un potere che ha perso la sua dimensione epica per ridursi a scartoffie, favori, mediazioni condominiali e fastidi quotidiani. È la banalità del male declinata non nella ferocia dell’esecuzione, ma nella noia mortale della sua amministrazione. La mafia, vista attraverso la lente deformante eppure iperrealistica di Alajmo, non è una piovra invincibile, ma una sorta di ufficio di collocamento abusivo e stantio, un’istituzione parallela che sopravvive più per inerzia e per mancanza di alternative che per reale vigore. E il rapporto tra Giovà e questo potere oscuro è il trionfo dell’ignavia: non c’è condanna morale da parte del protagonista, ma solo un fastidio fisico, la seccatura di dover essere distolto dalla propria pigrizia per assecondare le richieste incomprensibili di un capomandamento che si comporta come un amministratore di condominio particolarmente invadente.
“La boffa dello scecco” è, a tutti gli effetti, un romanzo escatologico. Tratta della fine delle illusioni. Sotto la patina irresistibile di una comicità che ti costringe a ridere a denti stretti, Alajmo orchestra una tragedia grottesca in cui nessuno si salva, nessuno si redime, e l’unica vittoria possibile è arrivare a fine giornata senza aver subito danni irreparabili. La scrittura procede con quel ritmo sincopato, quell’apparente disinvoltura che è in realtà il frutto di una fatica artigianale mostruosa. Alajmo cesella le frasi, dosa il dialetto siciliano non come spezia folcloristica, ma come lingua dell’anima, come l’unica sintassi in grado di esprimere la complessità di una rassegnazione secolare. Il siciliano, in queste pagine, è la lingua del non detto, della minaccia velata, della constatazione amara; è una lingua in cui i verbi al futuro sono quasi inutili, perché tutto è già accaduto e tutto è destinato a ripetersi, in un eterno ritorno dell’uguale che ha il sapore di una condanna.
Ed è in questa perfetta aderenza tra forma e contenuto che si compie il miracolo di questo libro. Scrivere un romanzo del genere senza scivolare nel cinismo sterile o nel moralismo d’accatto è un’impresa che rasenta l’equilibrismo. Ma l’autore possiede una dote rarissima, che è la vera cifra della sua grandezza: ama perdutamente i suoi mostri. Alajmo non giudica mai Giovà, non disprezza mai Zù Gino, non odia mai la madre Antonietta. Li osserva con l’occhio di un entomologo che prova una tenerezza sconfinata per gli insetti che sta infilzando con lo spillo. La “crudeltà semiseria” è esattamente questo: l’atto supremo di un autore che ti mostra il vuoto pneumatico della tua esistenza, la farsa delle tue ambizioni, la mediocrità delle tue paure, ma lo fa passandoti un braccio sulle spalle, come a dire “lo so, facciamo schifo, ma in fondo siamo anche molto divertenti”.
E in un’epoca letteraria infestata da romanzi che pretendono di insegnarci come vivere, di svelare grandi verità storiche, di impartire lezioni di morale a buon mercato attraverso personaggi di plastica, “La boffa dello scecco” irrompe con la forza liberatoria di uno sberleffo. È un libro che ci assolve dal nostro dovere di essere speciali, che rivendica il nostro sacro diritto alla pavidità, alla goffaggine, al quieto vivere. Roberto Alajmo, giunto a questa terza tappa della sua anti-epopea, non si limita a decostruire il genere noir, ma fa molto di più: lo spoglia dei suoi paramenti sacri, lo trascina in mezzo alla strada polverosa, gli molla uno schiaffone a mano aperta e lo lascia lì, intontito, a riflettere sulla propria inutilità. E a noi lettori, colpiti di riflesso da questa geniale e implacabile “boffa dello scecco”, non resta che massaggiarci la guancia arrossata, abbassare lo sguardo e, finalmente, in una disperata e magnifica resa, metterci a ridere. Un riso amaro, certo. Ma senza ombra di dubbio, la cosa più onesta e vertiginosa che si possa leggere in Italia in questo scorcio di secolo.












