Esiste un equivoco marchiano, una pigrizia intellettuale ostinata e rassicurante attraverso la quale una certa critica contemporanea si ostina a sezionare la letteratura siciliana, condannandola a un pendolarismo estenuante tra l’epica mafiosa grandguignolesca e la liturgia consolatoria del poliziesco da cartolina, popolato da investigatori acuti, tormentati e infallibili. E poi, fortunatamente, c’è Roberto Alajmo. Con La strategia dell’opossum, l’autore palermitano non si limita a bissare l’esperimento narrativo inaugurato con Io non ci volevo venire, ma compie un vero e proprio sabotaggio letterario, un salto mortale carpiato che disintegra definitivamente le griglie del noir per innalzare un monumento sublime, esilarante e disperato all’inadeguatezza umana. Se nel capitolo precedente avevamo fatto la conoscenza di Giovanni Di Dio, detto Giovà, antieroe dalla stazza pachidermica e dall’intelletto letargico, in questo nuovo romanzo assistiamo alla sua definitiva consacrazione filosofica. Alajmo compie l’atto di sovversione più alto e sfacciato: rifiuta la parabola evolutiva del personaggio. Giovà non impara dai propri errori, non affina il proprio intuito, non subisce alcuna catarsi redentrice. Resta, meravigliosamente e tragicamente, un “sacco di patate”, un Oblomov di borgata, un portiere esistenziale condannato a parare i colpi di una vita che non ha mai scelto di giocare in attacco. Ma è proprio in questa immobilità ontologica che esplode la trovata geniale del romanzo, racchiusa nella metafora biologica che dà il titolo all’opera: la tanatosi dell’opossum. Quando l’opossum si trova di fronte a un predatore o a un pericolo insormontabile, non attacca e non fugge. Cade in una sorta di coma autoindotto, si finge morto, abbassa i battiti cardiaci e arriva persino a secernere un liquido maleodorante per convincere il nemico della propria putrefazione, finché l’aggressore, disgustato, non si allontana. Giovà fa esattamente la stessa cosa di fronte ai traumi dell’esistenza. È un maestro del “surplace esistenziale”. Di fronte all’imprevisto, di fronte alla richiesta di assunzione di responsabilità, egli disattiva le proprie funzioni vitali intellettive, si abbandona alla corrente, sperando che il pericolo lo annusi, lo giudichi indigesto e passi oltre. È una strategia di sopravvivenza codarda, certo, ma di un’efficacia spaventosa, che Alajmo trasforma in un trattato di sociologia spicciola e altissima. L’innesco narrativo che turba questo letargo è l’evento sociale per eccellenza: il matrimonio. Mariella, la sorella gemella di Giovà – colei che nel grembo materno si è accaparrata tutti i cromosomi dell’intelligenza lasciando al fratello solo la massa corporea – è in procinto di sposarsi con il fidanzato storico. Questo evento non è vissuto dalla famiglia Di Dio come un coronamento romantico, ma come una micidiale prova del fuoco sociale. E qui Alajmo affonda il bisturi nella carne viva della cultura meridionale, portando alla luce un concetto totalizzante e terrorizzante: “Le Persone”. Nel microcosmo del quartiere di Partanna Mondello, “Le Persone” non sono individui fisici, ma un’entità astratta, un tribunale invisibile, ostile e onnipresente, pronto a giudicare, a sparlare, a godere delle sventure altrui. L’intero sforzo organizzativo delle nozze è teso unicamente a un obiettivo: impedire che “Le Persone” abbiano pretesti per calunniare. Ma il disastro è in agguato, e il giorno stesso della cerimonia lo sposo si volatilizza nel nulla. Non c’è dramma sentimentale in questa sparizione, non c’è il cuore spezzato della sposa abbandonata sull’altare; c’è qualcosa di immensamente più grave: c’è la Vergogna. Una macchia indelebile che rischia di annientare la famiglia Di Dio agli occhi del mondo esterno. Ed è in questo stato di emergenza assoluta che si palesa il secondo pilastro teorico del romanzo, quello che potremmo definire “maschilismo matriarcale”. A prendere in mano le redini della crisi non è la legge, non sono le istituzioni, ma è il gineceo domestico. La madre Antonietta, la zia Mariola, la sorella Mariella e l’onnipresente vicina parrucchiera Mariangela trasformano le mura domestiche in una vera e propria sala operativa, un’intelligence da tinello che triangola pettegolezzi, supposizioni e segreti di quartiere con una lucidità spietata. In questa Sicilia iperrealistica descritta da Alajmo, il potere maschile è una pura finzione di facciata. Le donne governano nell’ombra, sono il motore esecutivo e legislativo della famiglia. Giovà viene dunque precettato, armato e spedito in strada a indagare non perché sia in grado di farlo, ma perché le convenzioni esigono che sia un “maschio abile e arruolato” a metterci la faccia. Egli è un burattino telecomandato da una mente alveare femminile, un automa mandato al massacro mentre le vere burattinaie tirano i fili restando al sicuro. E qui ritroviamo intatta, anzi sublimata, quella “crudeltà semiseria” che è la cifra stilistica inconfondibile dell’autore. Alajmo non prova alcuna pietà pelosa per i suoi personaggi, non cerca di addolcirne le miserie o di giustificarne le viltà. Li espone alla luce del sole nella loro nudità grottesca, li osserva affannarsi per salvaguardare apparenze polverose, e mentre racconta l’assurdo, ci costringe a una risata amara, sincopata, che si strozza in gola non appena ci rendiamo conto che quel teatro del ridicolo è lo specchio esatto della nostra stessa mediocrità. Questa crudeltà letteraria è l’atto di carità più grande che uno scrittore possa concedere al suo pubblico, perché rifiuta la bugia consolatoria della letteratura d’evasione. Non c’è alcun mistero esotico da svelare, non ci sono complotti internazionali: c’è solo la miseria ordinaria dei rapporti umani, la claustrofobia dei legami di sangue, la paura ancestrale del giudizio altrui. La scrittura di Alajmo procede per inciampi linguistici, per sottintesi, per frasi non finite, restituendo la prosodia esatta di una terra in cui si dice tutto tacendo e si tace parlando troppo. La lingua si sgrana, accoglie il dialetto non come orpello folcloristico, ma come necessità ontologica: ci sono concetti, in Sicilia, che non possono essere tradotti in italiano senza perdere il loro peso specifico, la loro carica di minaccia o di rassegnazione. E Giovà, in mezzo a questa tempesta di chiacchiere, complotti e indagini sgangherate, continua ad applicare la sua infallibile strategia. Si rannicchia nel suo bozzolo di stupidità, lascia che il mondo si affanni, che i colpevoli si svelino da soli o che la verità sprofondi nell’oblio. In un’epoca letteraria che celebra l’iperattivismo, la resilienza e il coraggio a tutti i costi, Roberto Alajmo ci regala un’ode maestosa alla codardia come arte della sopravvivenza, un romanzo che ci insegna come, a volte, la salvezza non risieda nell’affrontare il drago a viso aperto, ma nell’arte squisitamente meridionale, eppure universale, di sdraiarsi a terra, chiudere gli occhi, e aspettare umilmente che il drago se ne vada. Un capolavoro di cinismo affettuoso, una lettura imprescindibile per chiunque voglia comprendere che la letteratura, quella vera, non deve mai rassicurare, ma ha il dovere morale di metterci a nudo, ridendo fino alle lacrime delle nostre ridicole armature.












