Esiste una pigrizia intellettuale, un vizio di forma ormai endemico e cronicizzato, che infetta le vene dell’editoria italiana contemporanea: la convinzione, tanto rassicurante quanto stucchevole, che ogni esordio letterario debba necessariamente essere un esercizio di autocoscienza, un’autobiografia mascherata in cui l’autore debuttante ci sciorina i propri traumi domestici con la goffaggine di un rinoceronte bendato. È il trionfo della narrativa del piagnisteo, dell’egocentrismo in sedicesimo. Poi, d’improvviso e fortunatamente, accade l’imprevisto. Emerge qualcosa che scardina questa liturgia dell’ovvio. Emerge L’isola e il tempo di Claudia Lanteri, pubblicato per i tipi di Einaudi. Un romanzo che non si limita a spazzare via il pietismo contemporaneo, ma che prende a picconate un altro dogma intoccabile della nostra narrativa: il recinto sacro e inviolabile del romanzo poliziesco.
Se i teorici del genere noir e i puristi del giallo mediterraneo si aspettano il consueto schema – il delitto che turba l’ordine cosmico, l’investigatore tormentato ma infallibile che raccoglie gli indizi, e infine la catarsi rassicurante della giustizia ristabilita – farebbero bene a chiudere il libro prima ancora di cominciare. Lanteri, con una lucidità che rasenta la spietatezza, orchestra un sabotaggio letterario in piena regola. Costruisce quello che la critica, con un eufemismo quasi tenero, ha definito un “giallo problematico”, ma che in realtà è un ordigno a orologeria progettato per disintegrare le nostre certezze. È un testo che incrocia, non a caso e non per vezzo erudito, La promessa di Friedrich Dürrenmatt. Come nel capolavoro dello scrittore svizzero, qui l’indagine poliziesca evapora, marcisce sotto il sole implacabile della realtà, per trasformarsi in un’ossessione creaturale, in un’indagine filosofica dove il vero cadavere da sezionare non è quello ritrovato sulla spiaggia, ma la coscienza stessa di chi indaga. Tutto ha inizio nel luglio del 1958, su una minuscola isola a sud della Sicilia, un lembo di terra nera e riarsa, vicina a Lampedusa ma programmaticamente privata del suo nome geografico. L’omissione toponomastica non è un vezzo: è la prima mossa di una partita a scacchi chirurgica. Togliendo il nome all’isola, Lanteri la sradica dalla dimensione turistica o folcloristica, trasformandola in un palcoscenico chiuso, metafisico e asfissiante. Un teatro della crudeltà dove un barchino vomita a riva un cadavere: una donna morta e, accanto a lei, uno skipper. Da questo banale, apparentemente classico incipit da crime novel, si innesca la farsa tragica dell’esistenza. A indagare su questa morte non c’è una mente geniale, ma una triade di inetti e testimoni parziali: il maresciallo Bonomo, istituzione stanca e fallibile; il professor Dalmasso, l’intellettuale confinato; e, soprattutto, un ragazzino di tredici anni di nome Nonò.
È proprio Nonò il fulcro infetto di questo romanzo, il buco nero attorno al quale collassa la materia narrativa. In lui, Claudia Lanteri riversa tutta la potenza della “crudeltà semiseria” tipica della migliore e più alta letteratura siciliana. Noi incontriamo Nonò ragazzino e lo lasciamo, nelle ultime righe del libro, come Nofriu (o Nofrio), un uomo di quarantaquattro anni. Trent’anni di vita consumati, cannibalizzati, macerati attorno a un singolo, minuscolo dettaglio delittuoro. La genialità dell’autrice non sta nel chiederci di scoprire l’assassino, ma nel costringerci a osservare la decomposizione di un’anima. Nonò non indaga per trovare la giustizia, ma per trovare sé stesso. È il “narratore ferito” per eccellenza, colui che crede – con un’ingenuità patetica e disperata – che la continua reiterazione del racconto possa in qualche modo esorcizzare il trauma, lavare via la colpa, redimere le omissioni. Ed è qui, in questa presunzione infantile, che il bisturi dell’autrice affonda senza incontrare resistenza. Lanteri sa perfettamente che il tempo non è un medico pietoso, ma un becchino cinico. L’isola e il tempo è un giallo della memoria, certo, ma di una memoria infedele, parziale, manipolatoria. Il lettore viene trascinato non nella ricerca della verità oggettiva, ma nella dissezione dei meccanismi di rimozione del protagonista. Che cosa ricorda Nonò? Che cosa ha scientificamente scelto di dimenticare? Perché continua a rincorrere una precisione linguistica quasi maniacale, un'”ossessione per il ritrovamento del punto esatto”, una “smania di ripulire il racconto”? La risposta è spietata: perché la verità fattuale è orrenda, e l’unica via di fuga è la sublimazione narrativa. Nonò vuole la fiducia del lettore, elemosina la nostra attenzione, si confonde fino a coincidere totalmente con il gesto stesso di narrare, perché se smettesse di raccontare, se la sua voce si spezzasse, egli stesso cesserebbe di esistere, spazzato via dal vento della sua isola muta.
In questo palcoscenico di omissioni, la precisione linguistica di Lanteri non è un esercizio di stile fine a se stesso, ma uno strumento di tortura elegante. L’autrice descrive gli interni domestici, la povertà quasi offensiva della casa del giovane Nonò, con una minuziosità che ferisce. Il modo in cui inquadra una bottiglia di rosolio vuota, o gli oggetti scarni che arredano il silenzio, ha il peso specifico di una sentenza. La povertà descritta in questo romanzo non ha nulla del romanticismo verghiano, né strizza l’occhio al paternalismo sociale. È una povertà materiale che specchia una povertà esistenziale ben più grave. L’isolamento geografico diviene la perfetta metafora dell’incomunicabilità umana. Lanteri non concede sconti. Come in un esperimento sociologico senza vie d’uscita, la sua isola diventa il microcosmo dove esplodono le dinamiche di sopraffazione e di solitudine. La comunità, inizialmente corale, pettegola e presente come un coro greco in disarmo, si assottiglia progressivamente, lasciando il protagonista sempre più isolato. Personaggi che avevamo imparato ad amare – come il professor Dalmasso – escono di scena senza preavviso, non per esigenze di trama sgangherata, ma per una necessità ontologica: la dannazione di Nonò richiede il vuoto assoluto attorno a sé. È una transizione da un consorzio umano a un deserto popolato solo dai fantasmi della propria coscienza.
C’è un’ironia nera, una risata strozzata che fa capolino tra le righe di questo testo, ed è la firma inconfondibile della “crudeltà semiseria”. L’autore siciliano di razza sa che l’unico modo per non annegare nel melodramma è sbeffeggiarlo. Lanteri ci illude di averci consegnato le chiavi per risolvere il mistero e, nell’attimo in cui crediamo di aver compreso, ci sfila il tappeto da sotto i piedi. L’indagine poliziesca si sgretola e ciò che resta è solo l’uomo, solo e nudo, di fronte alla domanda che lo terrorizza: “Chi sono io?”. In un mondo editoriale che cerca disperatamente di edulcorare, di fornire “trigger warning” e di confezionare finali consolatori dove ogni trauma viene superato grazie al potere della resilienza, L’isola e il tempo è uno sberleffo meraviglioso e brutale. È un romanzo in cui la solitudine viene elevata a protagonista assoluta, una presenza carnale che si siede a tavola con te e non se ne va mai più. Nonò, o Nofriu che dir si voglia, non guarisce. La sua crepa non si salda. Il suo tempo non cura nulla, si limita a stratificare il dolore sotto cumuli di parole scelte con cura chirurgica.
Leggere questo romanzo significa accettare di partecipare a un patto masochistico: si entra attratti dalla promessa di un giallo, dalla curiosità per una donna morta su un barchino, e ci si ritrova intrappolati in un tribunale interiore dove non c’è possibilità di assoluzione. E in questa esatta trappola, in questo rifiuto categorico di prendere in giro il lettore con la bugia della redenzione facile, risiede la grandezza del libro. Claudia Lanteri, alla sua opera prima, non si limita a bussare alla porta della letteratura italiana contemporanea: la sfonda a calci, ci butta dentro il corpo inerte della nostra smania di giustizia, e ci costringe a guardare il punto esatto in cui l’illusione si spezza. Un capolavoro di spietata lucidità, l’ennesima, magnifica dimostrazione che la scrittura, quando è grande, non è mai un atto di consolazione, ma un meraviglioso e crudele schiaffo in faccia.












